# The Kashf al-Mahjub: The Oldest Persian Treatise on Sufism

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> STORIA D'ITALIA
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>                           DAL 1789 AL 1814
> 
>                                SCRITTA
>                            DA CARLO BOTTA
> 
>                                TOMO VI
> 
>                               CAPOLAGO
>                          _presso Mendrisio_
>                         Tipografia Elvetica
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>                             MDCCCXXXIII
> 
> STORIA D'ITALIA
> 
> LIBRO VIGESIMOTERZO
> 
> SOMMARIO
> 
>       Guerra di Napoleone col re di Prussia; gran ruina di
>       quest'ultimo. Adulazioni degl'Italiani verso Napoleone.
>       Trattato di Fontainebleau, che toglie il Portogallo ai
>       Braganzesi. Toscana tolta alla stirpe di Spagna, ed unita alla
>       Francia sotto l'autorità di Elisa, sorella di Napoleone.
>       Operazioni della giunta creata in Toscana. Descrizione delle
>       miserie d'Italia. Opere magnifiche di Napoleone. Toglie la
>       Spagna ai Borboni. Giovacchino re di Napoli, Giuseppe di
>       Spagna. Giovacchino va ad assumere il regno, feste che gli si
>       fanno, principj, e natura del suo governo. Setta dei
>       Carbonari, come, quando, dove e perchè nata, e quali erano i
>       suoi riti. Napoleone si volta contro il papa, unisce le Marche
>       al regno Italico, occupa Roma, fa oltraggio al papa:
>       protestazioni fortissime di Pio settimo. Dolorose vicende
>       nelle Marche per motivo dei giuramenti richiesti ai magistrati
>       ed agli ecclesiastici.
> 
> Il re Federigo sentiva i frutti delle gratitudini Napoleoniche. Vinta
> l'Austria per avere la Prussia imprudentemente tenuta la neutralità,
> insorgeva Napoleone a vincere la Prussia, dopo di aver prostrato
> l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile
> agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non
> dubitando di vincerla. Invase l'Hannover, ed operò ch'ella l'accettasse
> in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti.
> Offese la Germania nel caso del duca d'Anghienna; non risentissi la
> Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione Italica, l'unione di
> Genova, il fatto di Lucca, le non ottenute promesse al re di Sardegna:
> portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui
> territorj Germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le
> violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si
> faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno: consentiva il
> re Federigo, ed accettava l'offerta di una confederazione a suo favore
> della settentrionale Germania; ma Napoleone confortava segretamente i
> principi, acciò non vi consentissero. Nè più modo alcuno serbando,
> toglieva Fulda al principe d'Orangia, congiunto di parentela col re,
> toglieva al re la fortezza di Vesel, e le abbazìe di Essen, Verden ed
> Elten. Prometteva alla Prussia la Svedese Pomerania, ed al tempo stesso
> con solenne trattato si legava colla Russia per impedire, che la Prussia
> della Pomerania s'impadronisse: il dato ed accettato Hannover offeriva
> al re d'Inghilterra, se pace con lui volesse. Nuovi soldati Napoleoniani
> marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e
> corse all'armi: corse altresì al ferro Napoleone. Bene il poteva usare,
> posciachè il re veniva armato contro di lui; ma gl'improperj che fece
> dire e stampare contro la regina, furono tali, che ogni uomo, che del
> tutto non sia lontano dalla civiltà, non potrà non sentirne sdegno e
> fastidio. Io vidi a questo tempo immagini di tal natura nei luoghi
> pubblici in mostra, che mi pareva aggirarmi, non nell'incivilito Parigi,
> ma sì piuttosto in una città rozza e selvaggia. Luisa era donna, regina,
> ed amatrice della sua patria, ed all'armi gli amatori della sua patria
> incitava: per questo diventò bersaglio agli oltraggi di un barbaro.
> Queste gravi parole contro Napoleone appruoveranno coloro, che con sì
> devoto e patrio affetto hanno alzato gli altari alla Domremese vergine;
> di quelli, che fanno scherno dei difensori delle loro patrie, non è da
> prender pensiero.
> 
> Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Iena, fu
> prostrata a Maddeburgo ed a Prenslavia. Berlino, capitale dei regno, le
> fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero
> in potere del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse
> dal re Federigo per stimolo proprio, e per quelli d'Alessandro di
> Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in ajuto del
> vinto amico; ma Napoleone sopravvanzava d'ardire, di forza e di arte. Fu
> asprissima la battaglia di Eylau, e d'esito incerto. Incrudelita la
> stagione, ritiraronsi i Francesi di qua della Vistola, i Russi di là
> della Pregel. Intiepiditosi il tempo al nuovo anno, s'avventavano gli
> uni contro gli altri Francesi e Russi: vari furono i combattimenti,
> sanguinosi tutti; infine nei campi di Fridlandia conflissero con
> ordinanza piena i due nemici. Quivi cadde la fortuna Russa. Napoleone
> vincitore ai confini di Alessandro sovrastava: addomandava Alessandro i
> patti. Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete tra di
> loro si spartissero il mondo: avessesi Napoleone quella parte che è
> compresa da un lato tra una linea tirata dalla foce della Vistola sino
> all'isola di Corfù, dall'altro tra le spiagge del Baltico, dell'Oceano,
> del Mediterraneo e dell'Adriatico: avessesi Alessandro il rimanente.
> Quale di questo sia la verità, convennero sulle sponde del Niemen in
> trattato aperto: riconobbe Alessandro il nome e la autorità regia in
> Giuseppe Napoleone, come re di Napoli, ed in Luigi Napoleone, come re
> d'Olanda; consentì, che un regno di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo
> Napoleone, fratello minore di Napoleone, s'investisse, accordò che un
> ducato di Varsavia si creasse, e che duca ne fosse Federigo Augusto di
> Sassonia: riconobbe la Renana confederazione: stipulò per articolo
> segreto, che le bocche di Cattaro si sgombrassero dai Russi, e si
> consegnassero in potestà di Napoleone. Convenne in fine, che le sette
> isole Ioniche cedessero in possessione del medesimo, stipulazione
> enorme, perchè la independenza loro era stata accordata tra la Russia e
> la Porta Ottomana, nè poteva l'opera di due parti essere disfatta da una
> sola.
> 
> I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti dalle
> lingue o dalle penne degli uomini siano stati mandati alla memoria dei
> posteri. L'avere vinto con sì grossa e presta guerra l'Austria, poi poco
> dopo con sì grossa e presta guerra la Prussia, finalmente con grossa e
> non lunga guerra la Russia, pareva piuttosto accidente favoloso che
> vero. Volgevano gli uomini maravigliati nelle menti loro la potenza ed
> il valore degli Austriaci, la gloria ancor fresca di Federigo, le
> imprese mirabili di Suwarow con la sparsa fama dell'invincibilità dei
> Russi, nè potevano restare capaci, come una sola nazione ed un solo
> capitano avessero potuto soldati tanto valorosi, capitani tanto rinomati
> quasi prima vincere che vedere. Temeva ed adorava il mondo Napoleone, i
> principi i primi, anche i più potenti, i popoli i secondi. Non v'era più
> luogo all'adulazione; perchè le lodi, per smisurate che fossero,
> parevano minori pel vero, nè i poeti più famosi, quantunque con ogni
> nervo vi si sforzassero, potevano arrivare a tanta altezza. I poeti il
> chiamavano Giove, i preti braccio di Dio, i principi fratello e signore.
> 
> Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata; quest'era
> di usarne moderatamente; che se avesse frenato le lingue dell'età
> adulatrice, e precipitantesi a servitù, bene avrebbe meritato che le
> adulazioni lodi si chiamassero; ma amò meglio dilettarsi pruovando
> quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini, che fare generoso
> se ed altrui. Lascio le adulazioni Francesi, Austriache, Prussiane,
> Russe, solo parlerò dell'Italiane. A questo fine dell'adulare erano
> stati chiamati a Parigi i deputati del regno Italico. Gamboni, patriarca
> di Venezia, favellava, introdotto all'udienza nell'imperial sede di San
> Clodoaldo, con servilissimo discorso al signore. Venire gl'Italiani a
> far tributo ai suoi piedi dell'ammirazione, dei desiderj, dell'amore,
> della fedeltà loro; godere per essere i primi a potere questo debito
> adempire verso l'eroe, verso il principe potente ed amatissimo, nissuno
> più degl'Italiani amarlo, nissuno con pari gratitudine venerarlo: avere
> lui redento la Francia, ma creato l'Italia: avere gl'Italiani pregato il
> cielo per la salute sua nei pericoli, ringraziarlo ora per le vittorie,
> ringraziarlo per la pace: benignamente udisse le supplichevoli preghiere
> dei sottomessi ed amorosi Italiani: gisse, venisse, vedesse quell'Italia
> da tanto bassamento alzata, da tanta abiezione ricompra, a tanto
> fortunate sorti avviata. Questo desiderare, questo instantemente
> supplicare, questo sperare dalla paterna benevolenza sua, questo essere
> la più compita, la più suprema felicità loro.
> 
> Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia: con piacere
> avergli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo: sperare,
> che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo egli,
> che aveva contaminato con ischerni una valorosa donna, solo perchè
> contro di lui la sua patria aveva amato e difeso, venne in sul dire, che
> le donne Italiane dovevano allontanare da se stesse gli oziosi giovani,
> nè permettere che più languissero negl'interni recessi, o comparissero
> al cospetto loro, se non quando portassero cicatrici onorevoli.
> Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia volentieri, sapere quanto i Veneziani
> l'amassero. Sorse in corte un gran parlar di lode pel discorso di
> Napoleone: tutti il predicarono per molto bello. Quella parte
> massimamente che aveva toccato dell'amor dei Veneziani verso di lui, era
> molto commendata.
> 
> Accarezzato dai monaci del Cenisio; festeggiato dai Torinesi testè
> liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale, il
> buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella
> reale ed accetta Milano. Le feste furono molte; i soldati armeggiavano,
> i poeti cantavano, i magistrati lusingavano, i preti benedicevano.
> Trattò Melzi molto rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè
> poi fosse meglio rintanato, il creò duca di Lodi. Dolsimi in queste
> storie di molte funeste cose, e di molte ancora dorrommi, ma di niuna
> più mi doglio o dorrommi, che dello aver veduto contaminato dai soffi
> Napoleonici un Melzi.
> 
> Ed ecco che Napoleone arriva a Venezia. Luminaria per tutta la città; di
> notte il canal grande chiaro come di giorno; la piazza di San Marco più
> chiara del canale; regata, balli, teatri, e quel che è peggio, plausi di
> voci e di mani. Si mostrò lieto, e contento in volto. Ciò non ostante
> aveva paura di essere ucciso; Duroc, gran maestro del palazzo, fu più
> diligente del solito nel visitar cantine e cisterne. Alcuni Veneziani si
> aggirarono intorno al signore con fronte lieta e serena. L'età portò,
> che brutto e splendido servire più piacesse, che vita onorata ed oscura.
> 
> Tornato a Milano udiva i collegi, ed ai collegi parlava. Accusò gli
> antenati, parlò di patria degenere dall'antica; affermò molto aver fatto
> per gl'Italiani, molto più voler fare; ammonigli, stessero congiunti con
> Francia; ricordò loro, che da quella ferrea corona si promettessero
> l'independenza. Corsa trionfalmente la Lombardìa, nuovi Italici pensieri
> gli venivano in mente, e gli mandava ad esecuzione: sotto il suo dominio
> da ruina nasceva ruina. Aveva, a cagione che il principe reggente di
> Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi tutto quello
> ch'egli avrebbe voluto, per un trattato sottoscritto a Fontainebleau con
> un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che
> vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si
> accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra
> Mino e Duero, colla città di Porto, cedessero in proprietà e sovranità
> del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania
> settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo
> di principe dell'Algarve, che il Beira ed il Tramonti, e l'Estremadura
> di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re
> d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Francesi; che un
> esercito Napoleonico entrasse in Ispagna, e congiuntosi con lo Spagnuolo
> occupasse il Portogallo. Covava fraude contro Portogallo, fraude contro
> Spagna per l'introduzione dei Napoleoniani. I Braganzesi, avuto notizia
> del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono pel Brasile sopra
> navi proprie ed Inglesi. Napoleone levò un gran romore della partenza,
> ed imputò loro a delitto l'essere fuggiti, come diceva, con Inglesi,
> come se in servitù di lui fossero stati obbligati a restare.
> 
> Il dì ventidue novembre i ministri di Spagna e di Francia, nelle stanze
> di Maria Luisa, regina reggente di Toscana, entrando, le intimarono,
> essere finito e ceduto a Napoleone il suo Toscano regno, e che in
> compenso le erano assegnati altri stati da godersegli col suo figliuolo
> Carlo Lodovico. Fu a questa volta taciuta la parola perpetuamente; il
> che se indicasse sincerità o dimenticanza, io non lo so. Restava, che ad
> un comandamento fantastico succedesse una umiltà singolare. Significava
> la regina a' suoi popoli, essere la Toscana ceduta all'imperator
> Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del
> Toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi
> pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un
> monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per servirmi
> delle stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla
> segretariesca, fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più
> costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso
> soggetti. Non seguitò la regina reggente in Toscana le vestigia
> Leopoldiane, anzi era andata riducendo lo stato a governo più stretto, e
> più compiacente a Roma. Arrivò il generale Reille a pigliar possesso in
> nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi
> gli stemmi di Toscana, rizzaronsi i Napoleonici: arrivava Menou Egiziaco
> a scuotere le Toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi,
> tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa, e di Carlo
> Ludovico.
> 
> L'asprezza di Napoleone, e la natura rotta e precipitosa di Menou
> mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano, e composta di
> uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, che solito sempre a
> sperare, a supporre, ed a voler bene, credeva che l'imperatore fosse
> fatto a sua similitudine. Avevano il difficile carico di ridurre la
> Toscana a forma Francese. Erano in questa bisogna alcune cose
> inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini
> giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova
> provincia senza modificazione: degli ultimi non potevano i Toscani darsi
> pace, parendo loro cosa enorme, che dovessero andar alle guerre
> dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo
> signore. S'adoperava la giunta, non senza frutto, a far che la nuova
> signorìa meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria,
> opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che
> non gettasse più del quinto, nè meno del sesto della rendita. Non
> trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio volle
> tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane diede favore
> al far venir pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia
> Sanese. Delle berrette di Prato, dei capelli di paglia, degli alabastri,
> e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del Toscano
> commercio, con iscuole apposite, con carezze, e con premj particolar
> cura aveva. Domandò a Napoleone, che permettesse le tratte delle sete
> per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile per tener in
> fiore le manifatture dei drappi, e la coltivazione dei gelsi nella nuova
> provincia. Richiese anche dal signore, che concedesse una camera di
> commercio a Livorno, a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i
> Livornesi potessero regolare da se, e non per mezzo dei Marsigliesi, le
> proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e
> disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro
> Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il
> commercio del Levante con Livorno.
> 
> I commodi di terra pressavano nei consigli della giunta, come quei di
> mare. Supplicava all'imperatore, aprisse una strada da Arezzo a Rimini,
> brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico; ristorasse quella
> di Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a
> Bologna pel Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella, che
> insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e
> Perugia. Nè gli studj si omettevano; consiglio degno del dotto e dabben
> Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidj loro
> ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del
> Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda
> terra ancora a lui degnamente rispondeva, dolci compensi di un amaro
> signore.
> 
> Arrivava gennajo intanto: cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone
> il governo di Toscana ad Elisa principessa, gran duchessa nominandola.
> La quale Elisa o per natura, o per vezzo, simile piuttosto al fratello,
> che a donna, si dilettava di soldati, gli studj e la Toscana fama assai
> freddamente risguardando. A questo modo finì la Toscana patria, passata
> prima da repubblica nei Medici per usurpazione, poi dai Medici negli
> Austriaci per forza dei potentati, ai quali piacque quella preda per
> accomodar se medesimi, dileguatasi finalmente e perdutasi del tutto
> nell'immensa Francia.
> 
> Similmente, ed al tempo stesso Napoleone univa all'impero il ducato di
> Parma e Piacenza, dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai
> Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
> 
> Non so, se chi avrà fin qui letto queste nostre storie, avrà quanto
> basta, posto mente alle miserie d'Italia. Il Piemonte due volte
> repubblica, due volte regno, tre volte sotto governi temporanei,
> calpestato dagli agenti repubblicani sotto il re e sotto il primo
> governo temporaneo, straziato dagli agenti imperiali, Russi ed Austriaci
> sotto il secondo, conculcato dagli agenti consolari sotto il terzo:
> sorti sempre incerte, predominio di opinioni diverse, interessi rovinati
> ora di questi, ora di quelli, affezioni tormentate: quando una radice di
> sanazione incominciava a spuntare in una ferita, violentemente era da
> maggior ferita svelta: la dolorosa vece più volte rinnovossi; squallido
> diventato un paese fioritissimo; aspettavasi la libertà; un dispotismo
> disordinato e sfrenato sopravvenne; molti anni durò, finalmente in
> dispotismo metodico cambiossi. Parevano più certe le sorti; pure ancora
> restavano nelle menti i vestigi dei passati mali, e le non riparate
> rovine attestavano le spesse e violenti mutazioni. Genova tre volte
> cambiata sotto forma di repubblica, spaventata continuamente dal romore
> delle presenti armi, conculcata dagl'Inglesi per mare, dai Francesi, dai
> Russi e dai Tedeschi per terra, ora in nome dei diritti dell'uomo, ed
> ora in nome del governo legittimo, desolata dall'assedio, desolata dalla
> pestilenza, obbligata a spendere per violenza quello, che aveva
> acquistato per industria, non aveva più forma alcuna di corpo sano:
> dieci secoli d'independenza, dopo quindici anni di martirio si
> terminarono nella dura soggezione di un capitano di guerra. Milano
> ricca, prima spogliata dai repubblicani, poi dai loro nemici, prima
> repubblica senza nome, poi repubblica ora con un nome ed ora con un
> altro, quindi provincia Tedesca sotto nome di reggenza imperiale, poi
> provincia Francese sotto nome di regno Italico, sempre conculcata,
> sempre serva, cedè finalmente in potestà di colui, che credeva il più
> prezioso frutto delle sue conquiste essere il poter risuscitare la
> corona di ferro di Luitprando, ed il serpente dei Visconti. Di Venezia
> poche cose dirò, poichè dopo tante stragi, tanti oltraggi, tante
> espilazioni, o provincia Francese, o provincia Tedesca, conobbe di che
> sapessero le due servitù. Perivano ogni giorno più i segni della
> generosità di Dutillot nella tormentata Parma, che accarezzata sotto il
> duca in parole pei fini di Spagna, taglieggiata in fatto per un'avarizia
> indomabile, vessata in fine dai Napoleonici capricci sotto San Mery, e
> molto più ancor sotto Junot, s'incamminava, da servitù in servitù
> passando, a sperimentare quanto valessero a sanare le ricevute ferite il
> concorrere ed il ricorrere al lontano Parigi. La Toscana ebbe più gran
> miscuglio di correrìe e di saccheggi stranieri, di sollevazioni
> intestine, di reggimenti temporanei, ora repubblicani tumultuarj, ed ora
> imperiali tumultuarj, parecchie reggenze sotto vario nome, re giovani e
> re bambini, ora capitani da guerra con somma autorità, ora principi
> Austriaci, ora principi Borbonici, ed ora Elisa principessa: soldati
> Napolitani, Francesi, Russi, Tedeschi, Italiani, incomposta e
> pestilenziale illuvie: i tempi Napoleonici guastavano i Leopoldiani.
> Roma rossa di sangue di legati Francesi, rossa di Romano sangue versato
> a difesa delle patrie leggi, rossa d'Italiano sangue non versato a
> difesa dell'Italiana patria, saccheggiata, conculcata, straziata da
> tutti, non sapeva più chi amico, o chi nemico chiamar potesse. Francesi,
> Tedeschi, Russi, Cisalpini, Napolitani, e, se Dio ne salvi, Turchi, con
> la cupidigia e con le armi loro a vicenda l'assalirono: i tempj
> profanati, i sacri arredi involati, i musei posti a ruba, le pitture di
> Raffaello guaste dalle soldatesche barbare; pure e questi e quelli
> dicevano volere la Romana felicità. Vide Roma un governo papale servo,
> una repubblica serva, un governo papale con ingannevoli apparenze
> restituito: vide un papa vinto, un papa tributario, un papa cattivo, un
> papa ito all'incoronazione del suo nemico: vide preti adulatori di
> Turchi, papisti adulatori d'Inglesi, repubblicani veri adulatori di
> repubblicani falsi, amatori di libertà adulatori di tiranni: fuvvi
> illusione da una parte, fraude dall'altra, e tra l'illusione e la fraude
> nacque un inganno, una chimera, un pensare a caso tale che è pur forza
> il confessare, che sia forte negli uomini l'istinto di star insieme,
> perchè senza di lui la Romana gente o si sarebbe dispersa a vivere nelle
> selve o vissuta insieme solo per ammazzarsi con le proprie mani. Credo
> che più tormentosi sperimenti sopra le infelici nazioni non siano stati
> fatti mai, come quelli che sopra i Romani furono fatti. L'aver
> sopravvissuto pare miracolo. Ma se maggiori mali soffrire non potevano,
> a maggiori scandali erano serbati dai cieli, siccome sarà da noi a suo
> luogo con dolente e disdegnosa penna raccontato. Pareva che la monarchìa
> avesse a portar più rispetto ai monarchi, ma fece peggio che la licenza.
> Così se ne viveva Roma desolata: povero l'erario, poveri i particolari:
> gli ornamenti perduti, gli animi divisi, ogni cosa piena di vendetta.
> Non so con quali parole io mi accinga a favellar di Napoli, perchè gli
> uomini simili al cielo, le benevolenze estreme che toccano la illusione,
> le nimicizie estreme che toccano la ferocia: congiure, guerre civili,
> guerre esterne, incendj, rovine, tradimenti, supplizj di gente virtuosa
> e di gente infame, ma più di virtuosa che d'infame. A questo atti
> eroici, coraggi indomiti, amicizie fedelissime anche nelle disgrazie,
> temperanza cittadina anche nella povertà, pensieri dolcissimi di
> fortunata umanità, desiderj purissimi del ben comune: ora regno
> ottenebrato da congiure, ora repubblica contaminata da rapine ora regno
> pieno di tormenti, ora regno pieno di rapine e di tormenti. Ferdinando
> due volte cacciato, una volta tornato; una repubblica serva dei
> Francesi, un regno servo degl'Inglesi, una repubblica stabilita a forza
> da un soldato, un regno restituito a forza da un prete, quella con
> immensa strage di lazzaroni, questo con immensa strage dei repubblicani:
> quelli stessi che adulato avevano Championnet repubblicano, o Ferdinando
> re, adulare Giuseppe re, e da un'altra parte la croce di Cristo sul
> campo medesimo unita alla luna di Macometto, tutte queste cose fanno una
> maraviglia tale, che quando saranno chiusi gli occhi e le orecchie di
> coloro che le videro e le udirono, nissuno sarebbe più per crederle, se
> non fosse la stampa, che ne moltiplica i testimonj.
> 
> Nissun ordine buono poteva sorgere da farragine sì dolorosa: perchè ogni
> fondamento civile era disordinato, ed i soldati si creavano per altri.
> Narrano alcuni che almeno questo accidente buono nascesse nel regno
> Italico, che lo spirito militare si risvegliasse, e che buoni soldati si
> formassero a benefizio d'Italia. Certamente buoni soldati si creavano
> sotto la disciplina Napoleonica; ma mandati a battaglie forestiere, come
> amassero l'Italia, e come imparassero a difenderla, io non so vedere; se
> forse non si voglia credere, che il rovinare i paesi d'altri, ed il
> distruggere le patrie altrui siano pei soldati salutiferi esempj.
> 
> La servitù s'abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere
> magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto
> splendore splendeva. La mole dell'Ambrosiano tempio cresceva, il foro
> Buonaparte si disegnava, e da qualche principio già si conosceva quanto
> grandiosa opera avesse a riuscire, se fosse stato condotto a termine.
> Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori,
> degli architettori; la corte pruomovitrice di servitù, era anche
> pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano, nuovi ponti
> s'innalzavano, nuove strade si aprivano. Nè le rocche, nè i dirupi
> ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone ogni più difficile
> impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio, e per sua volontà due
> opere piuttosto da anteporsi, che da pareggiarsi alle più belle ed utili
> degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione, e del
> Cenisio, le quali aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte
> roccie d'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future,
> in un colla perizia ed attività dei Francesi, la potenza di chi sul
> principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva. Beato egli, se
> non avesse corrotto il benefizio colla servitù!
> 
> Era arrivato il tempo, in cui i disegni Napoleonici dovevano colorirsi a
> danno del re di Spagna; i mezzi pari al fine. Il mettere discordia nella
> famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo,
> dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la
> conjugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era
> soggetto dei sospetti, e farne stromento alle sue macchinazioni, il
> contaminar la fama di una principessa morta, l'esser del sangue di
> Carolina di Napoli rinfacciandole, accusar un principe di Spagna delle
> Caroliniane insidie, perchè più amava la Spagna che la Francia, fare che
> a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetta di fraudi e di
> tradimenti, e la quieta e confidente vita del tutto sbandirne, furono
> arti di Napoleone. La subitezza Spagnuola le ruppe col far re
> Ferdinando, e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente
> stesso di Aranjuez, che pareva dovere scompigliargli la trama, gli diede
> occasione di mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in
> sua potestà a Bajona: restava, che vi tirasse il re Ferdinando; e il vi
> tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Fe' chiamar dal padre il
> figliuolo ribelle, fe' chiamar dalla madre il figliuolo bastardo, dalle
> gazzette meditatore scelerato della morte del padre, costrinse il padre
> ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco
> libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valençay; nominò, ribollendo
> in lui la cupidità sfrenata dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di
> Spagna, Murat re di Napoli. A questo fine era stato concluso il trattato
> di Fontainebleau, promessa grandezza al re di Spagna, introdotti i
> Napoleoniani in Ispagna. Ma le cose sortirono effetti diversi da quelli
> ch'ei si era promesso. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le
> ordite sceleraggini, e combatterono i Napoleoniani. Napoleone e i suoi
> prezzolati scrittori gli chiamarono briganti, gli chiamarono assassini:
> quest'infamia mancava a tanti scandali.
> 
> Napoleone obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in
> Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione
> dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue esortazioni,
> otteneva, che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono
> splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il
> mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi potenti sopra
> tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio
> dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè essendo
> le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè
> appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo
> della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in
> modo tanto attivo nelle faccende d'Europa; conciossiachè le abitudini
> più facilmente si contraggono, che si dismettono, ed anche l'ambizione
> del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre, ed è insanabile.
> Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare,
> mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata
> cagione di temere. Le scene d'Erfurt erano per Napoleone più d'apparato
> che d'arte, per Alessandro più d'arte che d'apparato.
> 
> Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione ai
> popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle due
> Sicilie; due primi e supremi pensieri nudrire, essere grato al donatore,
> utile ai sudditi: volere conservar la constituzione data
> dall'antecessore: venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col
> principe Achille, suo reale figliuolo, venire coi figliuoli ancor
> bambini, commettergli alla fede, all'amore loro: in esso consistere la
> contentezza dei popoli, in esso la sua benevolenza. Principiarono le
> Napoletane adulazioni. Il consiglio di stato, il clero, la nobiltà
> mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a Giovacchino re. Il
> trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli intanto esultava.
> Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali, ogni cosa in pompa. Una
> statua equestre rizzata sulla piazza del Mercatello rappresentava
> Napoleone Augusto. Un'altra sulla piazza del palazzo raffigurava, sotto
> forma di Giunone, Carolina regina. Perignon, maresciallo di Francia,
> lodato guerriero, appresentava a Giovacchino le chiavi di Napoli.
> Generali, ciamberlani, scudieri, ufficiali, soldati, chi colle spade al
> fianco, chi colle chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme,
> chi portando rami d'alloro, e chi d'ulivo. Firrao cardinale col
> baldacchino, e con gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta
> della chiesa dello Spirito Santo: condottolo sul trono a tal uopo molto
> ornatamente alzato, cantava la messa, e l'inno Ambrosiano. Terminata la
> cerimonia, per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la
> gioventù e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede
> nel reale palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio,
> faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina: risplendeva, come lo
> sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle forme,
> miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di
> Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.
> 
> Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi
> l'isola di Capri, la quale, come posta alle bocche del golfo, è freno e
> chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo a
> coloro, che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore agli
> aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto
> pregiudizio dei traffichi commerciali. Pareva anche vergognoso, che un
> Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte
> massimamente degl'Inglesi, tanto odiati, e tanto disprezzati. Aveva
> Giuseppe per la sua indolenza pazientemente tollerato quella vergogna;
> ma Giovacchino, soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario
> cominciar il dominio con qualche fatto d'importanza; andava contro
> Capri. Vi stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci
> d'ogni nazione, e che si chiamavano col nome di Reale Corso, e di Reale
> Malta. Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacapri,
> ed il forte Maggiore, con quelli di San Michele e di San Costanzo.
> Partiti da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque
> andavano Francesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a
> terra per mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè
> gl'Inglesi si difendevano risolutamente, s'impadronirono di Anacapri: vi
> fecero prigioni circa ottocento soldati di Reale Malta. Conquistato
> Anacapri, che è la parte superiore dell'isola, restava, che si
> ricuperasse l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per
> una strada molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la
> quale traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San
> Michele. Fu forza alzar batterìe sulle sommità per battere i forti,
> l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi
> d'uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava
> prospera al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano
> gl'Inglesi dal lido. Il re, che stava sopravvedendo dalla marina di
> Massa, fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo
> propizio, spingeva in ajuto di Lamarque nuovi squadroni. Gli Inglesi,
> rotti già in gran parte e smantellati i forti, si diedero al vincitore.
> L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon augurio del
> nuovo governo.
> 
> Erano nel regno baroni, repubblicani, e popolo. I baroni al nuovo re
> volentieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori, nè
> stavano senza speranza di avere, od a ricuperare gli antichi privilegi,
> perciocchè malgrado delle dimostrazioni contrarie i Napoleonidi
> tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne dei nuovi. I
> repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse re, che di
> ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano, che gli aveva
> cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava anche loro
> fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che indirizzava
> ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un nome
> feudatario. Per questo temevano, che ad un bel bisogno gli desse in
> preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo se gli
> conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il popolo,
> che non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe, si sarebbe
> facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle
> violenze dei magnati, ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino
> tutto intento a vezzeggiar i baroni, trascurava il popolo, il quale
> vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno
> che volesse governare con assoluto imperio, il tacere della
> constituzione, che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire.
> Inoltre ordinò che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò
> fe' sorgere mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio
> se ne contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome
> poi le provincie non quietavano, e che massimamente le Calabrie secondo
> il solito imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per
> provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente
> eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato,
> era obbligato a portarle come guardia non pagata. Veramente, quand'io
> considero gli ordini d'Europa, mi maraviglio; perchè mi pare che negli
> stati, in cui la metà e più della rendita pubblica va nel pagar soldati,
> gli stati debbono guardar i cittadini, e che un cittadino che paga in
> tasse ed in figliuoli soldati quanto lo stato gli domanda, perchè lo
> guardi, debb'esser guardato dallo stato: pure veggo, che dopo avergli
> dato e tasse, e figliuoli, è ancora obbligato a cingersi la sciabola per
> guardarsi da se. Queste sono le libertà e le felicità europee.
> 
> Giovacchino, come soldato, comportava ogni cosa ai soldati: ne nasceva
> una licenza militare insopportabile. Seguitava anche quest'effetto, che
> il solo puntello che avesse alla sua potenza, erano i soldati, e che
> nissuna radice aveva nell'opinione dei popoli. Le insolenze soldatesche
> si moltiplicavano. Non solo ogni volontà, ma ogni capriccio di un capo
> di reggimento, anzi di un ufficiale qualunque dovevano essere obbedite,
> come se fossero leggi: chi anzi si lamentava, era mal concio, e per poco
> dichiarato nemico del re. Molto, e con ragione si erano doluti i popoli
> delle insolenze dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano
> maggiori. Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando protezione
> ed emenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si notava
> come gran caso, che chi si era lagnato non fosse mandato per la
> peggiore. Nascevano nelle province un tacere sdegnoso, ed una
> sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si
> trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa che attendeva alla
> persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nissuna quiete,
> nissun ordine poteva esser pei cittadini, nè nel silenzio della notte,
> nè nelle feste del giorno; perchè solo un ufficiale della guardia il
> volesse, tosto turbava con importuni romori, minacce ed insolenze i
> sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni cosa. I mandatarj
> dei magistrati civili, che s'attentavano di frenare sì biasimevoli
> eccessi, erano dai soldati svillaneggiati, scherniti e battuti; e
> sonsene veduti di quelli, che arrestati per aver fatto il debito loro,
> dalle sfrenate soldatesche, e condotti sotto le finestre del palazzo
> reale, furono, veggente il re, segni di ogni vituperio. Quest'era lo
> stato di Napoli, quest'un governar peggiore che di Turchia. Troppo era
> fresco il dominio di Murat, a fare che un tal procedere non fosse non
> solamente barbaro, ma ancora pericoloso.
> 
> I mali umori prodotti dalle enormità commesse dai soldati di Murat
> davano speranza alla corte di Palermo, che le sue sorti potessero
> risorgere nel regno di qua dal Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile
> nelle Calabrie, nè gli Abruzzi quietavano. Erano in questi moti varie
> parti, e vari fini; alcuni di coloro che combattevano contro
> Giovacchino, e che avevano combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al
> re Ferdinando, altri amatori della repubblica. Taccio di coloro, e non
> erano pochi, che solo per amore del sacco e del sangue avevano le armi
> in mano. Non sarà, credo, narrazione incresciosa a chi leggerà queste
> storie, se io racconterò come, e per qual cagione la setta dei carbonari
> a questi tempi nascesse. Alcuni dei repubblicani più vivi, ritiratisi
> durante le persecuzioni usate contro di loro, nelle montagne più aspre,
> e nei più reconditi recessi dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano
> portato con se un odio estremo contro il re, non solamente perchè loro
> persecutore era stato, ma ancora perchè era re. Nè di minore odio erano
> infiammati contro i Francesi, sì perchè avevano disfatto la repubblica
> propria, e quelle d'altrui, sì perchè gli avevano anche perseguitati.
> Non potevano costoro pazientemente tollerare, che in cospetto loro, non
> che di Ferdinando, di Giovacchino, non che di Giovacchino, di regno si
> favellasse. Così tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odj
> loro contro i re e contro i Francesi fra immense solitudini
> continuamente infiammavano. Ma sulle prime isolati, ed alla spartita
> vivendo, nissun comune vincolo gli congiungeva, intenti piuttosto ad
> arrabbiarsi, che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia,
> ebbero notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare
> il regno contro i Francesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra di
> loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni, e
> creassero nuovi seguaci. Per accendergli promettevano gl'Inglesi qualche
> forma di constituzione. Sorse allora la setta dei carbonari, la quale
> acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine, e si mostrò la prima
> volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie, dove si fa una
> grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarj sapevano, ed
> esercevano veramente l'arte del carbonajo. Siccome poi non ignoravano,
> che a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace che le apparenze
> astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti maravigliosi.
> Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di sorprendente facoltà
> persuasiva, che per nome si chiamava Capobianco. Avevano i carbonari
> quest'ordine comune coi liberi muratori, che gli ammessi passavano
> successivamente per varj gradi fino al quarto; che celavano i riti loro
> con grande segretezza; che a certi statuiti segni si conoscevano fra di
> loro; ma in altri particolari assai erano diversi i carbonari dai liberi
> muratori; conciossiachè, siccome il fine di questi è il beneficare
> altrui, e di banchettar se stessi, così il fine di quelli era l'ordine
> politico degli stati. Avevano i carbonari nel loro procedere assai
> maggior severità dei liberi muratori, perchè non mai facevano banchetti,
> nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il loro principal rito in ciò
> consisteva, che facessero vendetta, come dicevano, dell'agnello stato
> ucciso dal lupo, e per agnello intendevano Gesù Cristo, e pel lupo i re,
> che con niun altro nome chiamavano, se non con quello di tiranni. Se
> stessi poi nel gergo loro chiamavano col vocabolo di pecore, ed il lupo
> credevano essere il monarca, sotto il quale vivevano. Opinavano altresì
> che Gesù Cristo sia stato la prima e la più illustre vittima della
> tirannide, e protestavano volerlo vendicare con la morte dei tiranni.
> Così come adunque i liberi muratori intendono a vendicar la morte del
> loro Iramo, i carbonari intendevano a vendicare la morte di Cristo. In
> questa setta entravano principalmente uomini del volgo, sulla
> immaginazione dei quali gagliardissimamente operavano, con vivi colori
> rappresentando la passione, e la morte di Cristo, e quando nelle loro
> congreghe i riti loro adempivano, avevano presente un cadavere tutto
> sanguinoso, che dicevano essere il corpo di Gesù Cristo. Quale effetto
> in quelle Napolitane fantasie sì terribili forme partorissero, ciascuno
> sel può considerare. Erano i segni loro per conoscersi vicendevolmente,
> quando s'incontravano, oltre alcuni altri, il toccarsi la mano ed in
> tale atto col pollice segnavano una croce nella palma della mano l'uno
> dell'altro. Quello, che i liberi muratori chiamano loggia, essi baracca
> chiamavano, e le assemblee loro col nome di vendite distinguevano, ai
> carbonari veri alludendo, i quali scendendo dalle montagne andavano a
> vendere il carbone loro pei mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo
> detto, molto fortemente di repubblica: niun altro modo di reggimento
> volevano, che il repubblicano, ed in repubblica già si erano ordinati
> apertamente nelle parti di Catanzaro sotto la condotta di quel
> Capobianco, che abbiamo sopra nominato. Odiavano acerbamente i Francesi,
> acerbissimamente Murat per essere Francese e re, ma non per questo erano
> amici di Ferdinando, perchè piuttosto non volevano re. Nati prima
> nell'Abruzzo e nelle Calabrie, si erano propagati nelle altre parti del
> regno, e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro, e
> creato consettarj. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i
> lazzaroni della secreta lega erano consapevoli e partecipi.
> 
> Vedendo Ferdinando, che la potenza dei carbonari era cosa d'importanza,
> si deliberava, a ciò massimamente stimolato da Carolina sua moglie e
> dagl'Inglesi, di fare qualche pratica acciocchè se possibil fosse,
> concorressero co' suoi proprj aderenti al medesimo fine, che era quello
> di cacciar i Francesi, e di restituirgli il regno. Principale mezzano di
> queste pratiche era il principe di Moliterno, che, tornato
> d'Inghilterra, dove si era condotto per proporre a quel governo, che
> dichiarasse l'unione e l'independenza di tutta Italia, se vi voleva far
> frutto contro i Francesi, le quali proposte non volle l'Inghilterra
> udire, non fidandosi del principe, per essere stato repubblicano, si era
> in Calabria fatto capo di tutti gli antichi seguaci del cardinal Ruffo,
> e vi teneva le cose molto turbate contro Giovacchino. Parlava
> efficacemente dell'unione e independenza dell'Italia, ed in queste
> dimostrazioni era ardentemente secondato dalla regina, che si persuadeva
> di potere con questo allettativo, non solamente ricuperare il regno, ma
> ancora acquistare qualche altra parte importante. Pareva Moliterno
> personaggio atto a questi maneggi coi carbonari, perchè ai tempi di
> Championnet era stato aderente della repubblica, ed anzi per questa sua
> opinione proscritto dalla corte di Napoli. I carbonari, sì perchè erano
> aspramente perseguitati dai soldati di Murat, sì perchè Moliterno
> sentiva di repubblica, e sì perchè finalmente molto si soddisfacevano di
> quella unione e independenza d'Italia, prestavano favorevoli orecchie
> alle proposte del principe e della regina. Ciò non ostante stavano di
> mala voglia, e ripugnavano al venire ad un accordo con gli agenti regj.
> Per vincere una tale ostinazione, il governo regio di Palermo dava
> speranza ai carbonari, che avrebbe loro dato una constituzione libera a
> seconda dei desiderj loro. Per questi motivi, e massimamente per questa
> promessa, consentirono ad unirsi con gli aderenti del re a liberazione
> del regno dai Francesi. A queste risoluzioni vennero la maggior parte
> dei carbonari; ma i più austeri, siccome quelli che abborrivano da ogni
> qualunque lega con coloro che stavano ad un servizio regio, continuarono
> a dissentire, e questa parte discordante fu quella, che ordinò quella
> repubblica di Catanzaro, che abbiamo sopra nominato.
> 
> L'unione dei carbonari coi regj diede maggior forza alla parte di
> Ferdinando in Calabria; ma dal canto suo Giovacchino, in cui non era la
> medesima mollezza che in Giuseppe, validamente resisteva, massime nelle
> terre murate, cooperando alla difesa i soldati Francesi guidati da
> Partonneaux, i soldati Napolitani, e le legioni provinciali. Ogni cosa
> in iscompiglio: la Calabria non era nè del re Ferdinando nè del re
> Giovacchino; le soldatesche ed i sollevati ne avevano in questa parte ed
> in quella il dominio. Seguitavano tutti gli effetti della guerra
> disordinata e civile, incendj, ruine, saccheggi, stupri, e non che
> uccisioni, assassinj. I fatti orribili tanto più si moltiplicavano,
> quanto più per l'occasione della guerra fatta nel paese, uomini di mal
> affare di ogni sorta, banditi, ladri, assassini, a cui nulla importava
> nè di repubblica, nè di regno, nè di Ferdinando, nè di Giovacchino, nè
> di Francesi, nè d'Inglesi, nè di papa, nè di Turco, ma solo al sacco ed
> al sangue intenti, dai più segreti ripostigli loro uscendo, commettevano
> di quei fatti, dai quali più la umanità abborrisce, e cui la storia più
> ha ribrezzo a raccontare. Così le Calabrie furono da questo momento in
> poi, e per due anni continui fatte rosse da sangue disordinatamente
> sparso, finchè lo spavento cagionato da sangue ordinatamente sparso le
> ridusse a più tollerabile condizione.
> 
> Le ruine si moltiplicavano; la Spagna ardeva, l'Italia, e la meridional
> parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria
> spaventata, la Prussia serva, la Russia divota, la Turchìa aderente, la
> terraferma Europea tutta obbediente a Napoleone o per forza, o per
> condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuore d'Italia, debole per
> soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone
> spinto dall'ambizione, ed acciecato dalla prosperità aveva messo fuori
> certe parole sull'imperio di Carlomagno, suo successore nei dritti e nei
> fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui
> traevano gli stipendj, avessero potuto, imperatore dei Francesi
> chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non
> che della Francia, di tutta l'Italia, di tutta la Spagna, di tutta la
> Germania, di quanto insomma componeva l'impero d'Occidente ai tempi di
> quel glorioso imperatore.
> 
> Adunque con quell'insegna di Carlomagno in fronte s'avventava contro il
> papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto
> suona, non fosse ridotta in sua potestà. Gli pesava, che ancora in
> Italia una piccola parte fosse, che a lui non obbedisse. Dal canto suo
> il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella
> condizione servile, nella quale erano caduti chi per debolezza e chi per
> necessità quasi tutti i principi d'Europa. Così chi aveva armi cedeva,
> chi non ne aveva resisteva. Pio settimo, non che resistesse, fortemente
> rimostrava al signore della Francia acerbamente dolendosi, che per gli
> articoli organici, e pel decreto di Melzi fossero stati i due concordati
> guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione
> manifesta dei decreti dei concilj, e del santo vangelo stesso. Si
> lamentava che nel codice civile di Francia, introdotto anche per ordine
> dell'imperatore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto
> contrario alle massime della Chiesa, ed ai precetti divini.
> Rimproverava, che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed
> era la Francia, con legge uguale si ragguagliassero la religione
> cattolica, e le dissidenti, non esclusa anche l'ebrea, nemica tanto
> irreconciliabile della religione di Cristo.
> 
> Di tutte queste cose ammoniva l'imperatore, dell'esecuzione delle sue
> promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone
> vincitore dell'Austria, della Prussia e della Russia, non era più quel
> Napoleone ancor tenero ne' suoi principj. Per la qual cosa volendo ad
> ogni modo venir a capo del suo disegno del farsi padrone di Roma, o che
> il papa vi fosse, o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che
> essendo egli il successore di Carlomagno, gli stati pontificj, siccome
> quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlomagno,
> appartenevano all'impero Francese; che se il pontefice era il signore di
> Roma, egli ne era l'imperatore; che a lui, come a successore di
> Carlomagno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come
> egli al pontefice la doveva nelle spirituali, che uno dei diritti
> inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il
> signore di Roma a far con lui, e co' suoi successori, una lega difensiva
> ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice,
> essendo soggetto all'imperio di Carlomagno, non si poteva esimere
> dall'entrare in questa lega, e dall'avere per nemici tutti coloro che di
> lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto
> da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la
> donazione di Carlomagno, di spartire gli stati pontificj e di dargli a
> chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe
> l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con
> potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di
> vescovo di Roma.
> 
> Quest'estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a
> Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta
> l'autorità sua l'aveva ajutato a salire sul suo seggio imperiale,
> dimostrava in chi le faceva, una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il
> pontefice, esser caso maraviglioso, che il sovrano di Roma, dopo dieci
> secoli di possessione non contestata, fosse necessitato a far le sue
> difese contro colui, che pocanzi aveva consecrato imperatore; sapere il
> mondo, che il glorioso imperatore Carlomagno, la cui memoria sarà sempre
> benedetta nella chiesa, non aveva dato alla santa Sede le province di
> dominio pontificio: sapere che già dai tempi molto anteriori a
> Carlomagno, erano esse state possedute dai pontefici Romani per la
> dedizione libera dei popoli abbandonati dagli imperatori d'Oriente;
> sapere, che nel progresso dei tempi l'esarcato di Ravenna, e della
> Pentapoli, che queste medesime province comprendeva, essendo stato
> invaso dai Longobardi, l'illustre e religioso Pipino, padre di
> Carlomagno, lo aveva loro tolto dalle mani per un atto di donazione
> solenne a papa Stefano attribuendolo; che quel grande imperatore,
> l'ornamento e l'ammirazione dell'ottavo secolo, non che avesse voluto
> rivocare il pietoso e generoso atto di Pipino suo padre, l'aveva anzi
> confermato, ed appruovato sotto papa Adriano; che, non che avesse voluto
> spogliare la Romana Sede delle sue possessioni, non altro aveva fatto,
> nè voluto fare che restituirgliele ed aumentargliele; che tant'oltre era
> proceduto, che aveva comandato espressamente nel suo testamento a' suoi
> tre figliuoli di difenderle colle armi; che a' suoi successori nissuna
> potestà, nissun diritto aveva lasciato di rivocare quanto Pipino suo
> padre aveva fatto a favore della cattedra di San Pietro; che solo ed
> unico suo intento era stato di tutelar i pontefici Romani contro i loro
> nemici, e non obbligargli a dichiararsi contro di loro; che dieci secoli
> posteriori, che mille anni di possessione pacifica rendevano inutile
> ogni ricerca anteriore, ogni interpretazione posteriore; che finalmente
> supponendo eziandìo che i pretesi diritti di Carlomagno non fossero
> senza fondamento, non aveva l'imperator Napoleone trovato nè la santa
> Sede, nè il papa in quella condizione, in cui gli aveva trovati
> Carlomagno; conciossiachè avesse l'imperator Napoleone trovato la santa
> Sede libera, suddita a nissuno, in piena ed intiera sovranità di tutti i
> suoi stati fin da dieci secoli addietro senza interruzione alcuna, e che
> inoltre le sanguinose vittorie da lui acquistate contro altri popoli non
> gli davano il diritto d'invadere gli stati del pontefice, poichè sempre
> il pontefice era vissuto in pace con lui.
> 
> Troppo seriamente rispondeva il pontefice alle allegazioni di Napoleone,
> perchè niuno meno le stimava, che Napoleone stesso. Certamente se a quel
> modo si rivangassero tutte le ragioni antiche, o vere o finte, ma
> consumate dalla vecchiezza, nissuna possessione certa più vi sarebbe, ed
> il mondo andrebbe tutto in un fascio. Instava adunque minacciosamente
> l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione Italica coi re
> d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli
> amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era
> ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva
> ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi
> nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra,
> avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe. La condizione proposta,
> non che migliorasse, peggiorava quella del pontefice; perciocchè solo
> scopo della confederazione fosse l'unirsi contro gl'infedeli, e contro
> gl'Inglesi, mentre la lega difensiva ed offensiva importava, che il papa
> dovesse far guerra a qualunque principe o stato, che fosse in guerra
> coll'imperatore; dal che ne poteva nascere nel papa la necessità, non
> solamente di far guerra ad un principe cattolico, ma ancora di unirsi ad
> un principe non cattolico per far guerra ad un cattolico, condizione del
> tutto insopportabile alla Sedia apostolica. A questi motivi aggiungeva
> il pontefice, che se si videro papi far leghe e guerre contro principi
> cattolici, non si leggeva però nelle storie, ch'eglino si fossero
> obbligati perpetuamente ad incontrar nimicizia e ad aver guerra con
> chiunque, a cui piacesse ad altri intimare nimicizia e guerra, senza che
> dei motivi potessero giudicare, e solo perchè ad altri piacesse
> assumersi nemicizie e guerre. Sclamava poscia papa Pio, sentire l'animo
> suo orrore e dolore, ricordandosi essere stato richiesto dall'imperatore
> di un trattato d'alleanza, pel quale avrebbe egli dovuto obbligarsi a
> tener per nemici tutti i suoi nemici, e a dichiarar la guerra a quanti
> l'imperatore, od i suoi successori, in perpetuo dichiarata l'avessero.
> Non esser questo armare il padre contro i figliuoli? Non i figliuoli
> contro il padre? Non mescolare in infinite questioni la chiesa di Dio,
> in cui come in proprio santuario, seggono la carità, la pace, la
> dolcezza, e tutte le virtù? Non volere, che il sommo pontefice non più
> Aaron sia, ma Ismaele, uomo crudo e selvaggio? Non volere che alzi la
> mano contro tutti, e che tutti l'alzino contro di lui? Non volere che
> drizzi le nimichevoli insegne contro i suoi fratelli? A questo modo
> forse nella chiesa di Dio introdursi la pace? A questo modo la pace che
> il divino salvatore lasciò agli apostoli, ai pontefici loro successori,
> ed a lui? Cercasse l'imperatore questa pace, che è la pace dei savj,
> pace migliore delle armi dei guerrieri: la pace dei savj cercasse, dei
> savj, che sono la salute del mondo: quella sapienza cercasse, per cui un
> re prudente è il sostegno del suo popolo, che se cercare non la volesse
> per se, lasciassela almeno, quale eredità propria, ai pontefici, ai
> quali l'aveva data Cristo redentore. Essere il pontefice padre comune di
> tutti i fedeli, a loro obbligato di tutti i sussidj spirituali, nè
> potere più continuargli a coloro che fossero sudditi di un principe,
> contro il quale in virtù della lega fosse stato tirato a guerra. Doppia
> qualità nel Romano pontefice risplendere, sovranità temporale, e
> sovranità spirituale, non potere per motivi temporali offendere la
> primaria sua qualità, la spirituale, nè recar pregiudizio a quella
> religione, di cui egli era capo, propagatore, e vindice.
> 
> Avendo papa Pio con sì gravi querele esposto l'animo suo a Napoleone,
> andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore
> volesse consumar le sue minacce, impossessandosi degli stati della
> Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua santità a tali funesti
> avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed
> iniqua. Dichiarerebbe inoltre, che non già l'opera del genio, della
> politica e dei lumi (imperciocchè di queste parole appunto si era
> servito Napoleone, favellando degli ordinamenti della Romana sede)
> sarebbe distrutta, ma bensì l'opera dello stesso Dio, da cui ogni
> sovranità procede: adorerebbe sua santità profondamente i decreti del
> cielo, consolerebbesi col pensiero che Dio è il padre assoluto di tutti,
> e che tutto cede al suo divino volere, quando arriva la pienezza dei
> tempi da lui preordinata. Queste profetiche parole diceva Pio a
> Napoleone. L'imperatore perseverò nel dire, che a questo principio mai
> non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto
> il dominio del quale e' sono nati, e che intenzion sua era, che tutta
> l'Italia, Roma, Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e
> difensiva per allontanar dalla penisola i disordini della guerra. Questa
> sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva
> e non poteva essere interrotta, nè in pace, nè in guerra per uno stato
> intermedio, che a lui non s'appartenesse, tra i suoi stati di Napoli e
> di Milano. Inoltre voleva e comandava, che i porti dello stato
> pontificio fossero, e restassero serrati agl'Inglesi. Alle quali
> intimazioni aveva il pontefice risposto, oltre che se Napoleone si aveva
> preso Napoli, Toscana e Milano, non era certamente colpa del papa, che
> nelle guerre anteriori tra Francia, Austria e Spagna lo stato pontificio
> era sempre stato intermedio senza che queste potenze se ne dolessero, e
> prendessero pretesto per torre lo stato ai sovrani di Roma, e nel caso
> presente la interruzione non sussisteva, essendo lo stato Romano
> occupato dai soldati dell'imperatore, che con ogni libertà, e con
> intollerabile aggravio della camera apostolica andavano e venivano dal
> regno d'Italia al regno di Napoli, e così da questo a quello: che quanto
> al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non
> potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano
> l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della
> concordia, all'imperatore.
> 
> Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse manca,
> se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello, che aveva
> per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e d'Italia e del mondo.
> Perchè poi la forza fosse ajutata dall'inganno, accompagnava le sue
> risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la
> potestà secolare. Non esser buoni i preti, diceva, per governare:
> immersi nei loro studj teologici non conoscere gli uomini: avere Roma
> abbastanza turbato il mondo: non comportare più il secolo le Romane
> usurpazioni; avere i lumi fatto conoscere a quale stima debbano esser
> messi i decreti del Vaticano: ad ognuno oggimai esser noto, quanto
> assurda cosa fosse il mescolare l'imperio col sacerdozio, il temporale
> con lo spirituale, la corona con la tiara, la spada con la croce: avere
> Gesù Cristo detto, che il regno suo non era di questo mondo: non dover
> essere di questo mondo il regno del suo vicario: pel bene della
> cristianità, non perchè vi seminassero discordie e guerre, avere
> Carlomagno dato ai papi la sovranità di Roma: poichè ne volevano
> abusare, doversi la donazione annullare: non più sovrano, ma solamente
> vescovo di Roma fosse Pio: a questo modo, e nel tempo stesso provvedersi
> ai bisogni della religione ed alla quiete universale. Così Napoleone si
> era servito della religione contro la filosofia per farsi imperatore,
> poi si servì della filosofia contro la potenza pontificia per farsi
> padrone di Roma, stimolando a vicenda, secondochè le sue ambizioni
> portavano, i preti contro i filosofi, i filosofi contro i preti.
> Prevedendo che un gran numero di fedeli in Francia, abbracciando la
> giustizia della causa del pontefice, avrebbero sentito mal volentieri le
> sue risoluzioni contro di lui, e che le avrebbero chiamate persecuzione,
> parola di molta efficacia fra i cristiani, si voltava a lusingare
> secondo l'arti sue, i Francesi, con pruovarsi di accrescere la dignità e
> l'autorità della nazione nelle faccende religiose. Pensava che i
> Francesi, avendo il predominio temporale, avrebbero anche amato lo
> spirituale. Perciò instantemente richiedeva, anche colla solita minaccia
> di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa, che
> riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti
> cardinali, quanti bastassero, perchè il terzo almeno del sacro collegio
> si componesse di cardinali Francesi. Se il papa consentiva, acquistava
> Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente
> nelle nomine dei papi: se ricusava, avrebbe paruto alla nazione Francese
> che egli le negasse ciò, che per la sua grandezza credeva meritarsi. Non
> potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda, che vulnerava
> la libertà della Chiesa, ed offendeva la sua più intima constituzione: a
> chi non era noto, essere i cardinali la più principale, e la più
> essenzial parte del clero Romano? Il primo dover loro essere il
> consigliare il sommo pontefice. A chi appartenersi, a chi doversi
> appartenere la elezione degli uomini atti a tanta dignità, atti a tanto
> carico, se non a colui che da loro debb'essere consigliato? Hanno i
> principi della terra i loro consiglieri, da loro eletti; alla sola
> Romana Chiesa, al solo Romano pontefice fia questa facoltà negata?
> Essere i cardinali non solamente consiglieri, ma ancora elettori del
> papa. Ora quale libertà poter essere nella elezione, se un principe
> secolare un numero sì grande d'elettori potesse nominare? Se a Napoleone
> si consente, gli altri principi non la pretenderanno eglino? Non sarebbe
> allora il pontefice Romano posto del tutto in balìa dei principi del
> secolo? Convenirsi certamente, che di ogni cattolica nazione siano
> eletti cardinali, ma la convenienza non esser obbligo: sola norma, sola
> legge dover essere al papa il chiamar cardinali coloro, che più per
> virtù, per dottrina, per pietà risplendono, di qualunque nazione siano,
> qual lingua parlino. Sapere il pontefice, che il suo rifiuto sarebbe
> volto dai malevoli a calunnia, come se il santo padre non avesse nella
> debita stima il clero di Francia; ma chiamare Dio e gli uomini in
> testimonio de' suoi affetti diversi: conoscergli il clero stesso,
> conoscergli l'imperatore, conoscergli il mondo, che già vedeva sedere
> nel sacro collegio, oltre due Genovesi ed un Alessandrino, sei cardinali
> Francesi; un altro dotto e virtuoso prelato volervi chiamare; di ciò
> contenterebbesi chi contentabil fosse; ma non poter il santo padre
> contentar altri di quello, di cui non si contenterebbe egli stesso.
> 
> Non si rimoveva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo
> dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali, o si piglierebbe
> Roma. Tentato di render Pio odioso ai Francesi, il volle fare
> disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse
> da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli
> non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di
> Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per
> consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro, che a Roma
> il rappresentavano.
> 
> L'appetita Roma veniva in mano di colui, che ogni cosa appetiva. Se vi
> fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. S'avvicinavano
> i Napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare
> contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli:
> erano seimila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per
> opprimere un papa; Alquier, ambasciadore di Napoleone presso la santa
> Sede, anch'ei vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato,
> e ritraeva di vantaggio del suo signore. Era giunto il mese di gennajo
> al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni cardinale,
> segretario di stato, che seimila Napoleoniani erano per traversare,
> senza arrestarvisi, lo stato Romano; che Miollis prometteva, che
> passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal
> fama, che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con
> queste lettere l'itinerario dei soldati, dal quale appariva, che
> veramente indirizzavano verso il regno di Napoli il loro cammino, e non
> dovevano passare per la città. Di tanta mole era l'ingannare un papa!
> Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi, che andassero a
> Napoli, quelli, che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava
> formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e
> dichiarasse apertamente, e senza simulazione alcuna, il motivo del
> marciare di questi soldati, acciocchè sua santità potesse fare quelle
> risoluzioni, che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, avere
> mandato la norma del viaggio dei soldati, e sperare, che ciò basterebbe
> per soddisfare i ministri di sua santità. Il tempo stringeva: i
> comandanti Napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui
> preti, sul papa, e sui soldati del papa, minacciavano, che entrerebbero
> in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle
> mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per
> caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini
> erano i Napoleoniani, che vedevano le mura della Romana città. Alquier
> tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con
> asseverazione grandissima, che erano solamente di passo, e non avevano
> nissuna intenzione ostile. I Napoleoniani intanto, arrivati più presso,
> assaltarono a armata mano il dì due febbrajo la porta del popolo, per
> essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo,
> recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre
> nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierìe loro con le
> bocche volte contro il Quirinale, abitazione quieta del pontefice. La
> posterità metterà al medesimo ragguaglio le promesse di Alquier, ed il
> suo invocar la fede di un generale da una parte, dall'altra quello
> sdegnarsi di Ginguenè, ambasciatore del direttorio a Torino, al solo
> pensare, che il governo Piemontese potesse sospettare, che i Francesi
> fossero per abusare contro il re della possessione della cittadella.
> Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti,
> Miollis domandava per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed
> avendola ottenuta, si scusò con dire, che non per suo comandamento le
> bocche dei cannoni erano state volte contro il Quirinale palazzo, come
> se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma, ed al capo della cristianità
> consistesse in questa sola violenza, che certamente era molto grave.
> Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, che era pure
> l'importanza del fatto, non fece parola.
> 
> Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusava Napoleone dello aver
> dato asilo ne' suoi stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori
> contro lo stato di Murat; per questo affermava, aver occupato Roma: il
> papa stesso accagionava di connivenza. Alquier gliene fece querele,
> quasichè non sapesse, che i soldati di Napoleone già da lungo tempo
> erano padroni dello stato ecclesiastico, che di propria autorità, e
> contro il diritto delle genti vi avevano arrestato e carcerato uomini
> sospetti, o non sospetti, e che il governo pontificio stesso, ogni qual
> volta che ne era stato richiesto, aveva ordinato arresti, e carcerazioni
> d'uomini sospetti a Francia. Del rimanente voleva Alquier, non so se per
> pazzìa, o per ischerno, che il papa avesse, e trattasse ancora, come
> amiche, le truppe, che violentemente avevano occupato la sua capitale, e
> la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo
> palazzo quello, che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol
> fare. A questo tratto non potè più contenere se medesimo il pontefice:
> sdegnosamente scrisse all'ambasciadore Napoleonico, non terrebbe più per
> amici quei soldati, che rompendo le più solenni promesse, erano entrati
> in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua
> libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la
> propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano
> sopra il suo erario, e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva, che
> essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato,
> non intendeva più, nè voleva negoziare, e che solo allora si
> risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che
> sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.
> 
> Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante
> Napoleonico intimava ai cardinali Napolitani Ruffo-Scilla, Pignatelli,
> Saluzzo, Caracciolo, Caraffa, Trajetto, e Firrao nel termine di
> ventiquatt'ore partissero da Roma, e tornassero a Napoli. Se nol
> facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima,
> termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali
> nati nel regno Italico, che furono quest'essi: Valenti, Caradini,
> Casoni, Crivelli, Giuseppe Doria, Della-Somaglia, Roverella, Scotti,
> Dugnani, Braschi-Onesti, Litta, Galeffi, Antonio Doria, e Locatelli.
> Risposero, stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto
> ordinasse.
> 
> A tanto oltraggio il pontefice, quantunque in potestà d'altri già fosse
> ridotto, gravemente risentissi. Scrisse ai cardinali, si ricordassero
> degli obblighi e dei giuramenti loro verso la santa Sede, imitassero il
> suo esempio, sofferissero piuttostochè contaminarsi, non potere sua
> santità permettere che partissero; proibirlo anzi a tutti ed a singoli
> in virtù di quella obbedienza che a lui giurato avevano. Raccomandava, e
> comandava loro, prevedendo che la forza gli avrebbe indegnamente divulsi
> dal suo grembo, che se a qualche distanza di Roma fossero lasciati, non
> continuassero il viaggio; vedesse il mondo che la forza altrui, non la
> volontà loro, gli sveglieva da Roma.
> 
> La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si
> disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati
> Napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le
> guardie pontificie, ogni cosa recarono in poter loro. Postovi poscia
> soprantendenti e spie, non solamente s'impadronivano degli spacci, ma
> ancora, secondochè loro aggradiva, aprivano e leggevano le lettere,
> enorme violazione della fede sì pubblica che privata, e del diritto
> delle genti. Al medesimo fine invasero tutte le stamperie di Roma per
> modo che nulla, se non quanto permettevano essi, stampare si potesse.
> Quindi nasceva che nelle scritture che ogni giorno si pubblicavano,
> massimamente nelle gazzette, le adulazioni verso Napoleone, e gli
> scherni contro il papa erano incessabili. Il papa stesso non potè
> pubblicare colle stampe una sua allocuzione ai cardinali del mese di
> marzo, e fu costretto a mandarne le copie attorno scritte a penna, ed
> autenticate di suo pugno.
> 
> Tolta al papa la forza civile, si faceva passo al torgli la militare.
> Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le Napoleoniche glorie
> e la felicità degl'imperiali soldati magnificando. Esortavansi
> instantemente i papali ad abbandonar le insegne della chiesa, ed a porsi
> sotto quelle dell'imperio. Pochi consentirono; i più resisterono.
> Riuscite inutili le instigazioni, toccossi il rimedio della forza;
> l'atto cattivo fu accompagnato da parole peggiori. Parlava Miollis il dì
> ventisette marzo ai soldati del papa: essere l'imperatore e re contento
> di loro, non esser più all'avvenire per ricever ordini nè da femmine, nè
> da preti; dovere i soldati esser comandati da soldati; stessero sicuri,
> che non mai più tornerebbero sotto le insegne dei preti; darebbe loro
> l'imperatore e re generali degni per bravura di governargli. Questi
> erano scherni molto incivili. Del rimanente, che le femmine ed i preti
> abbiano comandato a soldati, in quel modo che il diceva il generale
> Napoleonico, poichè nè il papa, nè i cardinali, nè alcuna donna di Roma
> erano generali, o colonnelli, si è veduto (il che però io non sarò mai
> per lodare) in tutti i tempi ed in tutti i paesi, anche in Francia, e
> nel regno ultimo d'Italia. Miollis stesso vide peggio, poichè vide Elisa
> principessa, e Carolina regina, Napoleonidi, far rassegne e mostre, e
> comandar mosse d'imperiali soldati. Un Frici colonnello, mancando nella
> fede, si accomodò coi nuovi signori: fu accarezzato. Un Bracci
> colonnello ricusò: fu carcerato, poi bandito. Carcerati altri tre, e
> mandati, per aver conservato la fede loro, nella fortezza di Mantova. A
> questo modo stimavano e ricompensavano i Napoleoniani gli uomini fedeli
> ai loro principi ed alle loro patrie. I soldati furono per forza
> costretti alle insegne Napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia
> nel regno Italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.
> 
> Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie,
> piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Napoleoniani che quest'ultimo
> suo ricetto fosse turbato dalle armi forestiere, non contenti, se non
> quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto. Andavano il
> dì sette aprile all'impresa del prendere il pontificale palazzo;
> s'appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi stava a
> guardia, rispose che non lascerebbe entrar gente armata, ma solamente
> l'uffiziale che le comandava. Parve soddisfarsene il capitano
> Napoleonico: fatto fermar i soldati, entrava solo; ma non così tosto fu
> lo sportello aperto e l'ufficiale entrato, che aggiungendo la sorpresa
> alla forza, fece segno a' suoi che entrassero. Entrarono: volte le
> baionette contro lo svizzero, occuparono l'adito. S'impadronirono,
> atterrando romorosamente le porte, delle armi delle papali guardie; i
> più intimi penetrali invasero. Intimarono al capitano della guardia
> Svizzera, sarebbe ai soldi e sotto le insegne di Francia: ricusò
> costantemente. Le medesime intimazioni fecero alle guardie delle
> finanze, e perchè ricusarono, le condussero carcerate in castello.
> Intanto altri corpi di Napoleoniani giravano per la città: quante
> guardie nobili incontrarono, tante arrestarono.
> 
> Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis;
> ma le sue querele non muovevano il generale Napoleonico; che anzi negli
> eccessi moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor
> Guidobono Cavalchini, governator di Roma, ordinando che fosse condotto a
> Fenestrelle, fortezza alle fauci dell'Alpi sopra Pinerolo, che fondata
> dai re di Sardegna a difesa d'Italia, era ora per volontà di Napoleone
> divenuta carcere degl'Italiani, che anteponevano la fede alla fellonìa.
> Accusarono Cavalchini dello aver negato di ministrar giustizia secondo
> le leggi e regole del paese; del quale fallo, se era vero, il papa solo,
> non i forestieri, doveano giudicare. I napoleoniani portarono il prelato
> dentro i cavi sassi dell'orrido Fenestrelle.
> 
> A questi tratti il pontefice, fatto maggiore di se medesimo, in istile
> grave e profetico a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le viscere,
> diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio, che è cagione,
> che il sole levante venne dall'alto a visitarci, esortiamo, preghiamo,
> scongiuriamo te, imperatore e re Napoleone, a cambiar consiglio, a
> rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno manifestasti:
> sovvengati, che Dio è re sopra di te: sovvengati, ch'ei non eccettuerà
> persona; sovvengati, ch'ei non rispetterà la grandezza d'uomo che sia;
> sovvengati, ed abbi sempre alla mente tua davanti, ch'ei si farà vedere,
> e presto, in forma terribile, poichè quelli che comandano agli altri,
> saranno da lui con estremo rigore giudicati».
> 
> Napoleone cieco, e dall'inevitabile suo destino tratto, non attendeva
> alle spaventose e fatidiche voci del pontefice. Decretava il due aprile,
> che, stantechè il sovrano attuale di Roma aveva costantemente ricusato
> di far guerra agl'Inglesi, e di collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a
> difesa comune della penisola; stantechè l'interesse dei due reami, e
> dell'esercito d'Italia e di Napoli esigevano che la comunicazione non
> fosse interrotta da una potenza nemica; stantechè la donazione di
> Carlomagno, suo illustre predecessore, degli stati pontificj era stata
> fatta a benefizio della cristianità, non a vantaggio dei nemici della
> nostra santa religione; stante finalmente che l'ambasciadore della corte
> di Roma appresso a lui aveva domandato i suoi passaporti, le province
> d'Urbino, Ancona, Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per
> sempre unite al suo regno d'Italia: il regno Italico il dì undici maggio
> prendesse possessione delle quattro province, vi si pubblicasse ed
> eseguisse il codice Napoleone; fossero investite nel vicerè amplissime
> facoltà per esecuzione del decreto.
> 
> Già innanzi che questo decreto fosse preso, e quando ancora i negoziati
> colla santa sede erano in pendente, aveva Napoleone nelle quattro
> province, non solamente usato l'autorità sovrana con manifesta
> violazione di quella del pontefice, ma ancora commesso atti di vera
> tirannide. Vi aveva mandato con titolo ed autorità di governatore il
> generale Lemarrois, il quale non così tosto vi fu giunto, che cassò
> dalla porta d'Ancona le arme del papa; sostituì quelle dell'imperatore,
> diede e tolse ordini ai magistrati della provincia, e tant'oltre
> trascorse, che fece arrestare e condur prigione nel castello di Pesaro
> monsignor Rivarola, governator di Macerata pel pontefice.
> 
> Il giorno stesso dei due aprile l'imperatore, conoscendo quanti prelati
> natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del pontefice, e
> volendo privare il santo padre del sussidio di tanti servitori ed amici,
> decretava, che tutti i cardinali, prelati, uffiziali ed impiegati
> qualsivogliano appresso alla corte di Roma, nati nel regno d'Italia
> fossero tenuti, passato il dì venticinque di maggio, di ridursi nel
> regno; chi nol facesse, avesse i suoi beni posti al fisco: i beni già si
> sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì cinque giugno. Questa
> deliberazione tanto più era da biasimarsi, quanto con lei s'impediva al
> pontefice, oltre l'esercizio dell'autorità temporale, la quale sola
> l'imperatore affermava voler annullare, ancora quello della spirituale,
> poichè il pontefice da se, e senza consiglieri ed impiegati, non poteva
> adempire nè l'uno nè l'altro ufficio. Taccio la crudeltà di voler torre
> sotto pena anche di confiscazione di beni, ad antichi e vecchi servitori
> sussidj di vita, dolcezza di abitudini, uso di un aere consueto. Nè so
> comprendere quale nuova dottrina sia questa, che l'uomo onorato non sia
> padrone di viversene dove più le pare e piace, e che chi è nato in un
> luogo debba, come se fosse una pianta, dimorarvi perpetuamente.
> 
> Nè solo la violenza del voler torre i servitori al papa si usò contro
> coloro, che erano nati nel regno Italico, ma ancora contro quelli che,
> sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano uffizj spirituali in quel
> regno. Il dì quindici luglio soldati Napoleoniani entrarono nel
> pontificale palazzo, e minacciosamente introdottisi nelle stanze del
> cardinal Giulio Gabrielli, segretario di stato e vescovo di Sinigaglia
> suggellarono il suo portalettere, e il diedero alla guardia di un
> semplice soldato. Poscia soldatescamente comandarono al cardinale,
> uscisse da Roma, termine due giorni, e se n'andasse al suo seggio di
> Sinigaglia. Si opprimeva e scacciava per tal modo da coloro, che di ciò
> fare niuna legittima facoltà avevano, un uomo nato in Roma, d'illustre
> legnaggio, di conosciuta innocenza, un vescovo, un cardinale, un primo
> ministro del papa. Accrebbe gravità al caso l'essergli stata fatta
> l'intimazione nel palazzo pontificale, ed al cospetto stesso del
> pontefice. Tanta violenza ed oltraggio commisero i Napoleoniani contro
> il cardinale, perchè obbediendo agli ordini del suo signore, aveva dato
> instruzioni per direzioni delle coscienze, a chi ne aveva bisogno.
> Sclamò il papa, questi essere delitti; i Napoleoniani non vi abbadarono.
> 
> Eugenio vicerè con solenne decreto del venti maggio spartiva le quattro
> provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone, e del Tronto
> chiamandogli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata,
> il terzo Urbino. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi
> territorj un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente, e due
> consiglieri di stato.
> 
> Si esigevano nelle province unite i giuramenti di fedeltà
> all'imperatore, d'obbedienza alle leggi e constituzioni. Il pontefice,
> che non aveva riconosciuto l'unione, e che anzi aveva contro la medesima
> protestato, non consentiva ai giuramenti pieni. Inoltre fra le leggi a
> cui si giurava obbedienza, era il codice Napoleone, nel quale, secondo
> l'opinione del pontefice, si contenevano capitoli contrarj, massime pei
> matrimonj, ai precetti del vangelo, ed ai decreti dei concilj,
> particolarmente del Tridentino. Perciò aveva scritto ai vescovi,
> decretando che fossero illeciti i giuramenti illimitati, implicando
> infedeltà e fellonìa verso il governo legittimo, e che solo si potesse
> promettere, e giurare di non partecipare in alcuna congiura, o trama, o
> sedizione contro il governo attuale, ed altresì di essergli fedele ed
> obbediente in tutto, che non fosse contrario alle leggi di Dio e della
> Chiesa. Ingiungeva ancora, che questo giuramento stesso niuno prestasse,
> se non astretto dall'ultima necessità, e quando il ricusarlo potesse
> portare con se qualche grave pericolo o pregiudizio. Protestava, che non
> intendeva per questa sua condiscendenza e permissione, dismettere o
> rinunziare i suoi diritti sopra i suoi sudditi, e gli altri che gli
> competevano, i quali tutti voleva conservare intieri ed illesi.
> Comandava inoltre, che niuno accettasse cariche od impieghi, dai quali
> ne nascesse la riconoscenza dell'usurpazione. Dichiarava finalmente, sua
> volontà essere, che i vescovi ed altri pastori ecclesiastici non
> cantassero i cantici spirituali, e particolarmente l'Ambrosiano, perchè
> non si conveniva, che in tanta afflizione della Chiesa, e fra tante
> opere violente ed ingiuste commesse contro di lei, si dessero segni di
> allegrezza nei tempj santi.
> 
> La volontà del pontefice manifestata ai vescovi nella materia dei
> giuramenti gli constituiva in molto difficile condizione; perchè dall'un
> de' lati Napoleone non voleva rimettere della sua durezza, dall'altro i
> vescovi ripugnavano a trasgredire i comandamenti del capo supremo della
> Chiesa. Posti fra le pene spirituali e le temporali, non sapevano a qual
> partito appigliarsi: ed era venuta la cosa tra la confiscazione e
> l'esilio da una parte, e il trasgredire dall'altra. Nè non meritava
> considerazione il pensare, quanto all'esilio, a quale mancanza di
> sussidj e di conforti spirituali verrebbero esposti i fedeli, se i
> pastori eleggessero quello, che il papa loro comandava. Napoleone
> intanto fulminava, e per mezzo del suo ministro dei culti intimava, che
> chi non andasse a Milano per giurare, avrebbe bando e confiscazione di
> beni. Vinse nei più la volontà del pontefice: e però già il cardinal
> Gabrielli, vescovo di Sinigaglia, i vescovi d'Arcolo Cappelletti, e di
> Castiglione di Montalto con altri loro compagni, erano in punto d'esser
> presi e trasportati in lontane regioni, con quell'aggiunta della
> confiscazione. A mitigare la durezza del tempo, ed a procurare loro
> qualche conforto giunse opportunamente Eugenio vicerè, mandato dal
> padre, che temeva gli effetti della resistenza ecclesiastica. Videro il
> giovine principe i vescovi, e con lui ristrettisi udirono da lui lodarsi
> gli scrupoli e la costanza loro nel non voler far quello, a che
> ripugnavano la coscienza propria e gli ordini del moderatore sovrano
> della Chiesa. Gl'informava, intenzione essere dell'imperatore, che si
> sospendessero per qualche giorno le esecuzioni rigorose: mandassero
> intanto i loro deputati al santo padre, e procurassero d'impetrare da
> lui, che i giuramenti si prestassero con alcuna modificazione. Le
> modificazioni alle quali consentiva l'imperatore erano di tre sorti;
> primieramente, fossero dispensati i vescovi dal viaggio di Milano ed in
> cospetto dei prefetti prestassero i giuramenti; secondamente, non
> sarebbe da loro richiesto altro giuramento, che quello statuito nel
> concordato ed appruovato dal pontefice, nel quale non si parlava nè di
> leggi, nè di costituzioni; terzamente, fosse loro lecito, innanzichè
> pronunziassero la forma del giuramento, esprimere, con quanta pubblicità
> volessero, che non volevano e non intendevano pronunciarla, se non nel
> senso diritto e puramente cattolico; dal che si sperava, che e il
> governo resterebbe appagato, e le coscienze illese. Non si lasciò il
> pontefice piegare ad alcuna modificazione. Da ciò ne nacque, che alcuni
> vescovi giurarono, fra gli altri l'arcivescovo d'Urbino, cosa sentita
> con molto sdegno dal papa: gli altri che ricusarono, andarono soggetti
> alle pene.
> 
> Circa l'accettazione degli impieghi ed uffizi civili, ed
> all'amministrazione dei sacramenti a coloro, che gli avessero accettati,
> aveva il pontefice statuito, che incorressero le censure coloro, che
> accettassero quegl'impieghi ed uffizi, i quali tendessero a ruina delle
> leggi di Dio e della Chiesa; gli altri fosse lecito accettare per
> dispensa del vescovo. Ma Napoleone, seguitando la sua volontà
> inflessibile ed arbitraria, ed a lei posponendo ogni altro rispetto,
> voleva che i vescovi pubblicamente dichiarassero, esser lecito per le
> leggi della Chiesa servire in qualunque carica od impiego il governo, e
> che a chi il servisse, amministrerebbero i sacramenti. Non obbedirono:
> affermavano, che se l'imperatore diceva sue ragioni per impadronirsi
> delle provincie, il papa diceva anche le sue per conservarle, e che alla
> fine a loro non s'apparteneva il definire sì gran contesa: che però
> senza taccia d'infamia e di prevaricazione, non potevano dichiarare
> lecito indistintamente ogni ufficio ed impiego; che l'amministrazione
> de' sacramenti, e nominatamente l'assoluzione dei peccati e delle
> censure ecclesiastiche, intieramente dipendevano dall'autorità superiore
> del pontefice; che se i subordinati oltrepassassero i termini posti da
> lei, l'assoluzione sarebbe nulla e di niun valore, non solamente nel
> foro esteriore, ma ancora a cospetto di Dio; che queste non erano
> opinioni che potessero ancora venir in controversia, ma dogmi
> inconcussi, dogmi di quella religione che dominava nel reame d'Italia
> per confessione stessa dell'imperatore; che se il papa era stato
> spogliato di una parte del suo dominio temporale, rimaneva intiera e
> piena la sua potestà spirituale; che a lui solo spettava la facoltà di
> definire in queste materie il lecito e l'illecito, e di allargare o di
> restringere la giurisdizione dei prelati inferiori; che pertanto sarebbe
> attentato scismatico e distruttivo dell'unità cattolica, il contraddire
> pubblicamente i suoi giudizi; essere parati, attestavano, a promuovere e
> mantenere con tutti i mezzi, che fossero in facoltà loro, la quiete
> dello stato, ma non voler arrogarsi una giurisdizione che a loro non
> competeva, e che non potrebbero, se non se sacrilegamente ed inutilmente
> usare. Così era nelle quattro province un conflitto tra armi ed
> opinioni, armi forti ed opinioni inflessibili: gli uomini distratti tra
> la coscienza e gl'interessi non sapevano più dove volgersi: prigioni a
> chi s'allontanava dalle armi, maledizioni a chi s'allontanava dalle
> opinioni, discordia, dolore e miseria per tutti. Tal era la condizione
> delle Marche, una volta sì prospere e sì felici, ora cadute ed infelici.
> Quanto al papa bene aveva operato Pio settimo col protestare, come fece,
> con tanta energia contro la usurpazione della sua sovranità: ma nel
> restante avrebbe dovuto imitare la prudenza, e la paterna sopportazione
> di Pio sesto, suo glorioso antecessore. L'usare inflessibilità, mentre
> era inutile, contro Napoleone, esponeva i sudditi a calamità
> innumerabili. Il protestare contro l'usurpatore era ufficio
> indispensabile di sovrano, ed anche bastava per conservar incolumi i
> suoi diritti; il sopportare con agevolezza e mansuetudine la faccenda
> dei giuramenti era ufficio di padre verso i suoi figliuoli.
> 
> Pubblicava Pio una solenne protesta:
> 
> «Il decreto pubblicato, diceva, d'ordine dell'imperatore e re Napoleone,
> che subitamente ci spoglia del dominio libero ed assoluto delle province
> della Marca d'Ancona, dominio, di cui per consentimento di tutti,
> durante dieci secoli e più, hanno sempre i nostri predecessori goduto,
> non solamente contro di noi fu fatto, contro di noi per tanti anni da
> tanti dolori trafitti, da tante tempeste battuti per cagione di colui,
> che con quella maggiore amorevolezza che per noi si è potuto,
> abbracciato abbiamo, ma ancora contro la Chiesa Romana, contro la Sedia
> apostolica, contro il patrimonio del principe degli apostoli. Nè
> sappiamo, se in questo decreto sia maggiore l'oltraggio della forma, o
> la iniquità del fatto. Per certo, se in così grave accidente tacessimo,
> ciò fora meritamente a mancanza del nostro apostolico dovere, a
> violazione dei giuramenti nostri imputato. Che se poi vogliamo por mente
> ai motivi del decreto, facilmente ci persuaderemo, maggiore obbligo
> legarci a rompere il silenzio, perciocchè ingiuriosi sono, e contaminano
> la purità e l'integrità delle nostre deliberazioni. L'oltraggiare ed il
> mentire sonsi aggiunti all'ingiustizia. Che un principe inerme e
> pacifico, che non solo non dà cagione di dolersi di lui ad alcuno, ma
> che ancora allo stesso imperatore dei Francesi ebbe con tanti manifesti
> segni la sua affezione dimostrato, i propri interessi e quelli de' suoi
> sudditi anche offendendo, sia spogliato de' suoi dominj per non aver
> creduto, che gli fosse lecito di obbedire agli ordini di colui, che
> gl'ingiungeva di abbandonare la sua neutralità con tanta fede e scrupolo
> conservata, e di far lega di guerra contro coloro, che a modo nissuno
> turbato nè offeso l'avevano, già per se sarebbe una grandissima
> ingiustizia; che se poi un principe, che fosse signore di un grande
> impero avesse giustissime cagioni di ricusare una lega nemica, qual cosa
> si dovrebbe dire, e pensare del sommo pontefice, vicario in terra
> dell'autor primo di pace, obbligato in forza del suo apostolato supremo
> al ministerio di padre comune, ad un uguale amore verso tutti i fedeli
> di Gesù Cristo, ad un eguale odio contro tutte le nimicizie? Passa il
> decreto per dissimulazione artifiziosa sotto silenzio questi obblighi
> nostri, queste voci della coscienza nostra, obblighi e voci, che tante
> volte, e per lettere nostre, e per bocca dei nostri legati, candidamente
> e sinceramente all'imperator Napoleone rappresentammo. Ma l'ingiustizia
> sua procede anche più oltre, posciachè ci rimprovera l'esserci noi da
> quest'alleanza astenuti, per non essere obbligati a volgere le armi
> contro gl'Inglesi esclusi dalla comunanza cattolica. Nella quale
> ingiustizia contiensi una grande ingiuria: poichè sa egli, quantunque il
> taccia, quante volte gli protestammo, non poter entrare in una lega
> perpetua per non essere costretti a guerra contro tanti principi
> cattolici, a quanti a lui piacesse di far guerra ora e per sempre.
> Dogliamoci inoltre, come di offesa grave ed odiosa, ch'ei ci accusi di
> rifiutar l'alleanza, affinchè la penisola resti facilmente esposta agli
> assalti dei nemici. Sallo, e chiamiamo in testimonio e giudice tutta
> l'Europa, che vede da tanti anni le Italiane spiagge occupate da soldati
> Francesi, sallo, e chiamiamo in testimonio e giudice l'imperatore
> stesso, che tace la condizione da noi offerta, ch'ei mettesse in tutt'i
> porti ed in tutti i lidi nostri i suoi presidj. Havvi in questo silenzio
> più ingratitudine ancora, che menzogna, posciachè ei non ignora punto,
> quanto danno ridonderebbe ai sudditi nostri dalla chiusura dei porti, e
> quanto sdegno contro di noi ne prenderebbero i suoi nemici. Ma se per
> onestare la sua usurpazione, offende la verità del pari che la
> giustizia, incredibile da un altro canto è la maraviglia da noi
> concetta, che pel fine medesimo non gli abbia ripugnato l'animo al
> servirsi della donazione di Carlomagno. Noi non possiamo restar capaci,
> come l'imperatore, dopo lo spazio di dieci secoli, s'attenti di
> risuscitare, e di attribuirsi la successione di Carlomagno, nè come la
> donazione di Carlomagno risguardi i dominj usurpati della Marca
> d'Ancona.
> 
> «Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e
> manifesto, che per forza di un attentato enorme i diritti della Romana
> Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una
> ferita ancora più profonda è stata a noi ed alla santa sede fatta,
> acciocchè tacendo non paja ai posteri, che noi l'iniquissimo delitto
> commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e
> dell'onore, quanto pure merita non abbiamo (il che sarebbe perpetua
> vergogna nostra) a sdegno ed abborrimento avuto, di nostro proprio moto,
> di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e
> solennemente, ed in ogni miglior modo protestiamo, l'occupazione delle
> terre, che sono nella Marca d'Ancona, e la unione loro al reame
> d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto
> dell'imperator Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle:
> dichiariamo altresì, e protestiamo, nullo essere, e di niun valore
> quanto sino al giorno d'oggi si è fatto per esecuzione del detto
> decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da
> qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo, che
> anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è
> fatto, e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio
> o nocumento ai diritti sì di dominio, che di possessione sulle medesime
> terre; perchè sono, e debbono essere di tutta proprietà della nostra
> santa Sedia apostolica».
> 
> Così Pio venuto in forza altrui parlava a Napoleone, e contro di lui
> protestava. Così ancora Napoleone, dopo di avere carcerato i reali di
> Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna,
> usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto
> lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a
> visitarlo in Erfurt, Francesco d'Austria vi mandava il general San
> Vincenzo per accarezzarlo.
> 
> LIBRO VIGESIMOQUARTO
> 
> SOMMARIO
> 
>       Nuova guerra coll'Austria. L'arciduca Giovanni generalissimo
>       degli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè, generalissimo
>       dei Francesi in Italia. Loro manifesti agl'Italiani.
>       L'arciduca vince a Sacile, e s'avanza verso Verona. Mossa
>       generale dei Tirolesi contro i Francesi e i Bavari; qualità di
>       Andrea Hofer. Natura singolare della Tirolese guerra.
>       L'Austria perisce, prima nei campi tra Ratisbona e Augusta,
>       poi in quei di Vagria. L'arciduca si ritira dall'Italia. Pace
>       tra la Francia e l'Austria. Matrimonio dell'arciduchessa Maria
>       Luisa con Napoleone. Fine della guerra del Tirolo; morte di
>       Hofer. Napoleone unisce Roma alla Francia e manda il papa
>       carcerato a Savona. Il papa lo scomunica. Descrizione di Roma
>       Francese, e quello che vi si fa. Che cosa fosse la propaganda.
>       Pratiche di Carolina di Sicilia con Napoleone. Infelice
>       spedizione di Giovacchino in Sicilia. Manhes generale mandato
>       a pacificar le Calabrie, le pacifica, e con quali mezzi.
> 
> Era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità. L'Austria
> depressa dal vincitore aspettava occasione di risorgere, alleggerendo le
> disgrazie presenti per la speranza del futuro. Nè solo la spaventavano i
> patti di Presburgo, pei quali tanta potenza le era stata scemata, ma
> ancora i cambiamenti introdotti da Napoleone, non che in altre parti
> d'Europa, nel cuore della Germania, e sulle frontiere stesse
> dell'Austria. La spaventavano gli attentati palesi, la spaventavano le
> profferte segrete, poichè Napoleone le esibiva ingrandimento nella
> distruzione di uno stato vicino ed amico, il che le dava cagione di
> temere, che se i tempi od i capricci cambiassero, avrebbe esibito
> ingrandimento ad altri nella distruzione dell'Austria. Ma la potenza
> tanto preponderante di Napoleone per la soggiogazione della Prussia e
> per l'amicizia della Russia, non lasciava speranza all'Austria di
> riscuotersi; però risolutasi al tirarsi avanti col tempo, ed
> all'anteporre il silenzio alla distruzione, aspettava, che il rotto
> procedere di Napoleone fosse per aprirle qualche via di raffrenare la
> sua cupidità, e di procurare a se medesima salvamento. Le iniquità
> commesse contro i reali di Spagna, che a tanto sdegno avevano commosso
> gli Spagnuoli, e che obbligavano il padrone della Francia a mandar forti
> eserciti per domargli, le parvero occasione da non doversi
> pretermettere. Per la qual cosa, non abborrendo dall'entrare in nuovi
> travagli, e dall'abbracciar sola questa guerra, si mise in sull'armare,
> con fare che le compagnìe d'ordinanza non solo avessero i numeri interi,
> ma la gente fiorita e bene in ordine; inoltre ordinava, e squadronava
> tutta quella parte delle popolazioni, che era atta a portar le armi. Si
> doleva Napoleone di sì romorosi apparecchj, affermando, non pretendere
> coll'imperator d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere
> a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli Austriaci ministri, e non
> so quale Viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e
> prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco,
> l'avere conservato la monarchìa Austriaca, quando la poteva distruggere;
> gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dall'armi. Ma l'Austria
> non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui, che aveva incarcerato
> per fraude i reali di Spagna. La confederazione Renana, la distruzione
> dell'impero Germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della
> Baviera, Ferdinando cacciato da Napoli, il suo trono dato ad un
> Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana
> congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione
> all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser
> capace, che a lei altro partito restasse che armi, o servitù. Solo le
> mancava l'occasione; la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della
> quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello
> era l'ultimo cimento per lei faceva apparati potentissimi. Un esercito
> grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania.
> Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava
> nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a
> questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera, e
> di andare a tentare le Renane cose. Per ajutare questo sforzo, ch'era il
> principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un
> corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccare nella Franconia,
> tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi
> aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre
> affezionati al suo nome, e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei
> Bavari. Era questo moto di grave momento sì per la natura bellicosa
> della nazione, e sì per tener aperte le strade tra i due eserciti di
> Germania e d'Italia. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo
> vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste
> assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di
> natura temperata, e di buon nome presso agl'Italiani. Stava Giovanni
> accampato ai passi della Carniola e della Carintia, in atto di sboccare
> per quei di Tarvisio e della Ponteba sulle terre Veneziane. Concorreva
> sull'estrema fronte a tanto moto con soldati ordinati, o con cerne del
> paese Giulay dalla Croazia e dalla Carniola, province, in cui egli aveva
> molta dipendenza. Questo nervo di guerra parve anche necessario per
> frenare Marmont, che con qualche forza di Napoleoniani governava la
> Dalmazia. Stante poi che nelle guerre principale fondamento è sempre
> l'opinione dei popoli, aveva Francesco con ogni sorta di esortazioni
> confortato i suoi, della patria, dell'independenza, dell'antica gloria,
> delle dure condizioni presenti, del futuro giogo più duro ancora
> ammonendogli: il nome Austriaco risorgeva; concorrevano volentieri i
> popoli alla difesa comune. Bande paesane armate stavano preste in ogni
> luogo ai bisogni dello stato; maravigliosa fu la concitazione, nè mai
> più promettenti sorti per l'Austria aveva veduto il mondo, come non mai
> ella aveva fatto sì formidabile preparazione.
> 
> A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore.
> Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della
> quiete. Ma da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi
> punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala
> disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla
> guerra con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva
> risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò non di meno
> Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava
> meglio armato, e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli
> medesimo alla guerra Germanica, perchè vedeva che sulle sponde del
> Danubio erano per volgersi le definitive sorti e che nissun altro nome,
> fuorchè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto
> all'Italia, diede il governo della guerra, in questa parte importante,
> al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald. Si riposava
> l'esercito Italico di Napoleone nelle stanze del Friuli, occupando la
> fronte a destra verso la spiaggia marittima Palmanova, Cividale ed
> Udine, a sinistra verso i monti San Daniele, Osopo, Gemona, Ospedaletto
> e la Ponteba Veneta sin oltre alla strada per Tarvisio. Le altre schiere
> alloggiavano a foggia di retroguardo a Pordenone, Sacile, Conegliano
> sulle sponde della Livenza. Un altro corpo, che in due alloggiamenti si
> poteva congiungere col primo, ed era in gran parte composto di soldati
> Italiani agli stipendi del regno Italico, stanziava nel Padovano, nel
> Trevisano, nel Bassanese e nel Feltrino. Accorrevano a presti passi dal
> Bresciano e dalla Toscana nuove squadre ad ingrossare l'esercito
> principale: l'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino.
> 
> L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe
> avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo
> il dì nove aprile, al medesimo modo intimò la guerra a Broussier, che
> colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella, per cui
> superate le fauci di Tarvisio, si acquista l'adito a Villaco di
> Carintia. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi. Sclamava Eugenio
> vicerè, parlando ai popoli del regno, avere l'Austria voluto la guerra:
> poco d'ora doversene star lontano da loro: girsene a combattere i nemici
> del suo padre augusto, i nemici della Francia e dell'Italia: confidare
> che sarebbero per conservare, lui lontano, quello spirito eccellente,
> del quale avevano già dato con le opere sì vere testimonianze: confidare
> che i magistrati bene e candidamente farebbero il debito loro, degni del
> sovrano, degni degl'Italiani popoli mostrandosi: dovunque e quandunque
> ei fosse, essere per conservar di loro e stabile ricordanza ed
> indulgente affetto.
> 
> Dal canto suo l'arciduca Giovanni, prima di venire al ferro, non se ne
> stava oziando con le parole, giudicando che potessero sorgere per tutta
> Italia per le varie inclinazioni dei popoli, gravi e favorevoli
> movimenti:
> 
> «Udite, diceva, Italiani, udite, e nei cuor vostri riponete, quanto la
> verità, quanto la ragione da voi richieggono. Voi siete schiavi di
> Francia, voi per lei le sostanze, voi la vita profondete. È l'Italico
> regno un sogno senza realtà, un nome senza effetto. Gli scritti soldati,
> le imposte gravezze, le usate oppressioni a voi bastantemente fan segno,
> che niuna condizione di stato politico, che niun vestigio d'independenza
> vi è rimasto. In tanta depressione voi non potete nè rispettati essere,
> nè tranquilli, nè Italiani. Volete voi di nuovo Italiani essere?
> Accorrete colle mani, accorrete coi cuori, ai generosi soldati di
> Francesco imperatore congiungetevi. Manda egli un poderoso esercito in
> Italia: non per sete di conquista il manda, ma per difendere se stesso,
> ma per restituire l'independenza a tante europee nazioni, di cui la
> servitù tanto è per tanti segni certa, quanto per tanti dolori dura.
> Solo che Iddio secondi le virtuose opere di Francesco imperatore, e de'
> suoi potenti alleati, fia novellamente Italia in se stessa felice, fia
> da altri rispettata: avrà novellamente il capo della religione i suoi
> stati, avrà la sua libertà. Una constituzione alla natura stessa, al
> vero stato politico vostro consentanea, sarà per prosperare le italiche
> contrade, e per allontanar da loro ogn'insulto di forza forestiera.
> Promettevi Francesco sì fortunate sorti: sa l'Europa, essere la sua fede
> tanto immutabile, quanto pura; il cielo, il cielo vi parla per bocca di
> lui. Accorrete, Italiani, accorrete: chiunque voi siate, o qual nome
> v'aggiate, o qual setta amiate, purchè Italiani siate, senza temenza
> alcuna a noi venite. Non per ricercarvi di quanto avete fatto, ma per
> soccorrervi e per liberarvi siamo in cospetto dell'Italiane terre
> comparsi. Consentirete voi a restarvi, come ora siete, disonorati e
> vili? Sarete voi da meno che gli Spagnuoli, eroica gente, che altamente
> dissero, e che più altamente fecero che non dissero? Meno che gli
> Spagnuoli amino, amate voi forse i vostri figliuoli, la vostra
> religione, l'onore e il nome della vostra nazione? Abborrite voi forse
> meno ch'essi, il vergognoso giogo a cui v'han posti coloro, che con
> belle parole v'ingannarono, che con tristi fatti vi lacerarono?
> Avvertite, Italiani, e negli animi vostri riponete ciò, che ora con
> ragione e con verità vi diciam noi, che questa è la sola, questa
> l'ultima occasione che a voi si scopre di vendicarvi in libertà, di
> gettar via dai vostri colli il duro giogo che su tutta Italia s'aggrava:
> avvertite, e negli animi vostri riponete, che se voi ora non vi
> risentite, e se neghittosi ancora vi state ad osservare, voi vi mettete
> a pericolo, quali dei due eserciti abbia ad aver vittoria, di non essere
> altro più che un popolo conquistato, che un popolo così senza nome, come
> senza diritti. Che se pel contrario con animi forti vi risolvete a
> congiungere con gli sforzi dei vostri liberatori anco i vostri, e se con
> loro andate a vittoria, avrà l'Italia novella vita, avrà suo grado fra
> le grandi nazioni del mondo, e risalirà fors'anche al primo, come già il
> primo si ebbe. Italiani, più avventurose sorti or sono nelle mani vostre
> poste, in quelle mani che in alto alzando le faci indicatrici di
> dottrina, di civiltà, di arti tolsero il mondo alla barbarie, e dolce, e
> mansueto, e costumato il renderono. Milanesi, Toscani, Veneziani,
> Piemontesi, e voi tutti popoli d'Italia, sovvengavi dei tempi andati,
> sovvengavi dell'antica gloria: e tempi e gloria potranno rinstaurarsi, e
> rinverdirsi più prosperi e più splendidi che mai, se fia che voi un
> generoso cooperare ad un pigro aspettare anteponiate. Volere, fia
> vittoria; volere, fia tornarvi più lieti e più gloriosi, che gli
> antenati vostri ai tempi del maggiore splendor loro non furono».
> 
> A questo modo l'arciduca spronava gl'Italiani, acciò non avessero a
> disperarsi di vedere la patria loro rimanere in altro grado che
> d'ignominiosa e perpetua servitù. Ma le sue esortazioni non partorirono
> effetti d'importanza, perchè coloro che avevano le armi in mano,
> parteggiavano, come soldati, per Napoleone: gl'inermi odiavano bensì la
> signoria Francese, ma non si fidavano di quella dell'Austria, nè che la
> vittoria di lei fosse per essere la libertà d'Italia pareva lor chiaro:
> tutti poi spaventava la ricordanza ancor fresca del caso di Ulma. Nè
> appariva che fosse per nascere alterazione tra Napoleone ed Alessandro,
> la quale sola avrebbe potuto dare speranza probabile di buon successo.
> 
> Addì dieci d'aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca,
> varcata la sommità dei monti al passo di Tarvisio, e superato, non però
> senza qualche difficoltà per la resistenza dei Francesi, quello della
> Chiusa s'avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante
> corredo di artiglierìe e di cavallerìa passava l'Isonzo, e minacciava
> con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei Napoleoniani. Fuvvi un feroce
> incontro al ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto
> valorosamente. Ma ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli
> Austriaci, che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò per ordine
> del vicerè sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il
> principe a piantare il suo alloggiamento in Sacile sulla Livenza,
> attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì
> quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal
> Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze
> di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli
> che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si
> deliberava ad assaltar l'inimico, innanzi che egli avesse col grosso
> della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano. Del
> quale consiglio, non che lodare, biasimare piuttosto si dovrebbe il
> principe; poichè sebbene l'arciduca non avesse ancora tutte le sue genti
> adunate in un sol corpo, tuttavia sopravvanzava non poco di forze, e non
> che fosse dubbio il cimento, era da temersi che gli Austriaci sarebbero
> rimasti superiori; che se conveniva all'arciduca, siccome fornito di
> maggior forza, il dar dentro, non conveniva al principe, che l'aveva
> minore: doveva Eugenio in questo caso anteporre la prudenza all'ardire.
> 
> Erano i Francesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e
> Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo,
> Broussier a sinistra: le fanterìe e le cavallerìe del regno Italico
> formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i
> Tedeschi, correva il dì sedici aprile: destossi una gravissima contesa
> nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie
> volte cacciati e rincacciati: i soldati Italiani combatterono
> egregiamente. Pure restò Palsi in potestà dell'arciduca: e già i
> Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavallerìe,
> insistevano; la destra dei Francesi molto pativa; Seras e Severoli si
> trovavano pressati con urto grandissimo, ed in grave pericolo. Sarebbero
> anche stati condotti a mal partito, se Barbou dal mezzo non avesse
> mandato gente fresca in loro ajuto. Avuti Seras questi soldati di
> soccorso, preso nuovo animo, pinse avanti con tanta gagliardìa, che
> pigliando del campo scacciò il nemico, non solamente da Palsi, ma ancora
> da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca,
> veduto che il mezzo della fronte Francese era stato debilitato pel
> soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette,
> che non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto
> opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi, che già
> manifestamente declinavano: Barbou eziandìo si difendeva con molto
> spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la
> battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave
> e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Francesi
> d'impeto e d'ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar
> Porcia; ma contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne
> a capo. In quest'ostinato combattimento rifulse molto egregiamente la
> virtù del colonnello Giflenga, mentre guidava contro il nemico uno
> squadrone di cavalli Italiani. Fuvvi gravemente ferito il generale
> Teste, guerriero molto prode. Durava la battaglia già da più di sei ore,
> nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più
> l'arciduca con nuovi ajuti la fronte, costrinse i Napoleoniani a
> piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere, e ucciso
> loro di molta gente. Patì molto la cavallerìa di Francia; fu anche
> danneggiata fortemente la schiera di Broussier, che servendo di
> retroguardo alle altre mezzo rotte e ritirantisi, ebbe a sostenere tutto
> l'impeto del nemico vincitore. Se la notte, che sopraggiunse, non avesse
> posto fine al perseguitare del nemico avrebbero i Francesi e gl'Italiani
> pruovato qualche pregiudizio molto notabile. Perdettero in questa
> battaglia di Sacile i Napoleoniani circa due mila cinquecento soldati
> tra morti, feriti e prigionieri: non mancarono dei Tedeschi più di
> cinquecento. Dopo l'infelice fatto non erano più le stanze di Sacile
> sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato
> debolmente dai Tedeschi, sempre lenti perseguitatori dei nemici vinti, e
> perciò perdenti molte buone occasioni, sulle sponde dell'Adige. Quivi
> vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già
> stanziavano nelle terre Veronesi, e quelli che sotto Durutte dalla
> Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai
> Napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra
> fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare
> in lui la riputazione di ogni impresa segnalata. Passò l'arciduca la
> Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del
> Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco
> frutto: tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per
> aprirsi la strada alle lagune di Venezia; ma non sortì effetto. Si
> apprestava non ostante ad andar a trovar il nemico sulle rive
> dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardìa, dominio
> antico dei suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel
> seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca
> importanza; si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra
> del Polesine; e fu per loro in mal punto; perchè Napoleone tornato
> superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, gli
> soggettò all'imperio militare, ed alla pena del bastone per le
> trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo
> di sangue; gli dessero, per essere immolati, quattro di loro. Per
> intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo
> dell'imperatore, fu ridotto il numero a due; questi comperarono
> coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.
> 
> Intanto l'arciduca Carlo, varcato l'Oeno, aveva occupato la Baviera; e
> col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa
> pareva su quei primi principj dar favore allo sforzo dell'imperatore
> Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.
> Annidavansi negli animi di questo popolo armigero e virtuoso molte male
> soddisfazioni. Assuefatti da lungo tempo al mansueto dominio della casa
> d'Austria, molto mal volentieri sopportavano la signorìa dei Bavari,
> come non consueta, e come, se non per antico costume, almeno per gli
> esempj freschi, e fors'anche pei comandamenti Napoleonici, dura e
> soldatesca. S'aggiungeva, che il re di Baviera aveva abolito l'antica
> constituzione del Tirolo, riducendo la forma politica alla potestà
> assoluta, anche in materia di tasse. S'accordarono parte segretamente,
> parte palesemente per secondare con ogni nervo l'impresa dell'antico
> loro signore. L'Austria gli aveva fomentati, mandando per le montagne di
> Salisburgo nel Tirolo Jellacich con un corpo di regolari.
> 
> Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Oeno, e
> l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi mossi da una sola
> mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e
> diedero addosso alle truppe Bavare e Francesi, che nelle terre loro
> erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer,
> albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna
> qualità eminente, dico di quelle alle quali il secolo va preso: bensì
> era uomo di retta mente, e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle
> solitudini dei Tirolesi monti, ignorava il vizio e i suoi allettamenti.
> I Parigini ed i Milanesi spiriti, anche i più eminenti, correvano alle
> lusinghe Napoleoniche, povero albergator di montagna, perseverava Hofer
> nell'innocente vita. Allignano d'ordinario in questa sorte d'uomini due
> doti molto notabili, l'amore di Dio, e l'amore della patria: l'uno e
> l'altro risplendevano in Andrea. Per questo la Tirolese gente aveva in
> lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione;
> comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai
> veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contento al
> servire od al principe, od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide
> incendj di pacifici tuguri, vide lo strazio e la strage dei suoi; nè per
> questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle
> battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere
> sorti avevano dato in sua potestà, fosse messo a morte: anzi i feriti
> dava in cura alle Tirolesi donne, che e per se, e per rispetto di Hofer
> gli accomodavano di ogni più ospitale servimento. Distruggeva Napoleone
> le patrie altrui, sdegnoso anche contro gli amici: difendeva Hofer la
> sua, dolce anche contro coloro, che la chiamavano a distruzione ed a
> morte. Lascio io volentieri le illustri penne della vile età nostra
> lodare i colpevoli fatti dei potenti; ma non mi sarà, credo, negato,
> ch'io col mio basso ed oscuro stile mi diletti spaziando nel raccontare
> le generose opere di coloro, ai quali più arrise la virtù che la
> fortuna.
> 
> Adunque la nazione Tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a
> schifo la signorìa nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea
> Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli, e dai
> più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed
> i Francesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari a Sterchinga, a
> Inspruck, a Hall, e nel convento di San Carlo, non poterono resistere, e
> perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa
> diecimila, in potestà dei vincitori rimettendosi. Nè miglior fortuna
> incontrò un corpo di tremila Napoleoniani Francesi e Bavari, che in
> soccorso degli altri arrivava, sotto le mura di Vildavia. Quindi quante
> squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano
> sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro, nè ora vi erano per
> gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno, i
> Tirolesi uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri
> incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano
> all'improvviso gl'incauti Napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e
> spaventosa, conciossiacchè al romore delle armi si mescolava il rimbombo
> delle campane, che continuamente suonavano a martello, e le grida dei
> paesani sclamanti senza posa, _in nome di Dio_, _in nome della
> santissima Trinità_. Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco
> delle montagne ripercossi facevano un misto pieno di orrore, di terrore,
> e di religione.
> 
> Quest'erano le voci di una patria santa ed offesa. Chi con le carabine
> trapassava da lontano i corpi degli offenditori, chi con sassi
> sparsamente lanciati gli tempestava, chi con enormi massi strabalzati
> gli ammaccava. Hofer composto in volto, e torreggiante per l'alta e
> forte sua persona in mezzo a' suoi, e solo da loro conosciuto per lei,
> non per l'abito conforme in tutto a quello dei compagni, appariva ora
> incitante contro gli armati, ora raffrenante verso gl'inermi, uccisore
> ardentissimo di chi resisteva, difensore magnanimo di chi si arrendeva.
> Dovunque, e quandunque andava, era una volontà sola per combattere, una
> volontà sola per cessare, e più poteva l'autorità del suo nome in quegli
> animi bellicosi, che in soldati ordinatissimi l'uso della disciplina, ed
> il timore dei soldateschi castighi. I fanciulli fecero da adulti, i
> vecchi da giovani, le femmine da uomini, gli uomini da eroi; nè mai più
> onorevole e giusta causa fu difesa da più unanime e forte consenso.
> Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada
> di Salisburgo verso il cuore dell'Austria, gratissimo spettacolo a
> Francesco. I Tirolesi vincitori sulle terre Germaniche, passate le
> altezze del Brenner, vennero nelle Italiane, e mossero a romore le
> regioni superiori a Trento. Propagavasi il romore da valle in valle, da
> monte in monte, e la Trentina città stessa era in pericolo. Certo era,
> che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la
> massa Tirolese sarebbe calata a fargli spalla; il che avrebbe partorito
> un caso di grandissima importanza per tutta Italia: quest'era il disegno
> dei generali Austriaci. L'imperatore Francesco, sì per ajutare la
> caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in
> dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo
> Chasteler, un generale per arte e per valore fra i primi dell'età
> nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava
> altresì, come abbiam notato, un corpo di regolari usi alle guerre di
> montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore
> del paese. Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparirono,
> sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gl'imperiali
> a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni d'allegrezza che i
> popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria, le
> artiglierìe, e le archibuserìe tiravano a festa: i vincitori popoli
> applaudivano: abbracciavano, s'abbracciavano, erano pronti a ristorare i
> soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni
> felicissimi per l'eroico Tirolo.
> 
> Qui finirono le allegrezze dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle
> sue maggiori speranze, Napoleone fatale giunto sulle terre Germaniche, e
> recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre
> grossissime battaglie a Taun, a Abensberga, a Ecmul. Per questi
> accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del
> Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai Napoleoniani per
> Vienna. Produssero anche le rotte dell'arciduca un altro importante
> effetto, e questo fu, che oltrandosi Napoleone alla volta di Vienna, fu
> forza all'arciduca Giovanni il tirarsi indietro dall'Italia; affinchè
> non gli fosse impedita la facoltà di ritornarsene in Austria, e perciò
> non solo l'Italia si perdeva per lui, ma ancora il Tirolo. Così per le
> vittorie acquistate dall'imperator dei Francesi tra Augusta e Ratisbona
> si cambiò la condizione della guerra. Chi aveva assaltato, era costretto
> a difendersi; chi era stato assaltato, aveva acquistato facoltà di
> assaltare; l'Italia si perdeva per l'Austria. Vienna pericolava, e niuna
> speranza restava a chi aveva mosso la guerra, che quelle dell'Ungherìa,
> della Moravia e della Boemia.
> 
> Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del
> fratello, s'accorse, e n'ebbe anche comandamento da Vienna, che quello
> non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero
> accorrere in ajuto della parte più vitale della monarchìa. Ordinava
> adunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla
> ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti
> per poter condurre in salvo le artiglierìe, le munizioni e le bagaglie;
> opera difficile e pericolosa, con un nemico a fronte tanto svegliato e
> precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo il principe. Fuvvi
> qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli
> Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il
> passo. Erano alloggiati in sito forte, distendendosi colla destra sino
> al ponte di Priuli, stato a bella posta arso dall'arciduca, e colla
> sinistra a Rocca di Strada, sulla via che porta a Conegliano. Numerose
> artiglierìe rinforzavano la fronte che occupava le vicine eminenze in
> faccia al fiume; i luoghi bassi erano assicurati da alcune torme di
> cavalli. S'apprestavano i Francesi al passo, sforzandosi di varcare a
> quello di Lovadina, che è il principale. Non ostante che i Tedeschi
> furiosamente tempestassero coll'artiglierìe poste nei luoghi eminenti,
> Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè, sopra e sotto a
> Lovadina, con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i
> soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle, e cariche
> continue di cavallerìa l'infestavano. Pareggiossi la battaglia, che
> continuava con grandissimo furore da ambe le parti; perchè i Francesi
> volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano
> rituffar i Francesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè
> l'arciduca, in questa terribile mischia, a fatica od a pericolo, ora
> come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il
> conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte
> Tedesca. Diedero dentro i Francesi, Abbé a destra, Broussier in mezzo,
> Lamarque a sinistra: secondavangli Pully, Grouchy, Giflenga. Dopo
> ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la
> fortuna si scopriva a favor del principe. Restava a superarsi il molino
> della Capanna, dove i Tedeschi ostinatamente si difendevano. Lamarque
> ajutato da Durutte, superati velocemente i fossi, e caricando con le
> bajonette, s'impadroniva finalmente di quel forte sito; il che fece del
> tutto sopravvanzare le sorti di Francia. Si ritirarono gli Austriaci,
> non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi pressando vieppiù
> il nemico, cercarono salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa
> battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi: tra morti, feriti e
> prigionieri, i perduti sommarono circa a diecimila. Morirono fra gli
> altri, o vennero in potestà del vincitore, i generali Wolskell, Risner e
> Hager. Perdettero quindici cannoni, trenta cassoni, molte munizioni e
> bagaglie. Dei Napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tremila.
> Principal onore in questo fatto riportarono dalla parte dei Francesi,
> oltre il principe, Dessaix e Pully: da quella dei Tedeschi, oltre
> l'arciduca, Wolskell, che finì poco dopo per le ferite l'ultimo dì della
> sua vita con molto rincrescimento de' suoi, perchè era veramente
> valoroso, e perito capitano di guerra.
> 
> Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il
> Francese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando
> i Napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano
> l'assedio d'Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti,
> mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la
> seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'intento era
> di sospingere con quella, occupando la Carintia e la Stiria, il nemico
> sino ai recessi dell'Ungherìa, e di congiungersi in tal modo coi
> Napoleoniani di Germania; con questa di accennare Lubiana, e di
> cooperare con Marmont, che a gran passi si accostava venendo dalla
> Dalmazia. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine, che il
> capitano di Francia si era proposto; conciossiachè Dessaix e Seras
> prendendo continuamente dei monti, e cacciandosi avanti per le valli di
> Ponteba, di Pradele, della Fella, e della Dogna i Tedeschi, si
> avvicinavano al sommo giogo, che disparte le acque del Mediterraneo da
> quelle del mar Nero. Incontrarono un primo intoppo nei forti di
> Malborghetto e di Pradele. Tentò Seras di corrompere con danari il
> comandante di Malborghetto. Ricusò il Tedesco contrattazione tanto
> abbominevole: anzi combattendo valorosamente, e confortando con gravi e
> virili parole i compagni alla difesa del forte, ed alla salute della
> patria, vi finì una onorata vita con una gloriosa morte. Duolmi di non
> aver conosciuto il nome di questo virtuoso Austriaco, poichè mi sarebbe
> stato caro il mandarlo ai posteri in queste mie storie. Ottenevano
> finalmente i Napoleoniani i due forti: superava il vicerè il passo di
> Tarvisio, ed entrava vincitore nella Carintia, alla volta di Judenburgo
> di Stiria incamminandosi. Jellacich cacciato dal Tirolo per le armi del
> maresciallo Lefevre, mandatovi da Napoleone dopo le vittorie di
> Ratisbona, perdè quasi tutti i suoi a San Michele di Stiria. Seras,
> passati i monti di Someringa, ed arrivato a Scottvien, si congiungeva
> con le prime scolte dell'esercito Germanico.
> 
> Mentre queste cose accadevano sulla sinistra del vicerè, Macdonald sulla
> destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da
> questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di
> Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, e quindi per la strada
> maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col
> fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca
> Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un
> duro intoppo in Prevaldo; ma parte di fronte assaltandolo, e parte
> girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte di accennare ai
> fianchi ed alle spalle costringeva alla dedizione quattromila Austriaci,
> che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata così nobile
> vittoria, se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a
> Gratz. Quivi fermossi aspettando, che Marmont lo venisse a trovare dalla
> Dalmazia. Come prima il generale dei Dalmatici ebbe avviso, che
> l'arciduca Giovanni, costretto dalla necessità della guerra d'Alemagna,
> si era mosso dal Vicentino per ritirarsi dall'Italia, si era messo in
> cammino per andar a congiungersi a cose maggiori col grosso dei
> Napoleoniani. Partitosi adunque da Zara, e superati i Tedeschi, che gli
> vollero contendere il passo al monte di Chitta ed a Gracazzo, si
> approssimava alla terra di Gospizza, forte di sito per le molte acque
> che la circondano, e per esservisi il nemico molto ingrossato. Erano, la
> più parte, Croati. Fuvvi un combattere molto fiero sì in una battaglia
> stabile, e sì alla campagna sparsa. Vinse, dopo molto sangue, la fortuna
> dei Napoleoniani. S'apersero, per la vittoria di Gospizza, facili le
> strade al capitano di Francia, perchè da un incontro in fuori, ch'egli
> ebbe col retroguardo nemico ad Ottossa, non gli fu più oltre contrastato
> il passo. Occupò successivamente Segra e Fiume, e trovati i compagni in
> Istria, s'incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto
> l'antico Illirico venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte
> le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più
> opportuni, passava i monti di Someringa, e per la valle dell'Arabone, o
> Giavarino, che i moderni chiamano Raab, verso il Danubio calandosi,
> andava a farsi partecipe delle imprese del padre. L'enfasi Napoleonica
> quivi si spiegava: «O bene v'avvenga, diceva in uno scritto mandato
> fuori a posta, e siate ben venuti, o soldati miei dell'esercito Italico:
> sorpresi da un nemico perfido prima che le vostre colonne fossero unite,
> fino all'Adige ritraeste i passi; ma quando ordinaivi di marciare
> avanti, e quelli essere i campi d'Arcole ricordaivi, voi vinceste venti
> battaglie, voi conquistaste venticinque mila prigioni, voi seicento
> cannoni, voi dieci bandiere: nè la Sava, nè la Drava, nè la Mura, nè le
> strette di Tarvisio, nè gli aspri gioghi della Someringa vi arrestarono:
> quel Jellacich, primo autore dell'uccisione dei nostri nel Tirolo,
> pruovò di che sapessero le baionette vostre: voi feste pronta giustizia
> di quelli avanzi fuggiti dallo sdegno del grande esercito: o bene
> v'avvenga, e siate ben venuti, o voi soldati, che operaste, che quegli
> Austriaci d'Italia, che per poco d'ora ebbero contaminato con la loro
> presenza le mie provincie, vinti, dispersi ed annientati, servissero
> d'esempio della verità di questa divisa. _Dio me la diede, guai a chi la
> tocca_; sono, o soldati, contento di voi». A queste intonazioni di
> Napoleone si stringevano nelle spalle gli uomini savi e temperati, i
> quali, per amore anche della grandezza di lui, avrebbero desiderato
> maggior moderazione; ma Napoleone non conobbe la grandezza della
> modestia.
> 
> Il giorno quattordici di giugno, anniversario della vittoria di Marengo,
> vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Giavarino una grossissima
> battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del
> Danubio in ajuto del suo fratello Carlo. Fu questa battaglia bene, e con
> arte egregia combattuta dal vicerè. Nè io voglio defraudare dalla dovuta
> laude l'arciduca, che in mezzo a tanto tumulto, a tanti spaventi, a
> tanto precipizio dello cose Austriache, conservò la mente immota, e le
> schiere ordinate. Combattè coi retroguardi valorosamente, tenne
> rannodati gli antiguardi, e dopo tante battaglie, ed una ritirata di
> tanto spazio, risorse più potente di prima nei campi di Giavarino, e se
> non fosse stata la prestezza del vicerè, avrebbe forse cambiato da
> tristi in liete le sorti del fratello augusto. Piacemi in questo luogo
> dire, di Eugenio e di Giovanni favellando, che giovani ambidue, se
> furono d'età pari, furono anche di valore; ma Giovanni più modesto per
> la natura della casa, Eugenio più borioso per gli sproni del padre,
> degno l'uno di difendere la propria patria, non degno l'altro di
> distruggere le patrie d'altrui.
> 
> Il dì sei di luglio periva la mole Austriaca nei campi di Vagria. Quivi
> fu prostrato l'arciduca Carlo: Napoleone divenne padrone di quell'antica
> e grande monarchìa. Si trovò facilmente forma di concordia per la
> depressione d'una delle parti: consentì l'imperatore Francesco a
> condizioni durissime di pace. Consentì anche, prevalendo in lui ad ogni
> altro rispetto la salute dello stato, a quello che era più duro ancora
> che tutte le altre condizioni, dico al congiungere la propria figliuola
> Maria Luisa in matrimonio a colui, che era la ruina della sua casa, e
> che principiante e durante la guerra, l'aveva chiamato coi nomi più
> vituperosi. Il dì quattordici ottobre si stipulava in Vienna, per lo
> stabilimento delle cose comuni, dal signor principe di Champagny per
> parte di Napoleone e dal principe di Lichtenstein per parte di
> Francesco, il trattato di pace. Cedeva l'imperatore Francesco
> all'imperator Napoleone, oltre molti altri paesi in Germania ed in
> Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e
> la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel
> golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia, con tutti i
> paesi situati sulla riva destra della Sava, dal punto in cui questo
> fiume esce dalla Carniola, fin dove tocca le frontiere della Bosnia,
> nominatamente una parte della Croazia provinciale, sei distretti della
> Croazia militare, Fiume, ed il littorale Ungherese, l'Istria Austriaca
> col distretto di Castua, Picino, Buccari, Buccarizza, Portore, Segua, e
> le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii
> qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del
> quale avesse a servire di limite fra i due stati: perdonasse Napoleone
> ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione
> coll'Inghilterra. Napoleone sempre intento a torre la riputazione a'
> suoi amici per tor loro poscia lo stato, fece inserire nel trattato un
> capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperatore
> Alessandro di Russia, che era stato, contro ogni ragione, oziosamente
> riguardando il processo di questa guerra, nella parte più orientale
> dell'antica Galizia un territorio, che contenesse quattrocento mila
> anime, non inclusa però la città di Brodi; il quale capitolo accettò
> Alessandro, benchè fosse spoglia di un amico, che ne ricevette
> grandissima molestia. Di questa stipulazione non merita riprensione
> l'Austria, siccome quella che vi consentì per forza. Dello sforzatore
> poi e dell'accettatore, chi abbia meritato maggior biasimo, facilmente
> il giudicheranno i posteri. Questo fine sortirono la presa d'armi, ed il
> poderoso apparato di guerra dell'Austria, e questa concordia fu
> obbligata d'accettare. L'Europa viemaggiormente si confermava in servitù
> di Napoleone.
> 
> L'Austria percossa da tanto infortunio quietava per la pace: ma era
> dolorosa la sua quiete. Oltre la perduta potenza, l'infestava
> l'insolenza del vincitore, e l'aggravavano le grossissime imposizioni.
> Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano
> continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte le sue, aveva
> dato molte nobili parti del suo dominio, e loro stessi in potestà del
> vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava
> a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Francesi, dai Sassoni e
> dai Bavari, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte
> risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti
> inaccessibili: vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano
> il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai Napoleoniani;
> vincitori, trattavano i Napoleoniani umanissimamente; e siccome gente
> religiosa, vinti, con segni di grandissima divozione pregavano dal cielo
> miglior fortuna alla patria, vincitori, coi medesimi segni il
> ringraziavano. E' furono visti, dopo di aver superato con incredibile
> valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro, che si erano
> arresi, scorrente ancora il sangue, e presenti i cadaveri dei
> compatriotti e dei nemici, gettarsi al punto stesso, dato il segno da
> Hofer, coi ginocchi a terra, ed in tale pietosa attitudine, tra
> lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria.
> Echeggiavano i monti intorno dei divoti ed allegri suoni mandati fuori
> da religiosi e forti petti. Infine sottentrando continuamente genti
> fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto
> il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal
> volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricoveratisi
> aspettavano occasione, in cui più potesse la virtù che la forza. Il
> bavaro dominio si restituiva nel Tirolo Tedesco, cedè l'Italiano in
> possessione del regno Italico.
> 
> Sul finire del presente anno Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua
> famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per
> la patria, tranquillo per se. Ma Napoleone era sitibondo del suo sangue.
> Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, gli riuscì di
> trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i Napoleoniani
> soldati, era la notte dei venzette gennaio dell'ottocento dieci.
> L'aperse Hofer: veduto che era venuto in forza altrui, con semplicità e
> serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer, sono in poter di
> Francia: fate di me ciò che v'aggrada; ma vi piaccia risparmiare la mia
> donna e i miei figliuoli: son eglino innocenti, nè de' fatti miei
> obbligati». Così dicendo, diessi in potestà dei Napoleoniani. Diedesi
> con lui un giovinetto di fresca età, figliuolo di un medico di Gratz,
> venuto, così muovendolo la virtù del Tirolese, a trovarlo, ed a
> dedicarsegli o a vita o a morte. Condotto a Bolzano, l'accompagnavano la
> madre, ed un figliuolo di tenera età. Ultimo destino gli soprastava. Fu
> il figliuolo lasciato stare a Bolzano, la madre mandata a Passeira ad
> aver cura di tre altri figliuoli ancor bambini, i quali, se ora avevano
> il padre prigioniero, presto il dovevano aver morto. Pure non se
> n'accorgevano per la fanciullezza; il che muoveva viemmaggiormente a
> compassione. Accorrevano i popoli smarriti dovunque i Napoleoniani con
> Andrea legato passavano, o nel Tirolo Tedesco o nell'Italiano che si
> fosse, alzando per dolore gli occhi al cielo, e lacrimando, e sclamando,
> e la memoria del diletto ed infelice loro capitano benedicendo. Le palle
> soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto d'Andrea, lui non che
> intrepido, quieto in quell'estrema fine. Ostò ad Andrea l'età perversa:
> fu chiamato brigante, fu chiamato assassino. Certo, se le lodi sono
> stimolo a virtù, lagrimevole e disperabil cosa è il pensare al destino
> di Hofer.
> 
> Acquistata tanta vittoria dell'Austria, e deponendo ogni simulazione,
> non conobbe più freno Napoleone: l'antica cupidigia di Roma gli veniva
> in mente. Piacquegli per maggiore scorno dell'Austria, che sul
> principiar della guerra aveva favellato di liberare e restituire il
> papa, decretare il dì diciassette maggio in Vienna stessa queste cose:
> considerato, che quando Carlomagno imperatore dei Francesi, e suo
> augusto antecessore, diede in dono ai vescovi di Roma parecchi paesi,
> gliene cedè loro a titolo di feudo col solo fine di procurare sicurezza
> a' suoi sudditi, e senza che per questo abbia Roma cessato di esser
> parte del suo impero; considerato ancora, che da quel tempo in poi
> l'unione delle due potestà spirituale e temporale era stata, ed ancora
> era, fonte e principio di continue discordie, che pur troppo spesso i
> sommi pontefici si erano serviti dell'una per sostenere le pretensioni
> dell'altra, e per questo le faccende spirituali, che per natura propria
> sono immutabili, si trovarono confuse colle temporali sempre mutabili, a
> seconda dei tempi; considerato finalmente, che quanto aveva egli
> proposto a conciliazione della sicurtà de' suoi soldati, della quiete e
> della felicità de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo
> impero colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato
> proposto indarno, pretendeva, voleva ed ordinava, che gli stati del papa
> fossero, e restassero uniti all'impero Francese; che la città di Roma
> prima sede della cristianità, e tanto piena d'illustri memorie, fosse
> città imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali;
> che i segni della Romana grandezza, e che ancora in piè sussistevano, a
> spesa del suo imperiale tesoro fossero conservati e mantenuti; che il
> debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del papa si
> amplificassero sino a due milioni di franchi, e fossero esenti da ogni
> carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo padre non
> fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse, ed a nissuna giurisdizione
> o visita, ed oltre a questo godessero d'immunità speciali; che
> finalmente una consulta straordinaria il primo di giugno prendesse
> possessione a suo nome degli stati del papa, ed operasse, che il governo
> secondo gli ordini della constituzione vi fosse recato in atto il primo
> giorno dell'ottocentodieci. Nè mettendo tempo in mezzo, chiamava il
> giorno stesso del diciassette maggio alla consulta Miollis, creato anche
> governatore generale e presidente, Saliceti, Degerando, Janet, Dalpozzo,
> e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.
> 
> A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed i papi,
> dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del dominio
> temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e con la sua
> pontificale voce a tutto il mondo gridava: «Adunque sono adempite le
> tenebrose trame dei nemici della sedia apostolica? Adunque dopo la
> violenta ed ingiusta invasione della più bella e più considerabil parte
> dei nostri dominj, spogliati siamo, sotto indegni pretesti, e con
> ingiustizia somma, della nostra sovranità temporale, con cui la
> independenza spirituale nostra è strettamente congiunta! Fra questa
> persecuzione barbara consolaci e confortaci il pensiero dello essere in
> sì grave calamità caduti, non per offesa alcuna da noi fatta
> all'imperatore dei Francesi, od alla Francia, alla Francia stata sempre
> nostro amore e nostra cura prediletta, nè per alcun intrigo di mondana
> politica, ma per non aver voluto tradire nè i nostri doveri, nè la
> nostra coscienza. Se non lece a chiunque la religione cattolica professa
> di dispiacere a Dio per piacere agli uomini, molto meno conviensi a chi
> di questa medesima religione è capo, ed insegnatore supremo. Obbligati
> inoltre verso Dio, obbligati verso la chiesa a trasmettere ai successori
> nostri intatti ed intieri i nostri diritti, noi protestiamo contro di
> questa nuova e violenta spogliazione, e nulla dichiariamo, e di niun
> valore la occupazione testè fatta dei nostri dominj. Ricusiamo, e con
> ferma ed assoluta risoluzione rifiutiamo ogni rendita o pensione, che
> l'imperatore dei Francesi pretende fare a noi, ed ai membri del nostro
> collegio. Taccia d'infame obbrobrio in cospetto della chiesa
> incontreressimo, se il vitto ed il viver nostro accettassimo dalle mani
> dell'usurpatore dei nostri beni. Rimettiamocene nella provvidenza,
> rimettiamocene nella pietà dei fedeli, contenti al terminare per tale
> guisa nella mediocrità questa vita oggimai piena di tanti dolori, e di
> tanti affanni. Prosterniamci noi, e con umiltà perfetta i decreti
> impenetrabili di Dio adoriamo: prosterniamci, ed a favore dei nostri
> sudditi la sua divina misericordia invochiamo, dei nostri sudditi,
> nostro amore e nostra gloria, i quali, fattosi da noi quanto nella
> presente occorrenza dal debito nostro era richiesto, esortiamo ad amar
> la religione, a conservarsi in fede, a pregare, ed instantemente con
> pianti e con gemiti scongiurare, tra il vestibolo e l'altare prostrati,
> il supremo padre della luce, acciocchè si degni cambiare in meglio i
> consiglj perversi di coloro, da cui sono i nostri persecutori mossi».
> 
> Il giorno appresso, in cui mandava fuori dal suo pastorale petto queste
> lamentazioni, fulminava papa Pio la scomunica contro l'imperator
> Napoleone, e contro tutti coloro che con lui avessero cooperato
> all'occupazione degli stati della chiesa, e massimamente della città di
> Roma. Fulminò altresì l'interdetto contro tutti i vescovi, e prelati sì
> secolari che regolari, i quali non si conformassero a quanto aveva
> statuito circa i giuramenti, e le dimostrazioni pubbliche verso il nuovo
> governo.
> 
> Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo
> a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare
> di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte, e murare gli aditi del
> Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino
> alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio.
> Informarono i Napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa, e
> della fulminata sentenza: pregarono, ordinasse ciò che avessero a farsi.
> Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni,
> quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro comando
> trovò duri esecutori. Andarono la notte dei cinque luglio sbirri,
> masnadieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali, e soldati
> Napoleoniani alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i
> masnadieri ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera dov'era più
> basso, ed entrati aprirono la porta ai Napoleoniani, parte gente d'armi
> parte di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i
> cardini, rompevansi i muri: il notturno romore di stanza in istanza
> dell'assaltato Quirinale si propagava: le facelle accese, che parte
> dileguavano, parte vieppiù addensavano l'oscurità della notte,
> accrescevano terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso
> fracasso, tremavano i servitori del papa: solo Pio imperterrito si
> mostrava. Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di
> quello del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato
> fede al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed
> ecco arrivare i Napoleoniani, atterrate o fracassate tutte le porte,
> alla stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta
> degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio al mondo della
> violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo grado e
> della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il generale
> di gendarmerìa Radet, cui accompagnava un certo Diana, che per poco non
> aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato in una congiura
> contro Napoleone con lo scultore Ceracchi, ed ora si era messo, non
> solamente a servir Napoleone, ma ancora a servirlo nell'atto più
> condannabile, che da lungo tempo avesse commesso. Radet pensando agli
> ordini dell'imperatore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i
> due milioni, rivocasse la scomunica; altrimenti sarebbe preso e condotto
> in Francia. Ricusò, non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior
> forza, il pontefice la profferta. Poi disse, perdonare a lui, esecutor
> degli ordini: bene maravigliarsi, che un Diana, suo suddito, s'ardisse
> di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio; ciò
> non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il
> rifiuto trapassava a protestare, dichiarando nullo, e di niun valore
> essere quanto contro di lui, contro lo stato della chiesa, e contro la
> Romana sede aveva il governo Francese fatto e faceva; poi disse, essere
> parato: di lui facessero ciò che volessero: dessergli pure supplizio e
> morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo
> passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò
> solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori
> del suo palazzo, ed ai soldati Napoleoniani, che non avevano abborrito
> dal mescolarsi con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli
> offeriva Radet, desse il nome dei più fidi, cui desiderasse aver
> compagni al suo viaggio. Diedelo, nissuno gli fu conceduto. Fugli per
> forza svelto dal grembo Bartolomeo Pacca cardinale. Poi fu con presto
> tumulto condotto, assiepandosegli d'ogn'intorno le armi Napoleoniche,
> nella carrozza che a questo fine era stata apparecchiata, e con molta
> celerità incamminato alla volta della Toscana. Solo era con lui Radet.
> Mentre gl'indegni fatti notturnamente si commettevano nel pontificale
> palazzo, Miollis sorto a vegliar l'impresa, se ne stava ad udire i
> rapporti che ad ogni momento gli pervenivano, nel giardino del
> contestabile, non so se a caso o a disegno, passeggiando. Certo, in tale
> accidente il nome di contestabile faceva un suono spaventevole,
> perciocchè ricordava Clemente settimo. Non era senza sospetto il
> generale Napoleonico di qualche romore. Per questo aveva scelto la
> notte, comandato prestezza, chiamato due mila Napolitani sotto colore di
> mandargli nella superiore Italia.
> 
> Stupore, ed orrore occuparono Roma, quando, nato il giorno, vi si sparse
> la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice
> molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama. Tanto
> temeva il padrone di tutte armi una religiosa opinione. Transmettevansi
> l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il cattivo e potente
> Pio. Quel di Genova, temendo di qualche moto in riviera di Levante,
> l'imbarcava sur un debole schifo, che veniva da Toscana. Addomandò il
> pontefice al carceratore, se fosse intento del governo di Francia di
> annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava
> nell'apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni non
> galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per le
> soldatesche a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità di
> volo: a Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli per
> partire con maggior celerità, che non era venuto. Lasso dall'età, dagli
> affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone il voleva
> vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio, adunque starommi questa
> notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il Cenisio:
> gl'Italiani popoli non avendo potuto per la velocità venerare il
> pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamente visitando i
> luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri gli chiamavano
> per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Semi di distruzione
> di Napoleone erano questi; già le profezie di Pio si avveravano, già la
> pienezza dei tempi si avvicinava. Pacca fedele fu mandato, come se fosse
> un malfattore, nel forte di Pietracastello presso a Belley, funesta
> stanza d'ogni innocente, che non piaceva a Napoleone. Fu lasciato il
> papa fermarsi qualche giorno in Grenoble, poi messo di nuovo in viaggio.
> Come se altra strada non vi fosse, fu fatto passare a Valenza di
> Delfinato, stanza di morte di Pio sesto, atto tanto più incivile, quanto
> non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza di Provenza il
> condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia a Savona. Ma
> celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro, che presenti
> vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere dei privati
> poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove andasse. I
> Francesi colla medesima riverente osservanza l'onorarono, con cui
> l'avevano onorato gl'Italiani; il trattarono i prefetti dei dipartimenti
> con servimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.
> 
> Napoleone vincitore dell'Austria tornava in Francia nella imperial sede
> di Fontainebleau. I deputati Italiani, tal era stato il concerto e
> l'ordine, già l'aspettavano per le adulazioni, Moscati, Guicciardi e
> Testi pel regno Italico; Zondadari cardinale, arcivescovo di Siena, e
> grand'elemosiniere di Elisa principessa, Alliata, arcivescovo di Pisa,
> un Chigi, un Lucci, un Mastiani, un Dupuy, un Benvenuti, un Tommaso
> Corsini per la Toscana, il duca Braschi, il principe Gabrielli, il
> principe Spada, il duca di Bracciano, il cavaliere Falconieri, il conte
> Marescotti, il marchese Solombri, il marchese Travaglini per Roma.
> Moscati orando, ringraziò delle date leggi, Zondadari della data Elisa.
> 
> Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei
> sette colli, favellò dei Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre
> Tevere. «Sussiste ancora, soggiunse Braschi, nipote che era di Pio sesto
> perseguitato, sussiste quel Campidoglio, sul quale ascesero tanti
> illustri conquistatori: sussiste, e addita a voi, sire, gloriose
> vestigia, e seggio degno del vostro nome immortale. Quivi risorge, quivi
> si rinverde quel serto d'alloro, che Nerva depose nel tempio di Giove.
> Voi solo potete con l'ombra vostra renderlo sicuro da qualunque insulto
> nemico, come l'aquila di Trajano dalle offese del Germano, del Parto,
> dell'Armeno, e del Dace il preservava.»
> 
> Braschi a Napoleone signore parlò di Cesare, di Nerva, e di Trajano:
> avrebbe anche potuto toccare di qualche altro, e non avrebbe spiaciuto a
> Napoleone, che accusava Tacito di aver calunniato Nerone. Ma come e
> perchè parlasse di Camillo e di Scipione, io non lo so; perciocchè
> Napoleone era solito dire, che i tempi di Roma da Tarquinio a Cesare
> erano episodio, e che i veri e legittimi tempi Romani solo erano gli
> scorsi sotto i re, e sotto gl'imperatori: così non re dei Romani, ma di
> Roma chiamò poscia il figliuolo, che ebbe da Maria Luisa Austriaca. A
> tanto di pazzia era giunto quest'uomo, che dopo di aver distrutto le
> repubbliche moderne, voleva anche distruggere le antiche. Pure i moderni
> repubblicani fecero cose di fuoco, e guerre incredibili per lui. Dal
> canto loro i re, per quel suo odio contro le repubbliche, il
> fomentarono, e se lo tennero caro credendo, ch'ei fosse venuto loro in
> concio ad un bel bisogno. Ma gliene cosse loro, e il mondo lo sa, ed
> eglino i primi per modo che io spesso ne risi, e più spesso ancora ne
> piansi.
> 
> Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro
> antenati: passerebbe l'Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro:
> gli imperatori Francesi suoi predecessori avergli scorporati
> dall'impero, e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli
> non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il
> medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia: del resto, aver loro
> bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo
> usare a benefizio loro: ciò non ostante non intendere, che alcun
> cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo
> primogenito della chiesa non voler uscire dal suo grembo: non avere mai
> Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità
> temporale: la Romana sede essere la prima della cristianità, essere il
> vescovo di Roma capo spirituale della chiesa, lui esserne l'imperatore,
> volere dar a Dio ciò che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare.
> 
> Ora ho io a descrivere Roma Francese. La Romana consulta, come prima
> prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo stato, sapendo
> quanti mali umori, e quante avverse opinioni covassero: parvegli bene
> spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava
> la polizia; creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo
> carico; direttori particolari Rotoli, il conte Gherardi, Visconti,
> Delup-Verdun, Pesse, e Timetei, uomini nei quali i Francesi avevano
> fede. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti: quanto agli scritti,
> anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e
> data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome;
> perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere,
> massime quelle che s'indirizzavano a Savona, dov'era il papa. Si usava
> in questo un rigore eccessivo. I duchi d'Otranto e di Rovigo, e tutti
> gli agenti loro fino agli ultimi erano in questa bisogna affaccendati,
> che dentro alle Romane lettere spiassero. Ne lessero delle innocenti, ne
> lessero delle colpevoli contro la nuova signorìa; ne lessero anche delle
> ridicole, perchè i belli umori, che ve n'erano in Roma molti, malgrado
> delle disgrazie, scrivevano a posta lettere indiritte a Savona piene di
> beffe contro chi le spiava, e contro il maledetto modo di spiarle.
> Importava che a confermazione della quiete si unisse la forza alle
> notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si
> crearono le guardie, urbana in Roma, provinciali nelle province, legioni
> chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco
> Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi ordini furono buoni per
> impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che
> infestavano l'agro Romano, e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a
> partire il territorio con fare i due dipartimenti, di cui chiamarono
> l'uno del Tevere, l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due
> prefetti, un Gacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali:
> furono le elezioni di gente buona e savia: faceva la consulta presto, ma
> faceva anche bene, salvo quella peste della polizia, e gli ordini
> fiscali, entrambi inesorabili: in questo Napoleone non rimetteva mai
> dalla sua natura. Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine
> del buon governo, il quale creato da Sisto quinto, ed attuato da
> Clemente ottavo, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza
> grande umiltà loro. La consulta l'abolì; sostituivvi le forme Francesi.
> Il consiglio municipale di Roma chiamò senato: elessevi personaggi di
> gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna,
> Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi docile a
> quanto Napoleone volesse, fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di
> Roma. Così andavano persuadendosi, che con un maire di fatto alla
> Francese, ed un senato di nome alla Romana, Roma sarebbe contenta.
> Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella
> città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di
> Francia si omettevano; che anzi per ordinazione della consulta si
> promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai
> dritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della
> corte d'appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non
> ordinaria letteratura, e di giudizj e di stato molto intendente.
> Conosceva Napoleone, predicava la sua ruina inevitabile. Chiamato
> consigliere di stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e
> prudente ch'egli era.
> 
> Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano: Janet ne aveva cura.
> Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di
> franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un
> milione, ed il dazio sulla mulenda, che si estimava ad una valuta di
> circa cinquecento mila franchi. Fra il lusso dei primi magistrati, la
> miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non
> poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Miollis si godeva
> quindicimila franchi al mese, come governator generale, e diecimila
> franchi pure al mese, come presidente della consulta. Se poi, oltre a
> tutto questo, toccasse i suoi stipendi di generale di Francia con tutte
> le sue giunte, io non lo so. Lemarrois, comandante della divisione,
> aveva per se quindicimila franchi al mese, e per la sua polizia
> quattromila, pure al mese. I membri della consulta avevano ciascuno
> tremila franchi al mese. Ma Salicetti non se ne volle stare al
> ragguaglio dei colleghi, ed ottenne quattromila ciascun mese. Questi
> aggravi seguitavano le lunghe disgrazie di Roma. Pure buon uso faceva la
> consulta di un'altra parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone,
> e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro
> alla duchessa di Borbone parmense, ed a Carlo Emanuele re di Sardegna,
> che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della
> religione; nobile atto, e da non tralasciarsi nelle storie.
> 
> La parte più malagevole del Romano governo era l'ecclesiastica: aveva il
> papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno Italico,
> proibito i giuramenti: confermò questa proibizione per lo stato Romano
> nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del
> giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una
> disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare
> la fedeltà, dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di
> fedeltà, perchè credevano, che importasse il riconoscere l'imperator
> Napoleone come loro sovrano legittimo; al che giudicavano di non poter
> consentire, non avendo il papa rinunziato. Nè si poteva pretendere, che
> uomini privati, dediti solamente agli uffici religiosi, la maggior parte
> senza letteratura, alcuni anche senza lettere, investigassero tutte le
> antiche storie per giudicare da loro medesimi, se la donazione o di
> Carlomagno o di Pipino fosse valida o no, assoluta o restrittiva, e se
> fossero validi o no i motivi, con cui Napoleone l'impugnava. Solo questo
> sapevano, che il papa era sovrano di Roma da più di dieci secoli, come
> tale riconosciuto da tutto il mondo, e da Napoleone stesso. Ancora
> sapevano che il papa, non che avesse rinunziato, aveva fortemente e nel
> miglior modo possibile protestato contro la spoliazione.
> 
> Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta,
> uomo di gran sapere e di maggiore ingegno. Andò discorrendo, la legge
> divina prescrivere la obbedienza ai magistrati statuiti dalle leggi
> dello stato, non avere questo precetto altra limitazione, se non quella
> che è sempre e di pieno diritto sottintesa, quella cioè, che non si
> debbe prestare obbedienza alle cose in se stesse, ed assolutamente
> illecite: non potere l'autorità ecclesiastica derogare nè in tutto nè in
> parte ad un precetto divino: conseguitarne adunque evidentemente, che
> debbesi al sovrano un giuramento puro e semplice d'obbedienza e di
> fedeltà senza alcuna esplicita restrizione: avere l'antico sovrano di
> Roma preteso proibire ogni giuramento da quello in fuori, di cui diede
> egli stesso la formola: non potersi certamente questa proibizione
> stimare precetto della Chiesa, e che quand'anche fosse, ella non
> obbligherebbe i sudditi ad esporsi, per osservarla, allo sdegno del
> sovrano, ed alle pene che il rifiuto del giuramento seguiterebbero,
> perciocchè le leggi della Chiesa, secondo le regole comuni, non
> obbligano mai sotto grave incomodo; ma nel fatto una tale proibizione
> altro non essere, che un mezzo concetto dallo spodestato principe di
> Roma con mire del tutto umane, cioè per turbare il possesso al nuovo
> governo, e per ricuperare il dominio temporale: non avere in questo il
> papa operato come capo della Chiesa, nè come vicario di colui, che
> disse, non essere il regno suo di questo mondo, e che insegnò co' suoi
> precetti e col suo esempio, che sempre si debbe obbedire ai magistrati
> stabiliti: adunque, ed unicamente dalla confusione delle due potestà
> temporale e spirituale in una sola mano, essere nata la opinione erronea
> che oggidì importava oltre modo di distruggere, pel buon ordine e per la
> quiete pubblica; le formole del giuramento prescritte agli abitatori
> dello stato Romano essere quelle stesse, che erano in vigore in tutto
> l'imperio Francese e nel regno Italico, e secondo le quali più di
> quaranta milioni di sudditi cattolici non esitavano punto a prestar
> giuramento ogni qual volta che l'occasione s'appresentava. La formola
> particolare prescritta ai vescovi ed ai curati, essere stata accordata
> nel concordato tra il governo Francese ed il papa Pio settimo: i dubbi
> sparsi nel popolo, che giurando obbedienza alle constituzioni
> dell'impero, si venisse ad appruovare il divorzio, e così ancora altre
> insinuazioni di simil sorta, non avere fondamento: sotto il nome di
> constituzioni dell'impero venire le leggi politiche, che constituiscono
> la forma del governo, e queste leggi sempre essere distinte dalle leggi
> civili: oltre a questo, non essere il divorzio comandato dalla legge
> civile: solo per esse permettersi a coloro, che credevano poterlo usare
> secondo i loro principj religiosi: già parecchi vescovi dello stato
> Romano, già un gran numero di curati, di canonici e di altri religiosi,
> tacendo dei magistrati civili, avere dato un esempio di sommessione e
> d'obbedienza, ch'altri doveva seguitare: importare che tale esempio si
> propagasse e dilatasse; volere il governo, ed in ciò porre grandissima
> cura, che gli ecclesiastici, i quali già si erano uniformati, o
> sarebbero per uniformarsi a' suoi ordini, fossero onorati con manifesti
> segni di soddisfazione e di confidenza.
> 
> Sani ed irrefragabili erano i principj del Dalpozzo, quanto
> all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla
> al nuovo stato, e di più di giurare di non partecipar mai in nissuna
> congiura o trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono
> avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di
> fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la
> riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come
> abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè
> volevano fare scoprir i renitenti, per avere un pretesto di
> allontanargli da Roma, dove gli credeva pericolosi. Vi era, in questo,
> troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra. Perciocchè
> gl'intimati potevano intendere la parola fedeltà non oltre il senso
> dell'obbedienza, e Pio VI medesimo nel novantotto aveva definito, che si
> potesse giurare fedeltà a quel governo, che era stato creato dagli
> occupatori del suo stato, e che era incompatibile con la sua sovranità
> temporale, cioè, alla repubblica. Del resto, noi non intendiamo dannar
> coloro, che sinceramente credendo di non potere, senza trasgressione,
> prestar il giuramento, anteposero la coscienza al carcere ed all'esilio,
> la materia aveva in se molta difficoltà. La Romana consulta procedeva
> cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Alcuni
> giurarono, altri ricusarono. Giurarono quei di Perugia, Segni e Anagni:
> ricusarono quei di Terracina, Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Amelia,
> Terni, Acquapendente, Nocera, Assisi, Alatri. Aveva il vescovo di Tivoli
> giurato; ma pentitosi e condottosi a fare il pontificale nella chiesa
> del Carmine il giorno di San Pietro, con molte lagrime fece, dopo il
> Vangelo, la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma
> carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro
> d'intorno le armi dei gendarmi Napoleonici, chi in Francia, chi a
> Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti. Fu anche
> portato via da Roma, come non giurato e troppo divoto al papa, un
> Baccolo Veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo, e di natura
> facetissima. I carceratori non sapevano darsene pace, perciocchè più lo
> sprofondavano nell'esilio e nella miseria, e più rideva e si burlava di
> loro, tanto che per istracchezza il lasciarono andare come pazzo. Ma ei
> tornava in sul dire e in sullo scrivere cose tanto singolari a Genova, a
> Milano, a Venezia, che era forza ai Napoleoniani di spiare continuamente
> quello che si facesse. Insomma era questo Baccolo una gran molestia agli
> spiatori di Napoleone, e diè che fare a tutti dal duca di Rovigo fino
> all'umile Olivetti, ch'era stato surrogato a Piranesi: solo che udissero
> nominar Baccolo, tosto si scuotevano e risentivano. Spedita la faccenda
> dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Sperava Janet, che
> giurerebbero facilmente, avendo grossi benefizj e morbida vita. Molti
> giurarono; molti ancora non giurarono. Dei due capitoli di San Giovanni
> e di San Pietro in Roma, tutti ricusarono, salvo Vergani e Doria. Quei
> di Tivoli e di Viterbo, tre soli eccettuati, giurarono. Giurarono quei
> di Subiaco, ad instigazione dei Tivolesi; ma si ritrattarono. Ricusarono
> quei di Canepina, ricusarono quei di Cori: i gendarmi s'affaccendavano.
> Molto maggiore difficoltà avevano in se i giuramenti dei curati,
> massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita, e d'evidente
> vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidj spirituali, ma ancora
> pei temporali. Rappresentò la consulta, che in questo opinava
> saviamente, che s'indugiasse. Napoleone, che per la sua natura pertinace
> amava meglio usare ogni estremo, che allentare un punto solo delle sue
> deliberazioni, mandò loro dicendo, che voleva i giuramenti da tutti, ed
> obbedissero. Nelle province la maggior parte ricusarono; i gendarmi se
> gli portarono. Dei Romani, i più si astennero: tre giurarono, quei della
> Traspontina, di Santa Maria del Carmine fuori di porta Portese, della
> Madonna della Luce in Trastevere: i renitenti portati via, o se infermi
> ed impotenti all'esilio, serrati in San Calisto; i consenzienti
> accarezzati. Nasceva dagli esilj una condizione lagrimevole, che gli
> ufficj divini per la mancanza dei pastori s'interrompevano. Napoleone,
> posta la falce nella messe ecclesiastica, a suo modo vi rimediava.
> Sopprimeva di propria autorità i vescovati e le parrocchie dei vescovi,
> e dei parochi non giurati, e secondochè gli aggradiva, gli univa ai
> vescovati e parrocchie dei giurati, turbando in tale modo di per se, la
> giurisdizione spirituale come voleva, ed a chi voleva.
> 
> A questo tempo furono soppressi nello stato Romano i conventi sì di
> religiosi, che di religiose; i forestieri mandati al loro paese, i
> paesani sforzati a depor l'abito. Mandaronsi i soldati a far uscire le
> monache, tempo ventiquattr'ore: le valide d'età e di salute mandate alle
> case loro, le vecchie ed inferme in quattro conventi. L'aspetto di Roma
> a questi giorni compassionevole: gendarmi, che si portavano vescovi,
> canonici, parochi giovani, parochi vecchi, sani o malati, o dal contado
> a Roma, o da Roma all'esilio. Piangevano gli esuli, piangevano le
> famiglie degli esuli: i Romani colli risuonavano di querele e di pianti.
> 
> Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di
> fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non
> convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze,
> alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò, che con
> denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessari alla
> specola del collegio Romano; condusse a fine i parafulmini della
> basilica di San Pietro stati principiati da papa Pio, ebbe speciale cura
> delle allumiere della Tolfa, e delle miniere di ferro di Monteleone
> nell'Umbria, nelle quali si era cessato di cavare ai tempi delle ultime
> guerre civili, quantunque il ferro sia assai più arrendevole e dolce di
> quello dell'isola d'Elba. Gente perita, denaro a posta addomandava; due
> allievi Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della
> veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di
> utili scienze nell'ecclesiastica Roma.
> 
> Temevasi che la presenza dei Francesi in Italia, massimamente in Toscana
> e nello stato Romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda
> per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore
> dell'Italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si
> potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il
> quale, non so per quale strana fantasia, aveva unito Toscana e Roma alla
> Francia, ed introdottovi negli atti pubblici l'uso della lingua
> Francese, aveva, già fin dall'anno ultimo, decretato premi a chi meglio
> avesse scritto in lingua Toscana. La consulta di Roma a fine di
> cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola
> Degerando, statuiva, che la lingua Italiana si potesse in un con la
> Francese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in
> Italia. Volle altresì, che l'accademia dagli Arcadi si ordinasse in modo
> che e la letteratura Italiana promuovesse, e la lingua pura ed
> incorrotta conservasse con premi a chi meglio l'avesse scritta o in
> prosa o in versi, l'Arcadia sedesse sul Gianicolo nelle stanze di
> Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del
> cielo, alla natura degli uomini, alle Romane usanze fu quello
> dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più
> magnifico stato. La consulta le dava più copiosi sussidi, l'imperatore
> più convenienti stanze, e dote di centomila franchi.
> 
> Parlando io dei benefizi delle lettere, non voglio passar sotto silenzio
> l'amorevolezza usata dalla consulta verso il convento di San Basilio di
> Grottaferrata, unico residuo dell'antico ordine di San Basilio, che
> primo fra le tenebre del medio evo portò in Europa la cognizione della
> lingua Greca, e con lei lo studio delle lettere. Nel coro e negli uffizi
> avevano questi monaci conservato la lingua ed il canto Greco, ma
> piuttosto per tradizione orale, che per lettera scritta. Ogni vestigio
> del canto Greco si sarebbe spento, se il convento fosse stato soppresso,
> ed i monaci dispersi. Supplicato l'imperatore dalla consulta, conservò
> il convento. Ciò non ostante l'ordine si spense, perchè il secolo a
> tutt'altro portava, che a farsi frate, ed a cantar greco.
> 
> Colla medesima mansuetudine opinò la consulta del convento dei
> Camaldolesi di Montecorona, Benedettini riformati di san Romualdo. Mi
> fia dolce raccontar qualche particolarità di Montecorona, poichè in
> quella tranquilla sede riposerassi alquanto l'animo stanco ed inorridito
> dalla rappresentazione di tanti tradimenti, espilazioni e morti.
> Conservava Camaldoli sincera e pura, dopo tanti secoli, la regola di san
> Romualdo. Tengono i Camaldolesi del cenobita e dell'eremita. Come
> cenobiti, vivonsi solitari, come romiti, attendono alle opere manuali sì
> agrarie che domestiche, senza differenza alcuna di padri o di fratelli,
> di superiori o d'inferiori. Servonsi tra di loro a vicenda, usano la
> ospitalità, esercitano la carità: la vita loro, anche ai tempi
> Napoleonici, pacifica e dolce: divoti a Dio, divoti al sovrano, divoti
> agli uomini, pregavano, obbedivano, soccorrevano. Siede il convento
> sulla sommità di un monte, ha all'intorno folta foresta, dista da
> Perugia a quattordici miglia: deserti una volta, campi fioriti adesso
> per opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli aspri monti
> l'abete; fecerne selva vastissima, magnifici fusti per le più grosse
> navi. È il convento stimolo a virtù, fonte di proventi, ricovero
> d'uomini fastiditi del mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento
> di soccorsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano i regni,
> odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, ammazzavansi le
> generazioni: Montecorona quieto, dolce, umano e benefico perseverava; e
> se la caduta del papa pose in forse la conservazione di lui, molto è da
> deplorarsi che l'ambizione dei tempi sia arrivata a turbare quelle sante
> solitudini. Bene meritò degli uomini infelici e pii la Romana consulta,
> a ciò movendola Janet, coll'avere addomandato la conservazione di quel
> pietoso secesso.
> 
> Emmi caro lo spaziare alquanto sull'ordine della propaganda. Napoleone
> imperatore, al quale piacevano le cose che potevano muovere il mondo,
> volle, mettendola in sua mano, conservare la propaganda: Degerando,
> siccome quegli che si dilettava di erudizione letteraria e di gentilezza
> di costumi, con l'autorità sua la favoreggiava. Dalla narrazione delle
> cose appartenenti a quest'ordine chiaramente si verrà a conoscere, ch'ei
> non meritava nè le lodi dei fanatici, nè gli scherni dei filosofi.
> Ancora vedrassi quanta sia la grandezza degli Italiani concetti. Era
> principal fine di questo instituto la propagazione della fede cattolica
> in tutte le parti del mondo; ma l'opera sua non era talmente ristretta a
> questa parte, che non mirasse a diffondere le lettere, le scienze, e la
> civiltà fra genti ignare, barbare e selvagge; che anzi una cosa ajutava
> l'altra, poichè la fede serviva d'introduzione alla civiltà, e questa a
> quella. Poteva anche mirabilmente ajutare la diplomazia e la politica:
> ciò massimamente aveva piaciuto a Napoleone; perciocchè un capo solo
> reggeva, e muoveva infiniti subalterni posti in tutte le parti del
> mondo. Il trovato parve bello a Napoleone, nè era uomo da non volersene
> prevalere, e siccome aveva usato la religione per acquistare la signoria
> di Francia, così voleva servirsi della propaganda per acquistar quella
> del mondo. Seppeselo Degerando, il quale scriveva, che per quanto alla
> politica s'apparteneva, la propaganda, recando in quelle lontane regioni
> coi semi del nostro culto i nostri costumi, le nostre opinioni, le
> radici delle idee d'Europa, la narrazione del regno il più glorioso,
> qualche cognizione delle nostre leggi e delle nostre instituzioni,
> preparando gli spiriti a certi avvenimenti, che solo s'apparteneva alla
> vastità dell'imperial mente a concepire, procacciando amici tanto più
> fidati, quanto più stretti da vincoli morali, e così ancora offerendo
> tanti, e così variati mezzi di corrispondenza in contrade, in cui il
> governo manteneva nissun agente, procurandoci notizie esatte sulla
> natura dei paesi, nei quali i missionarj soli potevano penetrare,
> aprendo finalmente una via, e quasi un condotto a farvi scorrer dentro
> coi lumi civili le influenze di un sistema la cui grandezza doveva
> abbracciare tutto il mondo, era un edifizio piuttosto di unica che di
> somma importanza. Queste cose erano di per se stesse molto chiare, e se
> alcuni filosofi, massimamente Francesi, tanto hanno lacerato Roma per
> avere, come dicevano, fatto servire la religione alla politica, si vede
> ch'essi non furono alieni dall'imitarla; poichè, divenuta Francia
> padrona di Roma, indirizzarono i loro pensieri al medesimo fine. Certo è
> bene, che Napoleone di nissuna cosa più si compiacque, che di questa
> propaganda: ora per dire qual fosse, ella fu creata dal papa Gregorio
> decimoquinto; e da lui commessa al governo di una congregazione di
> quattro cardinali, e di un segretario. Suo ufficio era mandar missionarj
> in tutte le parti del mondo. Gregorio la dotò di rendite del proprio, e
> d'assegnamenti considerabili sulla camera apostolica; le conferì
> immunità e privilegi; volle che ciascun cardinale nella sua esaltazione
> le pagasse un censo. Ma Urbano ottavo, considerato, che se era utile il
> mandare missionarj Europei a propagar la fede, maggiormente utile
> sarebbe il mandarvi uomini del paese convertiti ed ammaestrati nelle
> pratiche Romane, aggiunse il collegio della propaganda, in cui a spese
> pubbliche erano ricoverati ed ammaestrati giovani forestieri, massime di
> origine orientale, acciocchè fatti grandi e addottrinati, ritornassero
> nei propri paesi a secondare i missionarj apostolici.
> 
> Sommava il numero degli allievi per l'ordinario a settanta; i Cinesi,
> essendo loro riuscito contrario l'aere di Roma, furono trasportati in un
> seminario e collegio fondati per questo fine a Napoli. Innocenzo
> duodecimo, ed altri pontefici furono liberali verso la propaganda di
> nuovi benificj: uomini privati altresì con donazioni, e legati
> l'arricchirono. Le diede monsignor Vires il bellissimo palazzo in Roma:
> il cardinale Borgia, morto a Lione nell'ottocent'uno, le lasciò una
> parte de' suoi beni. Quattro erano gli ordini della propaganda,
> destinati alla propagazione della parola del Vangelo: occupavano il
> primo i vicarj apostolici, o arcivescovi, o vescovi, o prefetti delle
> missioni, il cui carico era lo scrivere le lettere, e la direzione delle
> fatiche apostoliche. Subordinati ai vicarj collocavansi nei secondi i
> semplici missionarj. Venivano in terzo luogo i collegi, le scuole, i
> monasteri. Cadevano nel quarto i semplici agenti amministrativi ed
> economici. La propaganda diede principio alla sua opera col fondare
> arcivescovi e vescovi nelle antiche chiese, due patriarchi, l'uno pe'
> Caldei, l'altro pei Siriaci, vescovi e vicarj apostolici nelle isole
> dell'Arcipelago, nell'Albanìa, nella Servia, nella Bosnia, nella
> Macedonia, nella Bulgaria, nella Mesopotamia, nell'Egitto, a Smirne, ad
> Antiochia, ad Anticira. Mandava due vescovi, vicarj apostolici, a
> Constantinopoli, uno pel rito Latino, l'altro per l'Armeno. Un gran
> numero ne destinava in Persia, nel Mogol, nel Malabar, nell'India oltre
> e qua del Gange, nei regni di Siam, di Java, di Pegù, in Cochinchina,
> nel Tonchino, nelle diverse province della China. Nè ometteva, parendole
> che fosse messe d'importanza, gli stati uniti d'America. Vicarj
> apostolici, e vescovi mandati dalla propaganda, seminavano le dottrine
> del Vangelo in quelle regioni d'Europa, che dalla chiesa Romana
> dissentivano. Questi tentativi e questi sforzi della comunanza
> cattolica, stimolavano le dissidenti a pruovarsi ancor esse a propagare
> la religione e la civiltà fra le nazioni ancor barbare e selvagge.
> Mandarono pertanto, gl'Inglesi massimamente, agenti loro nell'Indie
> Orientali, e nelle isole del mare Pacifico, dalla quale pietosa opera
> molte nazioni furono dirozzate, e ridotte alla condizione civile. E se i
> papi mescolarono la politica, come fu scritto, in questi conati
> religiosi, resterà a vedere, se la Russia e l'Inghilterra siano esenti
> da questa pecca. Per ajutare i vescovi ed i vicarj apostolici, s'erano
> instituiti a luogo a luogo, e più numerosi là dove i Cattolici vivevano
> in più gran numero, i prefetti ed i parrochi: questi avevano sede fissa
> e gregge permanente: i missionarj, che erano il secondo grado,
> comprendevano nel mandato loro vaste province, conducendosi ora in
> questo luogo ed ora in quello, ma sempre nella provincia destinato a
> ciascun di loro, secondochè i bisogni della fede da loro richiedevano.
> La elezione dei missionarj si faceva ordinariamente fra i sacerdoti del
> clero secolare. Era a loro raccomandato, e specialmente comandato dalla
> propaganda, che a niun modo nè sotto pretesto qualsivoglia si
> mescolassero o s'intromettessero negli affari temporali, meno ancora nei
> politici dei paesi, cui erano destinati ad indagare e ad ammaestrare.
> Solamente era solita la propaganda ad insegnarvi le scienze profane e le
> arti utili, affinchè con esse potesse volgere a se gli animi, e
> cattivarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uomini ignari di quelle
> incolte regioni. Dipendevano i missionarj del tutto da lei, ed ella gli
> spesava con le sue rendite. Aveva creato sei scuole, o collegi in
> Egitto, quattro nell'Illirio, due in Albania, due in Transilvania, uno a
> Constantinopoli, parecchi in diverse contrade non cattoliche d'Europa.
> Erano questi collegi mantenuti col denaro della congregazione: mille
> scudi all'anno pagava ai vescovi d'Irlanda per le scuole cattoliche di
> quel regno; i collegi Irlandese, Scozzese, Greco, e Maronita di Roma da
> lei medesimamente dipendevano. Finalmente ciascun ordine di religiosi
> aveva un collegio separato pe' suoi missionarj, così questi stessi
> missionarj avevano dipendenza dalla propaganda, in quanto spettava alla
> bisogna delle missioni. Gli allievi dei collegi, ciascuno secondo il suo
> merito, erano creati sul finire degli studi o vescovo, o prefetto, o
> curato, o semplice missionario. Gli agenti o procuratori a niuna bisogna
> religiosa attendevano, ma solamente, essendo distribuiti nei luoghi più
> opportuni, al mandar le lettere e i fondi necessari per tener viva
> dappertutto macchina sì vasta.
> 
> Quanto alla congregazione in Roma, aveva cinque parti, la segreterìa,
> dove si scrivevano le lettere, ed a questa parte appartenevano anche
> gl'interpreti; gli archivi, che comprendevano la librerìa ed il museo,
> entrambi pieni di cose curiosissime; la stamperìa tanto celebre per la
> varietà e la bellezza de' suoi caratteri; il collegio degli allievi; la
> computisterìa: in quest'ultima si tenevano i conti, e le ragioni della
> congregazione. Le rendite sommavano a trentatremila trecento novantasei
> scudi romani all'anno, che sono centosettantottomila seicentosessanta
> franchi. I fonti erano i luoghi de' monti, i livelli pagati da Napoli,
> da Venezia, e dai corpi religiosi, e finalmente i censi dei cardinali
> novellamente creati. Ma la ruina universale aveva addotto la ruina di
> quest'instituzione, con avere o del tutto annientato parte delle
> rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenti: s'aggiunse la
> rovina del palazzo devastato nel mille ottocento. Adunque ella
> sussisteva piuttosto di nome che di fatto, quando Napoleone s'impadronì
> di Roma; poi, i frutti dei monti non si pagavano, la computisterìa per
> comandamento imperiale sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi.
> Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i
> pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatus-consulto,
> volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma
> distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai
> tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la
> macchina, come era necessario, nè far sorgere quel zelo a propagazione
> degl'interessi politici, che per amore della religione, per le
> esortazioni dei papi, e per la lunga consuetudine era sorto nei membri
> della congregazione a tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu
> di alcuna utilità nè per la religione, nè per la politica: solo le sue
> ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio, e la rabbia degli
> uomini che l'avevano distrutto. Portati via gli archivi per arricchirne
> Parigi, si voleva privar Roma anche dei tipi delle lingue orientali, che
> si trovavano raccolti nella sua stamperìa: eranvi i tipi di ventitrè
> lingue d'Oriente. Domandava la stamperìa imperiale di Parigi, che le si
> mandassero le madri per supplire con loro ai punzoni alterati. Grave
> perdita sarebbe stata questa per Roma, dove l'erudizione, e la
> letteratura orientale erano, come in sede propria, coltivate. Pregò
> Degerando, che o si gittassero con le madri i punzoni a Roma, o si
> mandassero a Parigi, non tutte ma solamente quelle dei punzoni alterati.
> Fu udito benignamente; a lui restò la città obbligata della
> conservazione di opere di gran valore per la erudizione e per le
> lettere.
> 
> Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni
> passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese
> degli smalti e degli operai. La principale manifattura, che serviva di
> norma alle altre, era attinente a San Pietro, e si sostentava colle
> rendite della sua fabbrica: per la necessità dei tempi, mancando la più
> gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava
> la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale, ma perchè
> Napoleone, che non amava lo spendere a credenza, non si tirasse
> indietro, fu d'uopo alla consulta l'inorpellare la cosa con dire, che il
> musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad abbellire
> San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi, adornerebbe il
> palazzo del principe, ed i monumenti dell'imperiale Parigi. «Che bel
> pensiero sarebbe, diceva la consulta, l'immortalare con opere di musaico
> il quadro dell'incoronazione dipinto da David, e gli altri tre, che
> dalle maestrevoli mani di questo grande artista erano per uscire?» A
> questi suoni Napoleone si calava, e pagava. Restava che, poichè si era
> provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavorerìa
> loro addossata al colle del Vaticano, ed in parte sotterranea, e perciò
> molto malsana, troppo spesso infermavano, e sovente il vedere perdevano.
> Oltre a ciò gli armadi e gli scaffali, in cui si conservavano gli
> smalti, infracidavano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi,
> dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico
> di tutti un bel quadro del pittore Camuccini. Decretò la consulta,
> trasportassersi gli opificii nelle stanze del Sant'Officio.
> 
> Concedutosi dall'imperatore un premio di ducentomila franchi ai
> manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi
> meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le
> opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio
> conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio
> lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi
> più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più
> ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul
> capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa
> Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringeva nelle spalle,
> quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che
> bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture
> attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed
> opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli
> uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.
> 
> I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i
> preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli,
> diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro
> dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti
> estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate
> Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.
> 
> Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno
> così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare.
> Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi
> anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero
> guastato l'intenzione.
> 
> Discorreva Napoleone di voler visitar Roma sua. Se di fatto non voleva
> andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al
> trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le
> parve acconcio per la campagna; il Quirinale per la città: il Quirinale
> grande e magnifico per se, sano per sito, e con bell'apparenza da parte
> di strada Pia: ogni cosa all'imperial costume si accomodava. Nè la
> bellezza, o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar
> alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla porta del
> Popolo da riuscire a Trinità del Monte, di trasportar i sepolcri fuori
> delle mura, di prosciugar le paludi. Le Pontine massimamente pressavano
> nei consigli imperiali. Prony Francese, Fossombroni Italiano, idraulici
> di gran nome, e di scienza pari al nome, le visitavano, e fra di loro
> consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrari; e se le
> Pontine non peggiorarono sotto il dominio Francese, certo non
> migliorarono.
> 
> Così vivevasi a Roma, con un sovrano prigioniero a Savona, con un
> sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze
> avvenire, diventata, stravagante caso, provincia di Francia, non poteva
> nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in
> contrarie parti lagrimava, e si doleva, nè poteva la consulta,
> quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e
> racconfortarla.
> 
> Nuovi, strani e lamentevoli casi mi chiamano nel Regno. Era venuto a
> noia a Carolina di Sicilia, che voleva comandare da se, il dominio
> degl'Inglesi, nè sperando di riconquistare il regno di terraferma,
> desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone,
> che conosceva bene gli umori degli uomini, e quelli delle donne ancora,
> aveva penetrato quel di Carolina, e per mezzo di sue pratiche le
> persuase, ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un
> negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era, che il re
> aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e promettesse che
> gli occupassero, sì veramente che l'imperatore ajutasse il re a cacciar
> gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in
> Murat il desiderio di conquistar la Sicilia sperando che la durezza del
> governo Caroliniano, procurandogli aderenze negli scontenti, gli
> aprirebbe l'occasione di far frutto con le spalle loro. Già le truppe
> Francesi si erano condotte nella Calabria ulteriore; al che aveva
> consentito Napoleone per dar gelosìa agl'Inglesi, acciocchè non
> potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani,
> la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi
> concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima
> combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che per vietar
> loro il passo le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano,
> e sulle spiaggie di Bagnara. S'ingiungeva a tutti i comuni posti sul
> littorale del Mediterraneo, che somministrassero legni armati in guerra
> per l'impresa di Sicilia. Murat, che a Scilla voleva imitar Napoleone a
> Bologna di mare, spesso imbarcava, e spesso anche sbarcava le genti per
> addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe: i più
> confidavano nella fortuna di Napoleone, affermando, che finalmente poi
> lo stretto di Messina, non era più difficile a passarsi, che il Reno od
> il Danubio. Ma siccome il nervo principale della spedizione consisteva
> nei Francesi, così aveva Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse
> che eglino cooperassero coi suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che
> a questo tempo negoziava colla regina, nelle sue solite ambagi
> ravviluppandosi, rispose nè appruovando nè disdicendo, contento al moto,
> o che riuscisse o che solo spaventasse. Nissun ordine mandò a' suoi,
> acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Giovacchino acceso per
> se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e
> persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar
> la fazione da se, e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i
> quali era il reggimento di Reale-Corso, partivano di nottetempo dalle
> vicinanze di Reggio e di Pentimela, e s'avviavano alla volta di Sicilia,
> con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat,
> standosene sulla reale gondola riccamente addobbata, dava opera ad
> imbarcare le genti Francesi, come se anch'elleno dovessero andare alla
> conquista, ancorchè sapesse, ed elle meglio di lui, che non
> s'attenterebbero. Ma avevano consentito ad ajutar l'impresa con un po'
> di romore, e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato
> luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagniac; ma non così tosto
> posero piede sulle terre Siciliane, che invece di correre uniti a
> qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual
> cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero coll'armi ed in
> folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi
> non fu morto, fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile.
> Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina; ma arrivarono
> quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza
> diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro
> Napoleone, la speranza conceputa, ritirava Giovacchino i soldati verso
> Napoli, e con pubblico scritto annunziava, essere terminata la
> spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'ulteriore
> Calabria miserabili vestigia del furore dei Napoleoniani. Tra il guasto
> fatto per accampare, e quello dei soldati scorrazzanti per le campagne,
> ne furono guastate vaste tenute d'ulivi e di viti, sole ricchezze che il
> paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello
> di quà desolato.
> 
> Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar
> segreti, che non venissero a cognizione degl'Inglesi, ne intrapresero
> anche le lettere certissime. Ciò fu cagione, che Carolina a loro, e
> principalmente a lord Bentinck mandato in Sicilia a confermarvi il
> dominio della Gran Bretagna, tanto venisse in odio, che per allontanarla
> del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche
> miglio da Palermo, e poco dopo l'obbligarono anche a partire dalla
> Sicilia, accidente molto singolare e strano, che sarà da noi raccontato
> a suo luogo.
> 
> Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria di nuovo uscendo dai
> loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a
> sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun
> campo riposto erano più sicuri. Divisi in bande e sottomessi a capi, si
> erano spartite le province. Carmine Antonio, e Mescio infestavano coi
> loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nierello, Parafanti e
> Gosia il distretto di Nicastro ed i casali di Cosenza; Boia, Giacinto
> Antonio, ed il Tiriolo la Serra stretta, ed i borghi di Catanzaro;
> Paonese, Massotta, e il Bizzarro le rive dei due mari, e la estremità
> dell'ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzarro specialmente, e lungo
> tempo, la selva di Golano, e le strade da Seminara a Scilla. Questi
> erano gli effetti dell'antiche consuetudini, e delle guerre civili
> presenti. Si temeva, che alla prima occasione i capi politici contrarj
> al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo
> prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre
> nemici dei Francesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano, non
> le ruberìe e gli assassinj, che anzi cercavano di frenargli, ma
> l'incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella
> nazione, che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte
> necessario a Murat l'estirpar del tutto quella peste dei facinorosi di
> Calabria, e lo spegnere, se possibil fosse, la setta tanto importuna dei
> carbonari. Varj per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di
> Giuseppe, varj altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non
> tanto per la forza della parte contraria, e per la difficoltà dei
> luoghi, quanto pei consigli spartiti, e la mollezza delle risoluzioni. A
> ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi ed
> un'autorità piena per punirgli. Un Manhes generale, ajutante di campo di
> Murat, che già aveva con singolar energìa pacificato gli Abruzzi, parve
> al re uomo capace di condur a buon fine l'opera più difficile delle
> Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era
> Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di
> natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui
> poteva scegliere Giovacchino per conseguir il fine che si proponeva.
> Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie
> pacificasse; del modo, qualunque ci fosse, non si curava: ciò si pose in
> pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà,
> insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedj sono necessari, che
> veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io
> veramente dell'umana generazione mi dispero. Primieramente considerò
> Manhes, che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè
> i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello
> in cui si procedeva più rimessamente: così cacciati e tornanti a vicenda
> da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò
> pensando, che i proprietarj, anche i più ricchi, ed i baroni stessi che
> vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti,
> quest'uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di
> torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per
> ispegnergli. S'aggiungeva che la gente sparsa per le campagne, per non
> essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e
> così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibile il
> sopraggiungergli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo
> straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si
> assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne
> cavava quest'altro frutto, che i giudizj sarebbero stati severi,
> operando contro i delinquenti l'antica paura, ed i danni sopportati.
> Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste,
> e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine
> quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi
> comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei
> buoni, giudizj inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende
> di stato, ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle
> operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi
> quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni,
> come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de'
> suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in
> ischiere, fe' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che
> erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori
> d'agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che ai corpi armati da
> lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò
> fuori a correrla i corpi dei proprietarj armati da lui comune per
> comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o
> vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei
> campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti, e briganti
> che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato,
> rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e
> forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà
> fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara
> degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava
> lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una
> fanciulla, alla quale furon trovate lettere indiritte a uomini sospetti.
> Nè il sangue dei carbonari si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto
> per insidia, e sotto colore d'amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato
> ed un suo nipote entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno
> veggente l'altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l'animo
> a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi
> barbari che contro di loro si usarono. I carbonari spaventati dalle
> uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si
> ritirarono alle più aspre montagne.
> 
> I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e
> privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti, che contro gli
> urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta
> alle lunghe angosce o da sè medesimi si uccidevano, o si davano
> volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi,
> condotti innanzi a tribunali straordinari composti d'intendenti delle
> provincie, e di procuratori regj, erano partiti in varie classi; quindi
> mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes.
> Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni
> orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè
> solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi gli favoriva, o
> poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero;
> perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per
> opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene
> giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a
> raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano
> mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di
> Carlopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo
> governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed
> implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi,
> ch'ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l'accusa datagli dal
> procuratore del re d'aver avuto segrete intelligenze coi briganti.
> Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso
> di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro
> all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno,
> l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda,
> marciavano, in una processione distendendosi, ch'io non so con qual nome
> chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme,
> indosso vesti a guisa di San Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a
> bisdosso. A questo modo s'accostarono al patibolo: quivi una morte
> crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano
> solamente supplizi coloro, che a ciò fare erano comandati, ma ancora i
> paesani spinti da rabbia e da desiderio di vendetta infierivano contro i
> malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie
> i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per uccidergli. Furono i
> Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei
> supplizi, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o
> negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi si vedevano
> spiranti ancor minacce, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei
> presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di
> Castrovillari angusta e malsana, videne perire nell'insopportabile tanfo
> gran moltitudine.
> 
> La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i
> cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si
> brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti, i sani sui
> moribondi, e se stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano.
> Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la Castrovillarese torre:
> sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra
> degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo
> orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati
> a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora le sue sponde di
> abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravvanzò un terror grande.
> Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli
> abitatori che ai viandanti: si apersero le strade al commercio,
> tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile,
> da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le
> Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maladetto e benedetto
> per sempre.
> 
> LIBRO VIGESIMOQUINTO
> 
> SOMMARIO
> 
>       Papa Pio prigione in Savona, e come trattato. Sue discussioni
>       con Napoleone circa l'esecuzione del concordato, e
>       l'instituzione dei vescovi. Ragioni addotte dalle due parti
>       contro, ed in favore della facoltà dei pontefici Romani del
>       delegare l'autorità spirituale ai vescovi. Prelati Francesi
>       mandati a trattar col papa a Savona. Il papa non si mostra
>       alieno dal dar l'instituzione fra sei mesi ai vescovi
>       nominati, o di consentire, che fosse data in nome suo dai
>       metropolitani, solo astenendosi da questa concessione pei
>       vescovi suburbani. Concilio di Parigi. Breve del 20 settembre.
>       Il papa ricusa costantemente di rinunziare alla sovranità
>       temporale. Minacce che gli si fanno. Come e quando condotto da
>       Savona a Fontainebleau.
> 
> Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza; sì
> soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo coll'imperio degli
> ecclesiastici in freno la parte contraria, alla quale non piaceva quella
> sua immoderata cupidigia di dominare. Nè trovò in questo la materia
> renitente: gli ecclesiastici non solamente accorrevano chiamati, ma
> ancora si offerivano non chiamati, molti per amore della religione, e
> molti ancora per ambizione, e speranza dei premj. Restava che la
> religione Romana stessa domasse con depressione dell'autorità
> pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che
> era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo
> fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di
> Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi
> soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la
> Romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona,
> retribuzione certamente indegna di tanti benefizj. S'accomodavano gli
> accidenti a' suoi pensieri: perchè, allettati con le ricchezze, e colla
> potenza i prelati più ragguardevoli, si accorgeva facilmente, che, se
> per lo innanzi gli era venuto fatto di voltare il papa contro Porto
> Reale e contro Voltaire, poteva presentemente voltare i prelati contro
> il papa. Più oltre anzi mirava; e già si motivava, che a lato dell'altar
> maggiore delle chiese Anconitane la sua immagine si dovesse esporre alla
> divozione dei fedeli. Da un papa prigione ad un papa spento, da un papa
> spento ad un autocratore in tanta forza e grandezza pareva facile il
> passo. Liberato per le vittorie del Danubio da ogni timore, si accingeva
> all'insolito e pericoloso tentativo. I Russi ed i Britannici modi gli
> venivano in mente, e gli pareva gran fatto, che quello che Alessandro e
> Giorgio erano, egli non fosse. Ma non considerava che la opinione
> cattolica è inflessibile ed indomabile, e che ancor più impossibile è il
> cambiarla, che lo spegnerla: gli ordini papali poi alla natura sua
> stessa, e per così dire, alle viscere sue più vitali sono inerenti
> secondo la credenza della maggior parte dei fedeli.
> 
> Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì quindici agosto
> dell'ottocentonove, se per caso o pensatamente, perciocchè quello era
> giorno festivo di Napoleone, il lettore giudicherà. Gli furono date
> sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni, sindaco della città.
> Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli
> agenti imperiali osservavano, non senza contentezza, che o fosse timore
> o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore
> fanatismo, così il chiamavano, mostrava verso il sovrano pontefice, che
> in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la
> obbedienza verso il governo. Parlossi lungamente nei consigli imperiali,
> se si dovesse permettere che il papa comparisse in cospetto del
> pubblico, sì coll'uffiziare pontificalmente in chiesa, e sì col dare le
> benedizioni. Si temeva lo sdegno aperto degli uomini, se vedessero il
> papa prigioniero, le ire secrete ancor più pericolose, se nol vedessero.
> Prevalse l'opinione che il papa si mostrasse: ma i soldati erano
> numerosi nelle Savonesi terre, le spie ancor più numerose, il castello
> pronto a ritorlo alle genti. Insino a che Napoleone comandasse, erano
> vietate le udienze al papa, ed a nissuno si permetteva che gli
> favellasse, se non presenti le guardie. Poco dopo il principe Borghese,
> governatore del Piemonte e del Genovesato, avutone comandamento da
> Parigi, ordinava, che il palazzo dove abitava il papa, trasferito nelle
> stanze nuove del prefetto, si circondasse di guardie, avesse un solo
> luogo per uscire, non si permettesse a nissuno di entrare; il papa non
> desse nissuna udienza; su quanto facesse nelle interiori stanze
> diligentemente si vigilasse e sopravvigilasse; fra i suoi servitori e
> segretarj segretamente s'inframmettessero uomini dediti a Sua Maestà.
> Ordinava oltre a ciò Napoleone per mezzo di un Vincent, soprantendente
> sull'Italica polizia a Parigi, che si guardasse bene agli atti di chi
> venisse a visitar il papa, e di più, che ogni lettera che gli fosse
> indiritta, si copiasse e mandasse al ministro della polizia generale, e
> che medesimamente tutte quelle che da Sua Santità, o da chi appresso a
> lei serviva, fossero scritte, si copiassero e mandassero al ministro
> medesimo.
> 
> Del resto Borghese principe, e Vincent soprantendente volevano e
> comandavano, che il papa fosse intieramente libero della persona, il
> che, se pure qualche cosa significa, a chi considera gli ordini
> precedenti, vuol dire ch'ei non fosse legato con corde. A questo si
> voleva, perchè si temeva di qualche concistoro segreto, che nissun
> cardinale in Savona, salvo lo Spina, potesse dimorare: fosse vietato
> allo Spina stesso di parlare al pontefice, se non presenti le guardie,
> anzi desiderando mandargli certe delicature di cibi, non gli era
> permesso, se non con licenza del governo. Un umile uomo, che Ostengo
> aveva nome, ed era ai servigi del pontefice, per avere scritto un
> viglietto con lettere di piombo di vetro, fu cacciato nelle segrete, nè
> gli furono concessi i giudici. Esitava il papa a nominar le persone che
> dovessero attendere a' suoi servigi, essendo stimolato a farlo da chi
> aveva mezzo di frenare così gl'infedeli, come i fedeli. Temeva che
> l'amor suo fosse ad altri cagione di disgrazie, nè in ciò s'ingannò.
> Pure nominò il prelato Doria-Pamfili, maestro di camera, Soglia
> cappellano, Porta medico, Ceccarini chirurgo, Moiraghi e Morelli
> ajutanti di camera, un Campa giovane di florerìa, ed alcuni altri di
> minor condizione. Se ne viveva il pontefice nel suo Savonese carcere con
> molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnarsi, quantunque avesse tante
> cagioni di sdegnarsi. Vedeva volentieri il conte Chabrol, prefetto di
> Montenotte, perchè il conte usava con lui molto umanamente, temperando
> con dolci modi l'acerbità degl'imperiali comandamenti; della quale
> dolcezza ed umanità ne ebbe anche le male parole da Parigi. Offertogli,
> se gli piacesse passeggiare a diporto per la campagna, s'intendeva con
> le guardie, rispondeva, non poter divertirsi quando la chiesa piangeva.
> Mandava Napoleone imperatore il conte Sarmatoris di Cherasco a metter
> grandi mense, a fare addobbi, a mostrar magnificenze, a condur servidori
> in livrea attorno al papa, e pel papa. Con qual nome chiamare questo
> imperiale scherno contro il pontefice prigioniero, io non so. Nè so
> nemmeno perchè Sarmatoris conte, che buon uomo era, accettasse un carico
> tanto derisorio. Si appresentava lusingando, e con le imperiali
> profferte. Toccò, sperare, poichè Sua Beatudine aveva aggradito i suoi
> servigi a Parigi, sarebbe per aggradirgli anche in Savona. Rispose
> pacatamente, esser cambiati i tempi: allora come a principe e sovrano
> essersi convenuto l'apparato esteriore, ora come a prigioniero disdirsi:
> fuori del suo seggio, in paese straniero, stretto da guardie armate,
> privo de' suoi servitori e consiglieri più intimi e più fidi;
> prigioniero essere, prigioniero tenersi, da prigioniero voler essere
> trattato: sciogliessero prima le catene che le pontificie membra
> strignevano, nella sua pontifical sede il rimettessero, i suoi cardinali
> gli rendessero, ed accetterebbe i sovrani onori: del resto
> provvederebbero i fedeli, provvederebbe Iddio, che mai non abbandona i
> servi suoi devoti. Le medesime cose asseriva, ma con maggiore forza,
> come a soldato, a Cesare Berthier, generale mandato a Savona da
> Napoleone per ajutar le spie coll'armi.
> 
> Giovami spaziare alquanto sui sentimenti del papa carcerato. Fulminava
> Ugo Maret da Parigi, tentava di spaventarlo. Si facesse, comandava, bene
> capire al papa ed a' suoi famigliari, che dopo la scomunica, il cui fine
> evidente era di eccitar i popoli alla ribellione, e di far ammazzare con
> le coltella sua maestà l'imperatore, aveva il governo pontificio fatto
> l'estremo di sua possa, e consumate tutte le sue armi; se gli facesse
> osservare, quanto pregno fosse quel capitolo della pace, col quale
> l'imperatore d'Austria si era obbligato a riconoscere tutte le mutazioni
> fatte, o da farsi in Italia, se gli facesse riflettere, che ugualmente
> dai trattati d'Amiens e di Tilsit si deduceva, che l'imperatore
> Napoleone poteva fare quanto gli piacesse e paresse, per impedire che il
> papa s'intrommettesse negli interessi terreni, e nell'amministrazione
> interna de' suoi stati: spesso facessero salire alle sue orecchie questo
> suono, che le cose temporali non hanno comunanza alcuna colle
> spirituali, che i sovrani da Dio acquistano la potenza loro, non dai
> papi, che la chiesa gallicana aveva accettato come dottrina invariabile,
> le dichiarazioni dell'assemblea del clero del 1682, e che finalmente una
> scomunica era contraria a tutti i principj della chiesa gallicana: se
> gli ricordasse, che Pio sesto, ancorachè al suo pontificale seggio fosse
> stato tolto, ed i suoi stati invasi, ancorachè a' tempi di lui la
> religione fosse sbandita di Francia, ed il sangue dei vescovi scannati
> bruttasse gli altari, non era venuto a quell'estremo passo di usare
> un'arma, che la religione, la carità, la politica e la ragione del pari
> condannavano. Così Ugo Maret predicava in nome di Napoleone imperatore
> la religione e la carità a papa Pio. Ma il prigioniero in contesa tanto
> disuguale, in cui gli avversari ajutavano le ragioni loro con tutto
> l'apparato delle Europee armi, non se ne stava tacendo, ed opponeva
> costanza a forza. Dello aver voluto eccitare i popoli alla ribellione,
> asseverantemente negava, poichè in tale forma aveva scritto l'atto della
> scomunica, che la sommessione e l'obbedienza alle potestà temporali, la
> salute delle persone, e la conservazione delle sostanze ne fossero
> specialmente raccomandate; che non era stato badando se fulminando la
> scomunica consumasse tutte le armi sue, e tutta la potenza, che solo
> aveva inteso a far il debito suo, e che del resto per la salute della
> chiesa si rimetteva nella provvidenza di Dio; che finalmente la politica
> ecclesiastica non era punto come quella dei governi; che là si trattava
> sempre secondo la verità e la giustizia, qua secondo le passioni umane.
> Aggiungeva che se presto non si acconciassero le faccende e l'imperatore
> colla santa sede non convenisse, vedrebbe il mondo quanto papa Pio fosse
> capace di fare, nè più oltre spiegava i suoi pensieri, le quali ultime
> parole tenevano in sentore continuo i palazzi delle Tuillerie e di San
> Clodoaldo. Raccomandavasi di nuovo alle spie si affaccendassero.
> 
> Nè a queste protestazioni si ristava il papa, nè all'accordo dei
> potentati d'Europa. Si mostrava persuaso, che non più si trattava di
> separar le cose temporali dalle spirituali, ma bensì di ruinare le une
> per mezzo delle altre; che i potentati se ne pentirebbono, che già i
> tentativi erano stati pregiudiziali a quelli che gli avevano fatti,
> massimamente all'Austria; che del resto, ed intanto in occorrenza di tal
> forma, come capo e rettor supremo di quanto allo spirito ed alla
> religione s'apparteneva, non doveva e non voleva starsene ozioso; che
> anzi un suo debito e volontà era di usare contro i perniziosi disegni
> tutta la sua pontificale potenza, riposandosi colla speranza in Dio, che
> supplirebbe a quanto la debolezza sua non poteva effettuare. Affermava
> poscia, che i sovrani sono eletti dai popoli, e che dopo la loro
> elezione tengono la loro potenza da Dio; che male si era interpretato
> l'uso, che una volta avevano i vescovi ed i papi, di mettere nelle
> cerimonie delle sagre la corona in capo ai sovrani; conciossiachè
> quest'atto null'altro volesse significare, se non se che, stantechè la
> potenza, dopo la elezione fatta dagli uomini, veniva da Dio medesimo,
> egli stesso era quello, che per mano de' suoi ministri incoronava i
> sovrani. Quest'erano le dottrine della scuola Romana spiegate
> massimamente, dopo il celebre Gravina, dallo Spedalieri, siccome da noi
> fu raccontato nel libro secondo delle presenti storie. Che certamente,
> ed egli il sapeva, soggiungeva il pontefice, le cose di quaggiù sono
> sempre solite a trascorrere oltre i termini della natura loro, e che per
> questo spesso divenivano necessarie le riforme, cambiando, e mutandosi
> continuamente i tempi e gli usi; che in questo Roma aveva sempre
> mostrato molta agevolezza, consentendo di buon grado alle riforme
> medesime; che solo si rendeva necessario di non operare a caso ed alla
> spartita, ma bensì con procedere pensato e metodico; che così l'Austria,
> dopo alcuni errori a lei funesti, aveva con somma sua utilità operato
> sotto Pio sesto di santa memoria; che del rimanente egli biasimava, ed
> altamente dannava quel desiderio sfrenato d'innovazioni, che a quei
> tempi regnava, desiderio, che invece di riformare ordinando, contaminava
> rovinando.
> 
> Quanto alle quattro proposizioni del clero gallicano, affermava, che
> erano opinioni ancora in pendente, e che Innocenzo undecimo, al quale si
> atteneva per dritto pontificio di giudicare, era stato in un punto di
> condannarle; che il clero di Francia, siccome quello, che era, non tutta
> la chiesa, ma solamente una parte di lei, non aveva diritto di giudicare
> da se della potestà della sedia apostolica, nè di limitarla, nè di
> modificarla, che del rimanente non aveva difficoltà di ammettere la
> prima, che in ciò consiste, che Dio diede alla santa sede il governo
> delle cose spirituali, non delle temporali; che i re ed i principi non
> sono soggetti nelle temporali alla potestà ecclesiastica, e che non si
> possono per l'autorità delle chiavi di san Pietro deporre, nè dal
> giuramento di fedeltà esimere i sudditi. Ma quindi passando papa Pio a
> quello che era il soggetto della controversia, distingueva il diritto di
> deporre i sovrani, e di dispensare i sudditi dal giuramento di fedeltà,
> da quello di fulminare una scomunica contro i principi, quando eglino
> secondo le leggi, ed i canoni della chiesa l'hanno incorsa; che
> conseguentemente qui non cadeva la dottrina della chiesa gallicana, nè
> che mai la chiesa di Francia aveva preteso, che il papa non avesse
> autorità di fulminare la scomunica contro chi l'avesse meritata, che
> egli aveva bensì scomunicato Napoleone, ma non deposto, nè sciolto i
> sudditi dal giuramento; che se poi per effetto della scomunica alcuni
> dei sudditi di lui rimettessero della divozione e fedeltà loro, ciò non
> al pontefice giusto castigatore, ma al principe colpevole prevaricatore,
> doveva unicamente attribuirsi; che tale dottrina, bene il sapeva, era
> del tutto consentanea ai pensieri di Bossuet, quantunque non in tutto
> con lui consentisse, e che bene era persuaso, che se tutto il clero di
> Francia fosse assembrato, la dottrina medesima accetterebbe ed
> approverebbe; che a lui non era ignoto, che ai tempi andati avevano
> qualche volta i vescovi ed i papi liberato i sudditi dal giuramento, ma
> solamente quando il sovrano era stato deposto dagli stati del regno e
> dai grandi, per modo che la dispensa dal giuramento altro non era, se
> non se la conseguenza di una deposizione fatta da coloro, ai quali
> aspettava il diritto di farla. Pertanto la deposizione non proveniva
> dalla dispensa, ma bensì la dispensa dalla deposizione, opera non dei
> papi, ma d'altrui. Venendo poi all'esempio allegato di Pio sesto, si
> spiegava con dire, che la tempesta aveva sorpreso improvvisamente quel
> generoso pontefice, e quando già vecchio e paralitico non aveva più in
> lui spirito, che intiero fosse; che perciò la debolezza del corpo già
> più vicino a morte che a vita, aveva in lui nociuto alla prontezza
> dell'animo; che se dal costume di tutta la sua vita si avesse a
> giudicare, non si poteva dubitare, che alle novità introdotte da
> Napoleone nelle cose ecclesiastiche, ed alle usurpazioni di lui nel
> patrimonio di San Pietro si sarebbe più presto e più acerbamente
> risentito ch'egli stesso non aveva fatto; che per verità Clemente
> settimo era stato condotto a duro passo, ma che fu persecuzione che
> presto ebbe fine, e che quelli stessi che l'avevano perseguitato e
> cacciato dalla sua apostolica sede, si erano raumiliati, ed avevano da
> lui chiesto perdono; come le parole avevano suonato, così essere
> succeduti i fatti, poichè tantosto fu rimesso nella sua Romana cattedra,
> e restituito alla pienezza dell'apostolica potestà, mentre Napoleone
> nella durezza e persecuzione sua ostinatamente perseverando, non solo
> faceva alcuna dimostrazion di volersi ritirare da quanto aveva fatto in
> pregiudizio dell'autorità ecclesiastica, e dalle sue usurpazioni contro
> il patrimonio di San Pietro, ma ancora pertinacemente affermava ed
> apertamente dichiarava, volere di per se stesso e senza intervento
> dell'autorità pontificia, turbare le sedi vescovili e parrocchiali, e
> far violenza al pontefice sulle nomine dei vescovi, e tener Roma suddita
> in sua mano.
> 
> Tornando quindi all'esempio di Pio sesto, aggiungeva, che egli non aveva
> avuto a fare col direttorio, che fuori della Chiesa essendo, alle leggi
> della Chiesa nè obbediva, nè si protestava obbediente, ma che egli, Pio
> settimo, aveva a far con Napoleone imperatore, il quale nella sua
> qualità di figliuolo primogenito della Chiesa, qualità, che
> continuamente assumeva e di cui si vantava, si trovava soggetto a tutte
> le sue regole e leggi; apparire, nè il taceva, che mai nissuno de' suoi
> antecessori era stato ridotto a quelle ultime strette in cui era egli; e
> quanto al patrimonio di San Pietro aveva giurato di difenderlo sino a
> sparsione di sangue, e che così si era risoluto di fare; che i canoni
> avevano decretato, che chi esso patrimonio offendesse e toccasse,
> incorresse incontanente nelle censure ecclesiastiche, che ad esse
> Napoleone imperatore si era confessato soggetto, poichè aveva fatto
> professione di cattolico; ch'egli le censure medesime fulminando, aveva
> adempito quell'obbligo al quale per le ecclesiastiche leggi consentite
> da tutta la Chiesa era tenuto, che non solamente il doveva fare, ma che
> non poteva non farlo, bene dolersi, e nell'interno del paternale suo
> animo compiangere, che le prese deliberazioni potessero offendere la
> Francia, sua figliuola prediletta, e sopra la quale con tanto amore si
> era versato; ma giudicherebbe ella se fosse per amare meglio un papa
> prevaricatore, o un papa osservatore de' suoi doveri, un papa innocente
> ed oppresso, od un imperatore colpevole e persecutore: della elezione
> non conservare dubbio alcuno; ricordarsi ancora con infinita allegrezza
> le grate accoglienze, l'affezionato concorso dei popoli, quando in quel
> nobile reame se n'era andato ad un ministerio, che ogni altra cosa
> portendeva, piuttosto che ruine: ricordarsi come fra quell'immenso
> apparato d'armi e di soldati avesse trovato luogo, per la Francese
> pietà, un umile preticciuolo inerme, solamente perchè la comunanza dei
> fedeli nella persona sua rappresentava; ricordarsi che dove
> concorrevano, se non supplici, almeno umili i primi potentati d'Europa,
> una opinione solamente fondata sul consenso dei popoli devoti a Dio,
> devoti al suo vicario in terra, devoti all'apostolica sedia tanto avesse
> potuto, ch'egli non potente fra mezzo ai più potenti, il principale e
> più onorato seggio si vendicasse: gisse pure onorata, gisse contenta,
> gisse felice la Francia; che quanto a lui, memore della pietà
> dimostrata, ogni cosa fuori dell'impossibile avrebbe e consentito ed
> operato, perchè ella quella pace di coscienza si godesse, che pei meriti
> suoi le era giustissimamente dovuta.
> 
> Desiderava Napoleone, solito a fare prima le cose, poi a volere che gli
> si consentissero, che il senatus-consulto dell'unione dello stato Romano
> al suo impero sortisse il suo effetto, anche per consentimento del papa.
> Non gli era nascosto, che ove il pontefice accettasse le condizioni
> proposte, facendosi abitatore di Parigi e suo pensionario, avrebbe
> dovuto finalmente consentire a quanto egli volesse nell'argomento della
> giurisdizione ecclesiastica; perciocchè la forza del pontefice tutta era
> fondata sull'opinione, e quando diventasse vile in cospetto degli
> uomini, avrebbe perduto coll'opinione quell'antico suo fondamento; che
> certamente avrebbe avuto parte di viltà, se in vece di viversene padrone
> con isplendore a Roma, o carcerato con onore in Savona, avesse
> accomodato l'animo a vivere suddito in Parigi. Per la qual cosa gli
> agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di
> muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i
> milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva
> a quei tempi la potenza di Napoleone inconquassabile: le paci di Tilsit
> e di Vienna, il matrimonio coll'arciduchessa, esercito invitto,
> vincitore, innumerabile, la fondavano. Niuna speranza rimaneva al
> pontefice di risorgere; il sapeva, il credeva, il diceva, ma vinse la
> coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte. Che sapeva ben egli,
> affermava, ciò che volevano fare; che questi disegni, e se n'era
> accorto, già fin d'allora covavano, quand'egli era andato a incoronar
> Napoleone a Parigi; che già fin d'allora vi si racconciava il palazzo
> arcivescovile per la stanza dei papi; che vedeva chiaramente che era
> nato il pensiero di far i papi viaggiatori, e fors'anche primi
> elemosinieri degl'imperatori: papi di Francia volersi, non papi di
> Cristianità: del resto non volere, protestava, il palazzo di Parigi:
> sarebbe un nuovo carcere: non la potestà temporale, ma San Pietro avere
> fissa la sua sede in Roma; avere ciò dimostrato colla sua venuta in
> quella veneranda città, averlo dimostrato colla sua dimora, averlo
> dimostrato col suo martirio; il sangue dell'apostolo avere indicato, e
> santificato il luogo dell'apostolica sedia; volere Pio successore
> quella, o nissuna: non disfarebbe col consenso suo Pio ciò, che Cristo
> stesso Salvatore per mezzo di Pietro aveva fatto, che nè giuramento
> presterebbe, nè pensione accetterebbe; sarebbe vile agli occhi suoi,
> vile al mondo, se quel prestasse, se questa accettasse: essere il
> senatus-consulto la servitù della Chiesa: volersi mandar ad effetto le
> macchinazioni dei filosofi, rendere il papa tanto suddito, quanto i
> vescovi in Francia: che si mirava evidentemente alla distruzione della
> religione; che non potendo assaltarla di fronte, perchè la impresa era
> troppo difficile, la volevano assaltar di fianco: non mai i sacerdoti
> del paganesimo essere stati tanto dipendenti dalla potestà temporale,
> quanto i preti d'oggidì; volersi anche mettere sotto il giogo il papa:
> presumere che tali disegni non provenissero dal consiglio ecclesiastico
> raunato in Parigi, perchè se ciò fosse, tosto il separerebbe dalla
> comunione sua: in mezzo a tante turbazioni, o tanti sovvertimenti
> sperare, che Dio fosse quello che avesse a salvare la sua Chiesa: che
> del resto non poteva più riconoscere, qual figliuolo primogenito,
> l'usurpatore dei beni della santa sede, che già, e pur troppo aveva
> sopportato, che già gli era venuta a schifo la sua pazienza; che la sede
> di Roma non poteva operare come gli altri sovrani; ch'ei potevano
> rinunziare secondo gli accidenti a parte dei loro diritti col pensiero
> di riacquistargli, quando che fosse, ma che doveva il papa operare in
> coscienza; i trattati di Roma spirituale essere santi, e di buona fede
> ripieni.
> 
> Così papa Pio tormentato dai Napoleonici i suoi pensieri spiegava.
> Quanto poi a quello ch'egli in quei tempi tanto per lui lagrimevoli
> desiderasse fare, i ricordi dell'età non lasciano luogo a dubitazione.
> L'animo suo era di addomandar sempre i beni temporali della santa sede,
> ma di non mai far cosa che tendesse a volergli riacquistare per forza:
> solo questo chiedeva e richiedeva, che libero fosse, e libero lasciato
> tornare a far il papa nella sua Roma; che farebbe anche il papa in una
> grotta, che farebbelo nelle catacombe; che se alla parsimonia ed ai
> pericoli della primitiva Chiesa gli fosse duopo tornare, con piena
> rassegnazione vi tornerebbe, nè ciò fora anco grave a chi non mai tanto
> felice era stato, quanto, quando semplice fraticello essendo, in un
> umile chiostro le dottrine teologiche insegnava.
> 
> In cotal modo si raffermava, quanto alle sue particolari sorti, l'animo
> del pontefice; ma bene piangeva, ed amaramente deplorava le novelle
> discordie. Deploravale principalmente perchè laceravano le viscere più
> intime e più vitali della cristianità cattolica: deploravale perchè
> impedivano l'unione, della quale aveva allora speranza delle parti
> dissenzienti; imperciocchè aveva concetto il pensiero, che alcuni paesi
> addetti alle dottrine di Lutero avessero presto a ritornare nel grembo
> della chiesa. Solo disperava dei Calvinisti, siccome quelli ch'egli
> riputava più induriti, e che avevano voluto introdurre nel governo
> ecclesiastico gli ordini democratici.
> 
> Quest'erano le tribolazioni di Pio settimo. Ma ecco oggimai avvicinarsi
> il tempo, in cui la sua virtù doveva esser messa a più duri cimenti.
> Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo colle
> spie, di sgomentarlo colla segregazione, di scuoterlo con le minacce, si
> faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine, e con le persuasioni di
> coloro, che o per antica amicizia, o pel carattere di cui erano vestiti,
> si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. La
> mancanza dell'ufficio pontificale, che il papa ricusava di compire già
> da parecchj anni, principiava a farsi sentire fortemente nella
> cristianità cattolica, la condizione peggiorava ogni giorno. Molte sedi
> vescovili, ricusando il papa le bolle d'investitura, erano vacanti tanto
> in Francia, quanto in Italia ed in Germania. Altre vacanze si scoprivano
> alla giornata, ed era per estinguersi l'episcopato. L'imperatore, avendo
> dato favore col concordato all'opinione cattolica, vedeva non potersi
> esimere dal ricorrere all'autorità pontificia. Pensò sulle prime di usar
> l'autorità del cardinal Caprara, arcivescovo di Milano, e legato della
> santa sede a Parigi, di cui conosceva la condiscendenza. Scrisse il
> cardinale supplicando al papa, desse le bolle per le sedi vacanti ai
> vescovi nominati dal consiglio dei ministri dell'imperatore. Aggiunse
> che Napoleone consentiva, che in esse il pontefice non facesse menzione
> delle nomine imperiali, purchè egli non v'inserisse la clausula del moto
> proprio, od altra equivalente.
> 
> Rispose risolutamente il pontefice, maravigliarsi, che Caprara queste
> cose proponesse: esser evidente ch'ei non poteva accomodarvi l'animo:
> non mai la cancelleria apostolica avere ammesso simili instanze da parte
> dei laici: del resto, a chi concederebbonsi le bolle, se alle instanze
> del consiglio dei ministri si concedessero? Non esser loro l'imperatore
> medesimo? Non gli organi de' suoi ordini, non gli stromenti della sua
> volontà? Ora dopo tante innovazioni funeste alla religione fatte
> dall'imperatore, contro le quali egli si era sì spesso e sì inutilmente
> querelato, dopo tante vessazioni commesse contro tanti ecclesiastici
> dello stato pontificio, dopo l'esilio dei vescovi e della maggior parte
> dei cardinali, dopo la carcerazione di Pacca cardinale, dopo
> l'usurpazione del patrimonio di San Pietro, dopo di essere stato
> assalito lui medesimo da uomini armati nei penetrali stessi del suo
> pontificale palazzo, dopo di essere stato forzatamente in terra sotto
> strette guardie condotto per modo che i vescovi di parecchi luoghi non
> avevano potuto avvicinarsi a lui, o parlargli senza testimonj, dopo
> tanti attentati sacrileghi, tacendone anche, per amor della brevità,
> altri infiniti, contro i quali i concilj generali e le constituzioni
> apostoliche fulminavano l'anatema, che altro avere lui fatto, se non
> uniformarsi, com'era suo dovere, ai decreti di questi concilj, se non
> obbedire ai termini di queste constituzioni? Come adunque potrebbe
> oggidì riconoscere nell'autore di tante violenze il diritto di nominar i
> vescovi, come consentire ch'egli l'usasse? Il potrebbe forse senza farsi
> reo di prevaricazione, senza contraddire a se medesimo, senza dare, con
> iscandalo gravissimo, materia ai fedeli di credere, ch'egli sbattuto e
> vinto dalle disgrazie, a tanto di abiezione fosse venuto, che potesse
> tradire la sua coscienza, e fare quello, ch'essa con terribil voce
> l'ammoniva di dannare? Pesasse bene, e queste ragioni ponderasse, non
> secondo la sapienza umana, ma prostrato nel santuario il cardinale, e
> vedrebbe, quanto vere, quanto inconcusse, quanto incontrastabili
> fossero. Chiamare tuttavia Dio in testimonio di quanto egli in mezzo a
> sì crudeli tempeste desiderasse provvedere alle sedie vacanti della
> chiesa di Francia, di quella chiesa di Francia, suo primo amore, e suo
> supremo diletto: con quanto piacere abbraccerebbe egli un consiglio, che
> gli permettesse di soddisfare ad un tempo ed al suo pastorale uffizio,
> ed a' suoi doveri sacrosanti! ma come potere, come risolversi solo e
> senza soccorso in un affare di tanta importanza? Toltigli essere tutti i
> consiglieri suoi, toltagli la facoltà di comunicare con loro, nissuno
> restargli, da cui pigliar lume in sì spinosa discussione. Se vera
> affezione avesse l'imperatore alla cattolica chiesa, incominciasse dal
> riconciliarsi col suo capo: togliesse le innovazioni funeste,
> rendessegli la sua libertà, la sua sede, i suoi ufficiali;
> restituissegli il patrimonio, non suo ma di san Pietro; riponesse sulla
> cattedra dell'apostolo il suo capo supremo, il suo capo di cui ella era
> vedova e priva dopo la Savonese cattività; rimandassegli i quaranta
> cardinali dal suo grembo divelti pei crudi comandamenti suoi;
> richiamasse alle diocesi loro tanti esuli vescovi: pregare
> incessantemente e ferventemente fra tante sue tribolazioni quel Dio, che
> tiene in sua mano tutti i cuori, incessantemente e ferventemente
> pregarlo per l'autore di tanti mali: esaudisselo, piacessegli spirare al
> duro cuore di Napoleone più salutevoli consiglj; ma se per segreto
> giudizio di chi tutto sa e tutto puote, altrimenti accadesse,
> piangerebbe egli le presenti calamità, certo e sicuro che nissuno a lui
> imputare le potrebbe.
> 
> In questo mezzo tempo Napoleone per intimorire il papa, e farlo
> consentire a quanto egli desiderava, con dargli sospetto che se non
> consentisse, ei farebbe da se, aveva convocato un consiglio
> ecclesiastico a Parigi chiamandovi i cardinali Fesch e Maury,
> l'arcivescovo di Tours, i vescovi di Nantes, di Treveri, d'Evreux, di
> Vercelli, ed un Emery, prete superiore del seminario di San Sulpizio a
> Parigi. L'imperatore, per mezzo del ministro dei culti Bigot di
> Préameneu, personaggio di buona e posata natura, ma che ciò non ostante
> procedeva con molto calore in questa faccenda contro il papa, propose
> loro certi quesiti, acciocchè gli dichiarassero. Erano questi prelati, o
> tutti o la maggior parte, nemici dei seguaci di Porto Reale; ma la
> fortuna, e la Napoleonica ambizione gli avevano condotti a questo duro
> passo, o di opinare, circa la potestà della sedia apostolica, conforme
> alle dottrine di quella famosa scuola, o di dispiacer a Napoleone. Una
> sola risposta dovevano e potevano dare, ed era quest'essa: che si
> rimettesse il pontefice nella condizione in cui era quando concluse il
> concordato, ed allora se ricusasse le bolle, opinerebbero; ma non la
> diedero, perchè quelli non erano tempi da Ambrogi. Certamente se il papa
> debbe essere assicurato contro i principi in materia religiosa e
> spirituale, i principi debbono essere assicurati contro il papa in
> materia politica e temporale. A quest'ultimo fine mirava la necessità
> nel papa nel dar le bolle in un dato tempo, salvo i casi d'impedimenti
> canonici nei nominati; ma la prigionìa del pontefice rendeva impossibile
> ogni negoziato, e Napoleone voleva non solamente la independenza per se,
> ma ancora la servitù negli altri. Il governo della chiesa, portavano i
> quesiti, è egli arbitrario? Può il papa per cagioni temporali ricusare
> il suo intervento negli affari spirituali? Conviensi, che solamente
> prelati e teologi trascelti nei piccoli luoghi del territorio Romano
> giudichino degl'interessi della chiesa universale? Conviensi, che il
> concistoro, consiglio particolare del papa, sia composto di prelati di
> tutte le nazioni? Quando no, l'imperatore non ha in se raccolti tutti i
> diritti, che ai re di Francia, ai duchi del Brabante, e ad altri sovrani
> dei Paesi Bassi, ai re di Sardegna, ai duchi di Toscana, e simili
> s'appartenevano? Ancora, ha Napoleone imperatore, o i suoi ministri
> violato il concordato? Essi migliorata, o peggiorata la condizione del
> clero di Francia dopo il concordato? Se il sovrano di Francia non ha
> violato il concordato, può il papa di suo proprio arbitrio, ricusare
> l'instituzione agli arcivescovi e vescovi nominati, e perdere la
> religione in Francia, come l'ha perduta nell'Alemagna senza vescovi da
> dieci anni? Non avendo il governo di Francia violato il concordato, se
> dal canto suo il papa ricusa di eseguirlo, intenzione di sua maestà è,
> ch'esso si abbia e si tenga per abrogato: ma in tale caso, che conviensi
> fare pel bene della religione?
> 
> A questi quesiti, che risguardavano specialmente la Francia e l'Italia,
> se ne aggiunse un altro per l'Alemagna, desiderando l'imperator
> Napoleone sapere, quale cosa gl'incombesse di fare per la salute della
> religione in questa parte d'Europa, a lui, che era il cristiano il più
> potente di tutti, signore dell'Alemagna, erede di Carlomagno, vero
> imperatore d'Occidente, figliuolo primogenito della chiesa. Ancora ha
> bisogno la Toscana di nuove circoscrizioni di diocesi, e se il papa non
> vuol cooperare, che farà sua maestà?
> 
> Ancora, e finalmente éssi questa bolla di scomunica stampata e sparsa
> per tutta Europa: che farà Napoleone imperatore per impedire, che in
> tempi di turbazioni e di calamità, non diano i papi in questi eccessi di
> potenza tanto contrari alla carità cristiana, quanto all'independenza,
> ed all'onore del trono?
> 
> Intanto Napoleone costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle
> sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò
> consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende
> ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio, che poteva dargli,
> secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo, e conclusione definitiva
> delle differenze nate colla santa sede. Aveva egli udito, che dopo la
> morte del vescovo la giurisdizione episcopale si trasferiva nel capitolo
> della chiesa cattedrale, e che a questo s'apparteneva il nominare vicarj
> generali, che governassero la diocesi durante la sede vacante. Oltre a
> ciò fu fatto sapere a Napoleone, che i capitoli investiti alla morte del
> vescovo della potestà episcopale, conferivano, secondo gli antichi usi
> di Francia, la potestà medesima all'ecclesiastico nominato dal sovrano
> alla sede vacante. Quest'ultimo pensiero gli fu suggerito dal consiglio
> ecclesiastico. Ma al tempo medesimo il consiglio aveva mitigato il
> concetto con dire, che lo spediente proposto non poteva essere che
> transitorio, che solo per l'ultima necessità, e per non lasciar perire
> l'episcopato in Francia dovevano i capitoli delegare la giurisdizione ai
> nominati, che, cessata la necessità, si rendeva necessario tornare ai
> metodi consueti; che sebbene i vescovi nominati e delegati avessero
> potestà di reggere le diocesi, non potevano esercire tutta la pienezza
> dell'autorità episcopale, perciocchè, se avevano la giurisdizione, non
> avevano l'ordine; i vescovi instituiti possono fare certe funzioni, che
> i vescovi delegati non possono; che pure era richiesto per la salute dei
> fedeli, e pel perfetto delle diocesi, che l'autorità episcopale tutta
> intiera in loro si raccogliesse; che del resto non pareva conveniente,
> che lungo tempo i vescovi esercessero le facoltà loro, e governassero le
> diocesi come semplici delegati dei capitoli; altro maggior decoro, altra
> maggiore independenza essere richiesta ad un vescovo perchè si possano
> aspettare dal suo ministerio i debiti frutti.
> 
> Certamente non piaceva neppur a Napoleone, che era d'indole assoluta,
> questa condizione, che i vescovi, come delegati esercessero, perchè
> voleva, che i capi fossero padroni, non servi. Ciò nondimeno il
> guadagnar tempo gli pareva cosa d'importanza. Deliberossi pertanto,
> insino a che da Savona migliori novelle gli pervenissero, a servirsi del
> temperamento proposto dal consiglio ecclesiastico. Erano in Francia e
> nell'Italia Francese diocesi vacanti da lungo tempo, in cui governavano
> i vicarj capitolari. A volere che i capitoli delegassero l'autorità
> vescovile ai nominati dall'imperatore, era d'uopo che i vicarj
> rinunziassero: conciossiachè non vi potessero essere due delegati. A
> questo fine indirizzava i pensieri il governo Napoleonico; dal che
> nacquero accidenti di non poca importanza. Aveva Napoleone nominato
> vescovo d'Asti in Piemonte il prelato Dejean, fratello d'un suo
> ministro. Richiesti del rinunziare, i vicarj del capitolo ricusarono.
> Avute le novelle, Napoleone sdegnosamente decretava: fosse il capitolo
> d'Asti ridotto a sedici, i beni spettanti ai canonicati soppressi
> cadessero in potestà dei fisco, i renitenti fossero arrestati e
> processati, come di crimenlese. Aggiungeva Bigot di Préameneu, che sua
> maestà si era risoluta ad unire al fisco i beni dei vescovati, dove
> sorgessero erbe di ribellione. Aveva Napoleone nominato Osmond vescovo
> di Nancy, uomo di nobile tratto e di pulitissima favella,
> all'arcivescovato di Firenze. Scrisse risolutamente il pontefice al
> vicario capitolare, comandando che non rinunziasse, che era Osmond
> illegittimo secondo i canoni. Seguitarono effetti conformi: non ebbe mai
> Osmond quieto vivere in Firenze.
> 
> Ma a quest'amarezza serbava il cielo Napoleone imperatore, che il
> prigioniero di Savona gli turbasse i suoi pensieri nella capitale stessa
> del suo impero. Aveva egli nominato arcivescovo di Parigi il cardinale
> Maury, surrogandolo al Fesch, che nominato ancor esso alla medesima sede
> non aveva voluto accettare. Maury, parendogli un bel seggio il Parigino,
> l'accettò. Seppelo il santo padre per avviso mandato dal cardinal
> Dipietro, che confinato a Semur faceva una mirabile polizia a suo modo.
> Scrisse un breve ai vicarj capitolari di Parigi della colpevole audacia
> del cardinale, e del debito loro gravemente ammonendogli. Essere,
> rammentava, il cardinale Maury un intruso, essere irremissibile la sua
> temerità; calcare lui i sacri canoni, calcare le decretali dei papi,
> calcare tutte le leggi dell'ecclesiastica disciplina: avessero i vicari
> per nulli tutti gli atti che il cardinale facesse: niuna qualità, niuna
> giurisdizione l'intruso avere, tutte a lui essere negate, tutte tolte:
> essere legato Maury alla chiesa di Montefiascone; niuno poternelo
> sciorre, che la santa sede: le sue risoluzioni gli comunicassero, e
> dell'esecuzione l'ammonissero. Intanto Maury, che non era uomo da
> sgomentarsi così alla prima, nè solito a cambiarsi in viso pei rabbuffi,
> scriveva al papa informandolo della sua nomina, ed accettazione
> dell'arcivescovil sede di Parigi. Rispose il pontefice, maravigliarsi
> dell'audacia sua, ma maggior dolore ancora sentirne, che maraviglia:
> inaspettato e deplorabile accidente, sclamava, ch'egli tanto da se
> stesso disforme fosse divenuto, che ora quella causa della chiesa
> abbandonasse, che sì degnamente aveva patrocinata nei calamitosi tempi
> della rivoluzione. Adunque, continuava, la podestà civile questo punto
> vincerà, che ella al governo delle chiese chi più le pare e piace,
> instituisca? Adunque sarà cassa la libertà ecclesiastica, le elezioni
> invalide, il scisma presente? Tali essere gli effetti, tali i
> risultamenti dell'esempio detestabile che egli dava. Pertanto comandava
> al cardinale, pregavalo, scongiuravalo, incontanente cessasse dal
> governo della Parigina chiesa, si ritirasse dagl'imperiali doni: quando
> no, procederebbe rigorosamente contro di lui.
> 
> Non erano le opinioni conformi nel capitolo di Parigi; chi amava meglio
> l'imperio che la chiesa, e chi la chiesa meglio che l'imperio. Più erano
> i primi che i secondi; quelli avevano accettato Maury, questi gli
> contrastavano. Degli ultimi Paolo Dastros, canonico e vicario generale,
> preso occasione del mandare al vescovo di Savona certe dispense, aveva
> supplicato al papa, affinchè il consigliasse di quello che si avesse a
> fare nelle congiunture presenti. Il santo padre rispondendo, tornava in
> sul chiamare Maury intruso, disubbidiente, uomo di audacia
> intollerabile: ordinava, ed in virtù della santa obbedienza comandava a
> Dastros, incontanente mostrasse al cardinale la sua lettera, e
> gl'imponesse da parte sua, che dalla temeraria impresa si ritirasse.
> 
> Seppesi Rovigo, che sapeva tutto, queste cose; le disse all'imperatore.
> Sdegnossene Napoleone: prima cosa, fatto arrestare a furia Dastros, il
> cacciò nelle segrete al solito: poi fece rimproveri e minacce tali a
> Portalis, consigliere di stato, perchè le lettere del papa a Dastros
> erano venute sotto sua coperta, che il povero giovane se ne tornò tutto
> smarrito e lacrimoso a casa. Ma le Savonesi cose pressavano. Scrutaronsi
> diligentemente dalla polizia Napoleonica i fogli ai servitori del papa;
> a Paolo Campa, a Giovanni Soglia, a Carlo Porta, al prelato Doria, al
> prelato Maggiolo, ad Andrea Morelli, a Moiraghi, a Targhini, cuochi, e
> valletti. Trovarono lettere del papa per le Astigiane, Fiorentine, e
> Parigine controversie; trovarono lettere di Dipietro al papa, trovarono
> suppliche per dispense, modi di condursi ai Romani, descrizioni ed
> attestazioni di miracoli. Le ferrate porte di Fenestrelle sorbirono
> Morelli, Soglia, Moiraghi, ed un Ceccarini chirurgo, ed un Bertoni
> valetto: anche un Petroncini domestico del Doria, fu cacciato nelle
> segrete. Porta se la passò con una buona ammonizione, e che, se vi
> tornasse, mal per lui: speravano che scoprirebbe qualche cosa degli
> affari del papa. Doria fu mandato a starsene co' suoi a Napoli, e
> badasse a non guardar indietro. Nè Dipietro potè fuggire lo sdegno
> imperiale: preso a Semur, cambiò l'esilio in carcere.
> 
> Dispersi i minori, Rovigo e Napoleone pensavano a quello che fosse a
> farsi del pontefice; perchè, se gli altri avevano fatto fallo a
> Napoleone, il papa, pensavano, l'aveva fatto maggiore, e maggiore anche
> da lui veniva il pericolo. Non sapevano darsi pace, come tra quelle
> folte tenebre che avevano con tanta cura addensate intorno al pontefice,
> avesse trovato uno spiraglio a vedere, ed a far veder lume: il prefetto
> di Montenotte sentì qualche sprazzo della collera suprema. Incominciava
> a fulminare con grandissimo sdegno contro il papa Bigot di Préameneu:
> sapere l'imperatore, che il papa aveva scritto al capitolo di Firenze,
> acciocchè non conferisse la potestà all'arcivescovo nominato; recarsi
> l'imperatore quest'atto a grave offesa. Adunque vuole il papa tutto
> sovvertire e mandar sossopra? Adunque non vuol nemmeno che le diocesi
> siano transitoriamente amministrate dai prelati, che l'imperatore
> giudica degni della sua confidenza, ed ai quali secondo l'uso i capitoli
> conferiscono le potestà al tempo delle sedi vacanti? Adunque danna il
> papa uno stato transitorio, che è in facoltà sua di far cessare, dando
> le bolle, incontanente? Crede egli, che Sua Maestà sia subordinata ad un
> capitolo, per forma che il vicario ch'esso capitolo ha eletto, non abbia
> bisogno di essere riconosciuto dall'imperatore, e che, se riconosciuto
> non è, o cessasse d'essere, ei conservi il diritto di far funzioni, che
> sono ad un tempo stesso e temporali e spirituali? Un vescovo
> canonicamente instituito non può nominare un vicario generale senza
> l'intervento di un decreto imperiale: come può il capitolo avere maggior
> diritto che il vescovo? I sudditi dell'imperatore, che il capitolo
> compongono, non renderebbersi forse colpevoli, se un vicario altro che
> quello che il loro sovrano loro indicasse, o nominassero o mantenere
> volessero? Questo vicario capitolare non dovrebbe egli forse per la pace
> della chiesa cessare di per se medesimo l'ufficio, o se questo motivo,
> più sacro certamente dell'autorità arbitraria del pontefice, a ciò fare
> nol risolvesse, la volontà del sovrano non gli torrebbe forse ogni
> potenza dell'atto, o se ribelle si costituisse, non dovrebbe egli portar
> la pena della sua ribellione? Avere veduto il papa i sovvertimenti
> prodotti dalle instruzioni ch'ei non aveva diritto di dare sulla formola
> del giuramento d'un suddito al suo sovrano; nè poter non preveder
> quelli, che potrebbero nascere dalla sua lettera al capitolo di Firenze.
> Nissuna violenza, nissun oltraggio del papa l'imperatore lascerebbe
> impunito: essere tuttavia parato l'imperatore a venirne a giusti termini
> d'accordo, solo che il papa, scrivendogli, il facesse certo della sua
> volontà. Ma se al contrario da una parte perseverasse nel voler lasciar
> le chiese senza capi instituiti, dall'altra nell'impedir i capitoli, e
> nel mettergli in caso di ribellione contro il sovrano loro, non vedrebbe
> più Sua Maestà in questi atti le funzioni del governo pontificale, che
> tutte sono di pace e di carità, non vedrebbe più sotto un titolo
> rispettabilissimo, che un nemico protervo; obbligo suo sarebbe di torgli
> ogni mezzo di nuocere coll'interdirgli ogni comunicazione col clero del
> suo impero, e con isolarlo, qual ente pericoloso: non potere il prelato
> Doria aspettarsi altro destino, che quello di Pacca cardinale. Le quali
> ultime parole dette, non so per qual rispetto, non di Pio, ma di Doria,
> chiaramente significavano, che di Doria si dicevano, perchè Pio come
> dette di se le riputasse.
> 
> Crebbero a dismisura gli sdegni, quando si scoverse l'affare di Dastros.
> Sclamava il Parigino ministro, la pontificia lettera esser fonte di
> ribellione; girare il papa le incendiarie faci all'intorno; parlare di
> concordia, suscitare la discordia. Poi per bocca imperiale comandava al
> prefetto di Montenotte, badasse bene a non lasciare trapelar lettere, nè
> per dentro, nè per fuori della papale stanza, e non mancasse; parlasse
> più risolutamente al papa; gl'intuonasse alle orecchie, che dopo la
> fulminata scomunica, ed il procedere suo a Roma, che tuttavia continuava
> a Savona, l'imperatore il tratterebbe come meritava; che tanto era
> oramai il secolo oltre nei lumi, che sapeva distinguere le dottrina di
> Gesù Cristo da quelle di Gregorio settimo.
> 
> I fatti seguitavano le minacce. Per dispetto, e per speranza di ottener
> concessioni col terrore, ordinava l'imperatore, che ogni apparato
> esteriore si sbandisse dall'abitazione pontificia: trovarono i rigidi
> comandamenti diligenti esecutori. Camillo Borghese principe toglieva le
> carrozze al papa, toglievagli Sarmatoris e gli altri servitori,
> sopprimeva ogni segno di rispetto, gl'interdiceva penna ed inchiostro,
> gl'intimava per ordine di Napoleone imperatore, che gli era fatta
> inibizione di comunicare con alcuna chiesa dell'impero, nè con alcun
> suddito dell'imperatore sotto le pene di disubbidienza tanto per lui,
> quanto per loro; che cessava di essere l'organo della Chiesa colui che
> predicava la ribellione, colui che aveva l'anima tinta di fiele; che
> poichè niuna cosa il poteva far savio, se gli faceva a sapere, che sua
> Maestà abbastanza era forte, perchè potesse far quello che i suoi
> antecessori avevano fatto, e deporre un papa.
> 
> Si credeva a Parigi che i comandamenti ripetuti avessero maggior forza.
> Per la qual cosa Bigot di Préameneu novellamente inculcava, si intimasse
> a Pio, che per cagion sua i cardinali, ed i vicari generali perdevano la
> libertà, i canonici le prebende; che queste occulte trame erano indegne
> di un papa; ch'egli sarebbe cagione delle disgrazie di tutti coloro, che
> avrebbero a far con lui; che dichiarato nemico dell'imperatore doveva
> quietamente starsene, e poichè da sè si chiamava carcerato, operare come
> se fosse carcerato, nè avere con nissuno pratica o corrispondenza; che
> gran disgrazia era per la Cristianità lo avere un papa così ignorante di
> quanto è dovuto ai sovrani: che del resto, non sarebbe la pace dello
> stato turbata, e che il bene si farebbe senza di lui.
> 
> Oltre i comandamenti del ministro dei culti, e del principe governatore
> del Piemonte, perciocchè tutto il governo Napoleonico era mosso contro
> il prete di Savona, intuonava dalle sponde dell'investigatrice e
> dispotica Senna la polizia, si guardasse bene dentro e fuori della
> pontificia abitazione; si stillasse tutto, si spiasse tutto; niuna cosa,
> per minima che fosse, trapelare, o, per usare le parole stesse, filtrare
> potesse, senza che la polizia la sapesse; si guardasse attentamente al
> grande, si guardasse colla medesima gelosìa al minuto; non si prestasse
> fede di tutto a tutti, ma solo ai più fidi; se alcuno mentisse, fosse
> punito; se alcuno dicesse la verità, fosse ricompensato; vigilante fosse
> la investigazione, e continua, ma invisibile, fosse anche proteiforme;
> fossero gli agenti di tutte le lingue, di tutte le forme, di tutti i
> mestieri, varj ed infiniti i pretesti, ma sempre naturali, perchè il
> lambiccato svela l'arte; si usasse ogni astuzia, ogni strattagemma, ogni
> scaltrimento; superassersi in astuzia, queste parole stesse portavano le
> lettere, i preti, anche i più maliziosi; si avesse l'occhio massimamente
> alle strade da Savona a Torino, perchè là era il marcio; si guardasse
> addosso ai pedoni molto diligentemente, e per ogni parte si
> ricercassero; non mancherebbero i pretesti per non dar sospetto; ora si
> motivasse di un vagabondo, ora di uno scappato di galera, qui si
> cercasse un soldato fuggitivo, là un truffatore condannato, poi un po'
> di scusa velerebbe il segreto: le Savonesi terre desolate dalla polizia.
> Voleva ancora, essa polizia, si procurasse, che pei concorsi d'uomini o
> di alta o di bassa condizione, gli autorevoli e di buona favella
> intendessero alle persuasioni, dicendo, che l'imperatore aveva ragione,
> il papa torto; che più amava l'imperatore la religione, che il papa
> l'amasse. Insinuava altresì, che le sacristìe ed i confessionali
> farebbero servizj grandi, se si facesse sentire ai curati instrutti, ed
> ai preti giurati, che la loro obbedienza e sommessione erano conosciute,
> e che sarebbero anche premiate; se qualche canonico, o se qualche
> regolare passato a vita secolare compiangesse o titubasse, se gli
> facesse tosto suonare all'orecchie l'interesse personale, la perdita
> delle pensioni, e che la polizia sapeva tutto; se qualcheduno
> ricalcitrasse, si mettesse in luogo dove gli passerebbe voglia;
> finalmente con ogni sorta di cortesi dimostrazioni, tanto in pubblico,
> quanto in privato si accarezzassero, ed al ministro dei culti si
> raccomandassero gli ecclesiastici che si mostrassero più fedeli, che
> usassero l'autorità loro per ridurre i compagni a fedeltà, e che
> predicassero che ogni potestà temporale viene da Dio, e che il Vangelo
> insegna e raccomanda l'obbedienza e la sommessione verso i principi;
> ponessesi mente ad operare che tutti gli spiriti s'imbevessero di
> quest'opinione, che l'imperatore non tornava mai indietro, che per la
> sua munificenza infinita sempre premiava chi fedelmente e devotamente il
> serviva, ma che per la sua giustizia mai non perdonava a chi denigrasse,
> a chi ricalcitrasse, a chi dissidj e discordie seminasse.
> 
> Queste che abbiamo raccontate, furono le cautele poste in opera dai
> Napoleonici per murare il papa, e per fare, che nissuno sapesse, o
> dicesse, o facesse altro che quello che piaceva a Napoleone. Arti
> veramente perfette erano queste, e da servir per esemplare a chi ama il
> comandare da se. L'imperatore veduto che nè le persuasioni, nè le
> minacce, nè gli spaventi, nè la strettezza del carcere non avevano
> potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei
> popoli, di non potere da se, e senza che gli estremi mezzi prima si
> fossero tentati, fare questa gravissima mutazione, che i vescovi di
> Francia, e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la
> instituzione canonica della sede apostolica, si era risoluto ad usare
> più efficacemente il sussidio del consiglio ecclesiastico adunato in
> Parigi. Opinava, che il parere di ecclesiastici di grado o di dottrina,
> fosse per operare fortemente in favor suo sulla mente dei popoli, caso
> che per la necessità delle cose si avesse a rompere quel legame, che
> congiungeva l'episcopato Francese alla Chiesa di San Pietro.
> 
> Inoltre, a ciò consigliato, e stimolato principalmente dal consiglio
> ecclesiastico, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a
> Parigi; acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i
> mezzi di rimediarvi. Dava favore a questo suo pensiero, oltre la maggior
> autorità di un concilio, la speranza che i vescovi Italiani chiamati
> all'assemblea, siccome nutriti, la maggior parte, nelle dottrine che
> abbracciate in Italia da molti dotti canonisti, avevano negli ultimi
> tempi trovato una principal sede in Pistoia, avrebbero deliberato in
> favor d'un'opinione, che, quanto alla trasmissione dell'episcopato,
> pareva conforme agli usi antichi della Chiesa primitiva.
> 
> Ordinate in tal modo le cose, e sicuro di quello che dovesse avvenire,
> Napoleone stimolava il consiglio ecclesiastico; acciocchè desse
> principio a quanto si era ordinato. In primo luogo rispondeva il
> consiglio, non senza molt'arte, a quesiti fatti con maggior arte. Quanto
> all'articolo, se il governo della Chiesa fosse arbitrario, dichiarò che
> non era; che quanto alla fede, la santa scrittura, la tradizione, ed i
> concili servivano di regola; e quanto alla disciplina, l'universale
> reggevano i decreti della Chiesa universale, la particolare quelli delle
> Chiese particolari; il che il consiglio non diceva senza cagione.
> Aggiunse, che la disciplina particolare era sempre stata rispettata
> dalla Chiesa universale, piena di carità e di condiscendenza. Ragionò,
> che Dio aveva dato a san Pietro, ed a' suoi successori il primato
> d'onore e di giurisdizione; ma i consiglieri ecclesiastici, procedendo
> con questa generalità, e non venendo a nissuna particolarità, non si
> spiegavano, in che cosa consistesse questo primato di giurisdizione,
> perchè in ciò appunto stava tutta la difficoltà della materia venuta in
> controversia; che Dio diede al tempo stesso agli apostoli, continuavano
> i consiglieri, la facoltà di reggere le Chiese, con subordinazione però
> al capo degli apostoli: dal che ne risultava, che ove questa
> subordinazione non si offendesse, avevano i successori degli apostoli
> pieno mandato di governar le Chiese.
> 
> Non potere, statuirono, il papa ricusare il suo intervento negli affari
> spirituali per cagione dei temporali, quando questi di tale natura non
> siano, che non impediscano il pontefice di far uso della sua autorità
> liberamente, e con piena independenza: convenirsi, che nel concistoro
> intervengano cardinali di ogni nazione, ma dello speciale modo non
> convenirsi deffinire, dovendosi lasciare qualche libertà al papa nella
> elezione de' suoi consiglieri; nè in ciò potersi andar più oltre che il
> concilio Basileense ebbe prescritto, cioè eleggesse il papa cardinali di
> tutte le nazioni, quanto più comodamente fare si potesse, e secondochè
> se ne trovassero dei degni. Ma prelati tostamente contraddissero a
> questa soluzione, nè potevano fare altrimenti, dichiarando, veramente
> avere l'imperatore raccolti in se stesso tutti i diritti del richieder
> cardinali, che competevano ai re di Francia, ai principi del Brabante,
> ai sovrani della Lombardìa, del Piemonte, e della Toscana; dal che ne
> conseguitava, che, eccettuati i cardinali degli stati ereditarj
> d'Austria, dovendo presto aggiungersi i diritti di Spagna, tutti i
> cardinali gli avrebbe nominati egli; e che independenza di papa e di
> concistoro fosse quella, ponendo eziandìo che il papa si restituisse a
> Roma, ed al dominio temporale, nissuno è, che nol veda.
> 
> Il concordato, opinarono, non essere stato violato in niuna essenziale
> parte dell'imperatore; qui i prelati si trovarono a un duro cimento,
> perchè sapevano che il papa aveva protestato contro gli articoli
> organici di Francia, e più ancora contro quei d'Italia. Trovarono per
> iscampo, che parecchj articoli, di cui s'era il pontefice querelato,
> erano massime ed usi della chiesa gallicana. Assai migliorata essere,
> risposero, la condizione del clero in Francia dopo il concordato, ed in
> questo avevano i prelati ogni ragione, nè tanto non dissero, che non
> potessero dire molto più.
> 
> Per sentenziare se il papa di suo proprio arbitrio potesse rifiutare le
> instituzioni, i prelati s'aggirarono per molti ragionamenti;
> imperciocchè in questo giaceva tutto il nodo della difficoltà: che il
> concordato, esposero, era un contratto sinallagmatico tra il capo dello
> stato, e il capo della chiesa, pel quale ciascuno di loro si era
> obbligato verso l'altro; che era anche un trattato politico di sommo
> momento per la nazione Francese, e per la chiesa cattolica, che per lui
> Sua Maestà era investita del diritto di nominare gli arcivescovi ed i
> vescovi, di cui prima godevano i re di Francia pel concordato concluso
> tra Leone decimo e Francesco primo, ed era riserbato al papa quello di
> dare l'instituzione canonica agli arcivescovi e vescovi nominati da Sua
> Maestà, secondo le forme accordate, rispetto alla Francia, prima del
> cambiamento di governo, ma che il papa, non di proprio arbitrio, ma
> secondo i canoni doveva dare la instituzione, che a termini del
> concordato del millecinquecento quindici egli era obbligato a dar le
> bolle, od allegare motivi canonici del suo rifiuto; a volere ch'egli
> potesse rifiutare senza cagione, ed arbitrariamente le bolle, e
> bisognerebbe supporre, che da nissun trattato fosse obbligato, neanco da
> quello al quale aveva solennemente ratificato, e potesse mancar della
> fede data all'imperatore, alla Francia, ed alla Chiesa tutta, alla quale
> il concordato dell'ottocento uno assicurava la protezione del più
> potente sovrano del mondo. Aggiungevano i prelati, sapersi il papa
> queste cose, confessare la verità dei narrati principj, ma negare le
> instituzioni pei motivi addotti nella sua lettera al cardinal Caprara:
> insussistenti essere questi motivi, non avere l'imperatore alcuna offesa
> di importanza fatta al concordato: dei motivi politici non poter loro
> giudicare; diverse essere le temporali cose, diverse le spirituali; il
> senatus-consulto, che unì Roma alla Francia, non avere offeso l'autorità
> spirituale del papa, nè il temporale dominio essere necessario
> all'esercizio della potestà pontificia; non avere la presa di Roma
> violato il concordato, nè il concordato aver dato sicurtà al papa di
> Roma; non come principe temporale, ma come capo della Chiesa avere quel
> solenne atto stipulato; il principe non esser più, ma essere il
> pontefice, e la pontificia autorità rimanersi intatta; avere potuto il
> papa protestare, potuto richiamarsi della Romana possessione, ma non
> potere usar mezzi per ridurre in atto le proteste ed i richiami, non
> iscomunicare; dichiarare l'imperatore, che nulla voleva innovare nella
> religione; protestarsi che voleva l'esecuzione dei patti convenuti; non
> potere per motivi temporali tirarsi il papa indietro; nè Clemente
> settimo da Carlo quinto oltraggiato essere venuto a tale estremo.
> Restava che i prelati parlassero della libertà violata, della perfetta
> segregazione del pontefice; posciachè il papa di tali ingiurie si era
> doluto nella sua lettera al Caprara, e sopra di esse principalmente
> fondava il rifiuto delle bolle. A questo passo con brevissime parole
> osservarono, che facilmente l'imperatore s'accorgerebbe di tutta la
> forza e giustizia delle lagnanze del papa. Con questo freddo discorso
> favellarono prelati cattolici, prelati che da Pio tenevano i seggi loro,
> dell'atroce caso del pontefice, nè in ciò sono a modo alcuno scusabili;
> conciossiachè, posto eziandio, che circa la questione canonica
> l'imperatore avesse ragione, il papa torto, il fatto solo della
> carcerazione del pontefice rendeva dal canto loro ogni opinare
> impossibile. Il concordato, che era un vero trattato, supponeva equalità
> di condizione nelle due parti, e libertà di deliberazione sì nell'una
> che nell'altra: ma quale libertà di deliberazione fosse in un papa
> prigioniero, e quale equalità di condizione tra un papa carcerato ed un
> imperatore carcerante, ciascuno potrà facilmente da per se stesso
> giudicare. Certamente debbe stare inconcussa la libertà dei principi,
> debbonsi troncar le strade agli abusi pontificj, e chi arrivasse a
> stabilir bene questo punto, meriterebbe bene del mondo cattolico, anzi
> di tutta l'umanità. Ma la carcerazione del pontefice turbava ogni cosa,
> e prima di trattare la questione canonica, si doveva definir quella
> della liberazione.
> 
> La materia, quanto più si va oltre, tanto più si stringe. Non potere,
> risposero i prelati, aversi il concordato per abrogato, perchè non era
> già esso una transazione meramente personale fra l'imperatore e il papa,
> bensì un trattato che costituiva parte del dritto pubblico di Francia,
> ed in cui si contenevano i principj fondamentali, e le regole del
> governo della chiesa gallicana; importare adunque, che, quandanche il
> papa perseverasse, in quanto a lui si atteneva, nel non volerlo
> eseguire, la sua esecuzione continuamente si addomandasse, e della
> medesima il sovrano pontefice si richiedesse: ma se il papa tuttavia
> perseverasse nel ricusar le bolle, doversi protestare contro questo
> rifiuto illegale, ed appellarne o al papa meglio informato, o al suo
> successore. Quivi i prelati erano arrivati all'estremo passo; perchè o
> che il concordato come abrogato, o solamente come sospeso si riputasse,
> un rimedio diveniva necessario. Ora, stantechè la religione cattolica
> non può sussistere senza l'episcopato, e l'episcopato non si può avere
> senza la instituzione canonica, nè senza la giurisdizione unita
> all'ordine, e stante ancora che la chiesa gallicana, parte tanto nobile
> e tanto essenziale della Cristianità cattolica, venuta, non per sua
> colpa, in queste fatali strette, non doveva e non poteva nè abbandonare
> se stessa, nè lasciarsi perire, nè non trovar modi di conservazione, i
> prelati opinarono, e così all'imperatore rappresentarono, che si
> ricercasse quanto negli antichi tempi della chiesa, ed in quelli più
> vicini si fosse praticato. Descrissero, nei primi secoli della Chiesa, i
> vescovi essere stati nominati dai suffragi dei vescovi conprovinciali,
> dal clero, e dal popolo della chiesa che del vescovo abbisognava; essere
> stata la elezione confermata dal metropolitano, o se del metropolitano
> si trattasse, dal concilio della provincia: nella serie dei tempi
> posteriori poi, avere gl'imperatori, o gli altri principi cristiani
> grandemente partecipato nelle nomine dei vescovi: di grado in grado non
> essersi più chiamati alle elezioni il popolo ed il clero della campagna,
> e devolute essere le elezioni al capitolo della chiesa cattedrale, ferma
> sempre però stando la necessità del consenso del principe, e della
> conferma del metropolitano, o del concilio provinciale: la disusanza di
> queste assemblee, le contese frequenti, che nascevano dalle elezioni, la
> difficoltà di terminarle sui luoghi, il vantaggio che trovavano i
> principi di trattare immediatamente col papa, avere introdotto l'uso di
> promuovere queste cause innanzi alla santa sede, e per tal modo essere i
> sovrani pontefici appoco appoco venuti in possessione del confermare la
> maggior parte dei vescovi: tale essere stata la condizione delle
> cose ai tempi del concilio Basileense, di cui la Chiesa di Francia
> accettò i decreti relativi alla nomina, ed alla confermazione dei
> vescovi, e statuiti per la sanzione prammatica di Bourges nel
> millequattrocentotrent'otto; per lei essersi mantenute le elezioni
> capitolari, e la confermazione, o instituzione lasciata ai
> Metropolitani: così colla prammatica di Bourges essersi rimediato alla
> mancanza dell'instituzione pontificia: essere poscia circa un secolo
> dopo, sorto il concordato fra Leone decimo e Francesco primo, dal quale
> la nomina del re fu sostituita alla elezione capitolare, e la conferma,
> od instituzione canonica riservata al papa: per tale forma essersi
> trasfusa la potestà dell'instituzione dai metropolitani, e dai concilj
> provinciali nel sovrano pontefice, e le elezioni capitolari nel capo
> temporale dello stato. Ora adunque, ristringendo il discorso loro,
> dicevano i prelati, poichè la necessità non ha legge, e la conservazione
> della chiesa gallicana da ogni umana e divina legge è non solo
> raccomandata, ma comandata, volersi, persistendo il papa nei rifiuti,
> tornare all'antico dritto dei metropolitani, non per sempre nè
> definitivamente, ma temporaneamente e transitoriamente, insino a che
> piacesse a chi muove a posta sua gli umani cuori, voltar quello del
> pontefice in meglio verso di quella grande, affezionata, e zelante
> gallicana chiesa: la prammatica disusata di Bourges avere ad essere il
> rimedio dei mali presenti. Grave ed enorme passo era questo: però
> aggiunsero al parer loro i prelati, opinare, che si convocasse un
> concilio nazionale: non volere i prelati giudicare anticipatamente delle
> risoluzioni del concilio, ma presumere, che nel caso in cui egli
> sentenziasse di risuscitare la prammatica, supplicherebbe prima il
> pontefice, e scongiurerebbelo, che della gallicana chiesa gli calesse,
> ed a lei la vita coi vescovi ridonasse; ma se nè le preci, nè le
> supplicazioni potessero vincere l'ostinazione del pontefice,
> decreterebbe il concilio, per ultima necessità, e per non perire, che la
> prammatica si rinnovasse.
> 
> Intanto le dottrine dei partigiani dell'antica disciplina vieppiù si
> spargevano, le Italiane contrade principalmente ne risuonavano. Coloro
> che a queste opinioni erano addetti, credevano essere venuto il tempo
> ch'elleno avessero a prevalere, si rallegravano della diminuzione
> dell'autorità pontificia, ed affermavano ch'ella era medicina non
> solamente utile, ma ancora necessaria al corpo infermissimo, come il
> chiamavano, della Chiesa. La ricordanza del milleottocentuno, e ciò, che
> era accaduto al concilio di Parigi in quell'anno, non gli rendevano
> accorti del procedere e delle intenzioni di Napoleone: che il corpo,
> spargevano, dei vescovi esercenti, rappresentasse la Chiesa, e fosse per
> rappresentarla finchè ella durasse; che attentato condannabile dei papi
> degli ultimi tempi fosse l'aver voluto diminuire e frenare la potestà
> divina dei vescovi; che la potestà inerente al carattere dei vescovi
> immediatamente, e senza che nissuna umana potestà potesse arrogarsi il
> diritto di alterarla, derivasse da Gesù Cristo; che non mai potesse la
> giurisdizione episcopale perire, che i concilj prima del mille non
> avessero mai voluto riconoscere per veri e legittimi vescovi, se non
> quelli che dai rispettivi metropolitani erano stati ordinati; che così
> avevano statuito, così definito i concilj Niceni, tanto venerati in quei
> primi e purissimi tempi della cristiana comunità; che le massime
> contrarie solamente dai concilj Lateranensi, concilj quasi domestici dei
> papi, erano state introdotte; che insomma, continuavano, i metropolitani
> dovessero dare la giurisdizione ai vescovi; che l'arrogarsi i papi di
> volerla dar soli, fosse usurpazione; che avesse Dio dato a Pietro il
> primato d'onore, e la potestà suprema di regolare e mantener sana la
> disciplina, sana la fede in tutte le chiese che la universale
> compongono, ma non il privilegio di giurisdizione nel caso di cui si
> tratta: che la potestà di giurisdizione, per quanto spetta alla
> transmissione della potestà ecclesiastica, fosse in ciascun vescovo, per
> diritto ed ordinazione divina, piena, come piena era nel supremo
> pontefice; così avere ordinato Cristo Redentore nel dare ai vescovi la
> facoltà di reggere le chiese, così richiedere la sicurezza degli stati,
> e l'independenza della potestà temporale. È giusto forse, sclamavano, è
> conveniente, è consentaneo alla divina volontà, che i papi possano, con
> mettere l'interdetto, o a continuazione dell'episcopato ricusando,
> turbare le coscienze dei fedeli, sconvolgere le province, e i regni? Non
> è assurdo il supporre, che Dio non abbia dato a ciascuna società il
> mezzo di conservarsi sana e salva da se stessa? E che sicurezza, e che
> salute può esservi, se elleno da un forestiero dipendono? Varj e diversi
> essere stati i modi immaginati dai principi per preservare gli stati
> proprj dai pericoli, che a loro sovrastavano pei decreti della Romana
> sede, ora prammatiche, ora appelli, ora concordati: ma tutti essere
> stati insufficienti, perchè sempre si lasciò sussistere la radice del
> male, cioè l'eccessiva ed illegittima potenza dei papi: ripullulare i
> pericoli e le turbazioni ad ogni Romano capriccio, concepir timore gli
> animi ad ogni elevazione di papa, un cardinale di più o di meno nel
> pontificio concistoro poter mandar sossopra una provincia intiera:
> essere oggimai tempo di strigarsi da questi fino allora inestricabili
> lacci; la Romana tirannide doversi conculcare, ora che un principe
> potentissimo il voleva; restituissesi all'episcopato tutta la sua
> dignità, tutta la sua potenza; l'independenza da Roma sarebbe la libertà
> universale; sarebbe altresì la purezza delle dottrine cattoliche;
> perciocchè l'avere mescolato le cose temporali con le spirituali, che fu
> fonte di tanti scandali, e di un deplorabile scisma, essere stato opera
> di Roma; fosse la religione tutta spirituale, e non turberebbe gli
> stati, nè darebbe cagione ai malevoli di denigrarla, e più imperio
> avrebbe e quelli stessi che in lei non credevano, rispettata
> l'avrebbero: la cristianità cattolica tuttavia piangere la perduta
> Germania, la perduta Inghilterra; tale doloroso smembramento alla
> prepotenza di Roma, alle usurpazioni dei papi, alle temporali cupidigie
> loro doversi certamente ed unicamente scrivere: tornassesi adunque,
> predicavano, a quel sistema, che stabilito da Cristo e dagli apostoli
> aveva durato per tanti secoli nella primitiva Chiesa, che gli uomini più
> pii, più dotti, più esemplari avevano sempre inculcato, e coi più
> intensi desiderj loro chiamato: da lui solo poter derivare la purezza
> della religione, e la incolumità degli stati. Vivevano ancor fresche,
> massime in Italia, le onorate memorie di Leopoldo e di Ricci: non pochi
> ecclesiastici, anche di prima condizione, e per dottrina e per virtù
> compitissimi, vi seguitavano le medesime vestigia, e sostenevano le
> medesime dottrine; non per ambizione nè per desiderio di servire a chi
> allora tutti servivano, e principalmente gli avversari loro, ma per
> convinzione propria, per ritirar la Chiesa, come credevano, all'antica
> sua constituzione, per riformarne gli abusi, per rinstaurare e
> confermare la libertà dei principi offesa dalla potenza immoderata dei
> papi.
> 
> Queste sparse dottrine piacevano a Napoleone, perchè gli davano
> occasione d'intimorire il papa e speranza di ridurlo a sua volontà; nè
> dispiacevano agli arcivescovi ed ai vescovi amatori dell'independenza:
> quel Romano giogo già pareva loro grave ed intollerabile; quel diventar
> papi essi sommamente a loro arrideva. Le cose andavano a satisfazione di
> Napoleone in quanto si atteneva agli ecclesiastici dei suoi stati.
> 
> Vinceva il papa non solamente per la costanza, ma ancora per la
> disgrazia, sempre potente nel cuore degli uomini. Nè i suoi teologi
> tacevano, benchè Napoleone si fosse sforzato di por loro un duro freno
> in bocca. Difendevano la sedia apostolica e Romana, non solamente contro
> le dottrine di Porto Reale e di Pistoja, ma ancora contro le allegazioni
> del consiglio ecclesiastico. Avere, andavano ragionando, Cristo
> fondatore sopra Pietro fondato tutto l'edifizio della religione; a lui
> avere dato primato d'onore, a lui primato di giurisdizione, per lui
> tutta l'autorità della Chiesa, e per lui solo potersi e doversi
> tramandare, e trasfondere in altrui: avere per verità Cristo salvatore
> posto i vescovi a governar la Chiesa, ma non per se medesimi, nè
> independentemente da Pietro, ma per mandato suo, e sotto la sua
> dipendenza: Pietro essere il fonte di tutti i rivi, lui il fonte di ogni
> ecclesiastica potestà; avere per la necessità dei tempi in quei primi
> secoli, fra una religione contraria, fra le persecuzioni continue, fra
> un popolo padrone del mondo, che altri Dei confessava ed adorava, fra
> tante nazioni diverse, e nel vasto campo d'Asia, d'Africa e d'Europa,
> avere prima gli apostoli per instituzione divina, poscia i vescovi per
> instituzione apostolica usato la loro autorità senza mandato espresso di
> Pietro, ma però lui consenziente, imperciocchè non è da credersi, che
> per condurre una così gran mole, gli apostoli ed i loro successori non
> si siano accordati, acciocchè a questo ed a quello, senza confusione e
> senza conflitto, questa o quella provincia fosse di consenso comune
> devoluta: ciò non ostante rimanere fisso ed inconcusso questo principio,
> che Pietro aveva un mandato ordinario e perpetuo, gli apostoli un
> mandato straordinario e caduco da finirsi in loro, o nei successori loro
> immediati; che quello aveva avuto un mandato per istabile fondamento, e
> perpetuo governo della Chiesa, questi un mandato temporaneo per la
> necessità dei tempi; che, cessata questa necessità, tornava il mandato
> sparso negli apostoli e loro successori immediati al fonte comune, vale
> a dire ai successori di Pietro; che così la Chiesa nata da un solo
> tornava in un solo: mirabile, e divino artifizio. Del rimanente anche
> nella più rimota antichità apparire i segni della trasfuzione del
> mandato di Pietro nei rettori delle altre chiese del mondo: l'ordine
> stesso dei metropolitani confermare questa verità; perchè a quei tempi
> antichissimi era il mondo diviso, per rispetto alla cristianità, in
> Oriente ed Occidente; due erano nel primo i metropolitani, quei di
> Alessandria e di Antiochia, uno nel secondo, quel di Roma; comunicavano
> il mandato ecclesiastico; cioè l'ordine e la giurisdizione, la qualità e
> il luogo, i due metropolitani d'Oriente ai vescovi delle loro rispettive
> province, il metropolitano d'Occidente, successore di san Pietro, a
> quelli d'Occidente; ma i primi da Pietro nell'origine prima avevano
> ricevuto le potestà loro: imperciocchè aveva governato egli stesso la
> chiesa d'Antiochia, ed a lei dato un successore, quando venne a fondare
> e governare quella di Roma: rispetto alla chiesa d'Alessandria, avere
> Pietro mandato a governarla san Marco, suo discepolo, ma se la origine
> scopre il mandato, gli accidenti posteriori il confermano; perchè i
> Romani pontefici, successori di Pietro, ai metropolitani d'Oriente
> mandavano il pallio, segno della conferita autorità; essi metropolitani
> addomandavano la comunione ai pontefici di Roma, e senza la ottenuta
> comunione non si credevano legittimi. Sonsi anche veduti Romani
> pontefici deporre metropolitani d'Oriente, o patriarchi, perchè con
> questo nome poscia si chiamarono: a tutti questi segni, affermavano i
> curialisti di Roma, riconoscersi la superiorità Romana fin dai tempi
> primitivi; dal che si deduce la pienezza e la perpetuità del mandato nei
> papi, la dipendenza e la delegazione nei metropolitani. Ne conseguita
> altresì, che poichè tutta l'autorità spirituale consiste nella facoltà
> del trasmettere il mandato di Cristo, il diritto di confermare e
> d'instituire tutti i vescovi della Chiesa è supremo, e divino e
> conseguentemente inalienabile, imperscrittibile, non soggetto a
> interruzione, ad eccezione, e cessazione alcuna, e che a lui niuna
> potenza che sia, nemmeno quella della Chiesa può portar diminuzione, che
> se qualche modificazione fu introdotta in qualche tempo, massime nei
> primitivi, ciò o per determinazione, o per consentimento dei sommi
> pontefici avvenne.
> 
> Rispetto poi alla Francia particolarmente, i Romani teologi insistevano
> dicendo, assai più manifesta essere la trasmissione del mandato di san
> Pietro nelle chiese di questo reame, che in qualunque altro; perchè i
> papi, rispetto a lui, non solamente erano papi, ma ancora metropolitani,
> essendo metropolitani d'Occidente, e se qualche metropolitano
> particolare pel miglior governo delle chiese di questa vasta provincia
> fu creato, lui essere stato creato per autorità pontificia: della
> nominazione ed instituzione di vescovi fatte dai papi nelle Gallie,
> anche senza l'intervento dei metropolitani, e dell'autorità regia
> stessa, aversene esempj, e se si vedono nominazioni, vedersi anche
> deposizioni; il che dimostra la pienezza dell'autorità pontificia in
> Francia in tutti i tempi.
> 
> Nè più si ristavano i difensori dell'apostolica sedia all'argomento
> addotto della prammatica di Bourges, perchè lei nulla e di niun valore,
> per essenziale vizio della sua origine, predicavano, siccome quella, che
> per l'autorità secolare ed incompetente del re era stata concertata e
> pubblicata: che se poi nulla la chiamavano per vizio originario, nulla
> maggiormente la predicavano per decreto della Chiesa universale, perchè
> il quinto concilio Lateranense l'aveva abrogata, annullata, ed anzi
> dichiarata scismatica. Ora mettendo anche caso, che non fosse viziata
> d'origine, e che tutta si potesse riferire all'autorità ecclesiastica,
> cioè ad un concilio nazionale di Francia, l'autorità di un concilio
> nazionale può forse prevalere a quella di un concilio universale? Può la
> decisione di una parte più forza avere che la decisione del tutto? Forse
> nei concilj particolari risiede la infallibilità? Forse non negli
> ecumenici? La chiesa gallicana stessa, il clero del 1682 è forse mai
> trascorso a dire una simile enormità? Non ha egli forse definito al
> contrario, che la infallibilità risiede nel concilio universale unito al
> papa? Se questo è vero, come è verissimo, come si potrà sostenere la
> proposizione, che la prammatica di Bourges non sia scismatica? Come ciò
> sostenere il clero di Francia senza contraddire a se medesime? La
> lateranense condanna pruovare l'errore del consiglio ecclesiastico, e la
> necessità del mandato pontificio per acquistare la giurisdizione
> episcopale. Del resto avere il concordato di Leone decimo e Francesco
> primo abolito la prammatica, nè potersi a modo niuno risuscitare; avere
> il concilio tridentino, cioè la Chiesa universale, appruovato il
> concordato medesimo, e l'autorità pontificia, come indispensabile per
> l'instituzione canonica dei vescovi, in solenne modo confermata e
> definita. Nè valere il dire, che il concilio tridentino non sia stato
> accettato in Francia, quanto alla disciplina, perchè il mandato
> immortale dei successori di san Pietro non è regola di disciplina, bensì
> instituzione divina, e perciò attinente al dogma. Oltre a ciò il re di
> Francia, cioè la potestà secolare sola non volle accettare, cioè
> pubblicare il concilio di Trento, ma il clero gallicano l'accettò
> veramente, e presso ai re continuamente insistè, perchè il
> pubblicassero.
> 
> Nè maggior valore avere, continuavano, l'allegazione della necessità,
> perchè egli è evidente, che per ministrare un rimedio straordinario,
> anche nel caso di necessità, si richiede la facoltà di ministrarlo:
> senza una tale facoltà il rimedio sarebbe veleno, e darebbe morte, non
> vita. Ora certamente il clero gallicano non ha facoltà di modificare,
> molto meno di annullare quello, che supponendo eziandio che non fosse
> d'instituzione divina, è stato dichiarato, definito e decretato dalla
> Chiesa universale: in simili casi, non da se, ma dalla provvidenza si
> debbono aspettare i rimedj.
> 
> Dicono e sostengono i prelati del consiglio ecclesiastico, che il
> governo della Chiesa non è arbitrario, che il papa debbe uniformarsi ai
> canoni, e ne appellano al concilio. Ma quando il papa per venirne
> all'esecuzion del concordato fatto con Napoleone, non avuto riguardo
> alcuno ai canoni, usava un'autorità insolita ed inudita, e non ostante,
> come dichiarò egli medesimo, i concilj, anche i generali, deponeva
> senza accusa e senza processo tutti i vescovi di un regno, cioè
> della Francia, questi medesimi prelati, ora tanto gelosi delle
> gallicane libertà, non esse libertà invocarono, non dei papali
> arbitrj si lamentarono, non al concilio appellarono; che anzi
> benignissimamente, e volonterosissimamente si assisero su seggi dei
> deposti, ed ora si servono dell'autorità, che il papa, a pregiudizio
> dei deposti, loro diede, per impugnarlo e per predicare, che niuna
> potestà è independente dai canoni. Allora non domandarono un concilio
> ecumenico, allora non l'assenso della Chiesa, quando si trattava di
> acquistar cariche, emolumenti ed onori: ma se allora errarono, e sono
> inconcussi i canoni, inconcusse le libertà gallicane, come non sono
> eglino o ignoranti, o impostori, poichè per errore e partecipazione
> loro non vi sarebbe più in Francia, da dieci anni indietro,
> giurisdizione legittima, e tutti i vescovi, e tutti i curati intrusi
> vi sarebbero? Rinunziarono per l'adesione loro al concordato, alle loro
> libertà, riconobbero implicitamente la superiorità del papa sui canoni,
> riconobbero la sua infallibilità, ed ora l'impertinente viso loro alzano
> contro quel medesimo papa, di cui predicarono sì altamente la potenza!
> Credono essi adunque, che il papa debba, a grado della cupidigia e
> dell'ambizione loro, ora condannare ciò che appruovava, ed ora
> appruovare ciò che condannava? Si lamentano del procedere arbitrario
> del papa? Adunque credono, che solo il loro imperatore, da essi tanto
> adulato, abbia questa facoltà al mondo di essere arbitrario? Piacciono
> loro gl'imperiali capricci, non piacciono le pontificali sentenze:
> nemici del loro capo innocente sono, adulatori del loro tiranno sono:
> amano meglio uno scomunicato, che un papa.
> 
> A ciò, e che voglion significare, continuavano gli avvocati
> dell'apostolica sede, quelle parole, che i vescovi rappresentano la
> Chiesa universale? Sono eglino forse, i vescovi, i deputati dei fedeli?
> Forse il mandato di governar la Chiesa, non lo hanno da Dio sotto la
> superiorità del successore di san Pietro? Non sono eglino i mandatarj
> del popolo, ma i deputati del signore. Che può dare di spirituale il
> popolo? Chi ha dato al popolo la facoltà di reggere la chiesa di Dio?
> Certo nissuno. L'avvilupparsi in parole subdole giova ai nemici della
> santa sede. Infatti, che voglion dir essi con quelle parole, che la
> potestà inerente al carattere dei vescovi da Gesù Cristo immediatamente
> deriva, senza che nessuna umana potestà si possa arrogare il diritto di
> alterarla in alcun modo? Ma chi non sa, solo che abbia toccato i primi
> principj della scienza canonica, che altra cosa è il potere dell'ordine,
> ed altra il potere della giurisdizione? Per l'ordine possono i vescovi
> conferire la cresima, conferire l'ordine, consecrar le chiese, consecrar
> gli altari; possonlo sempre validamente, quantunque non sempre
> legittimamente: per la giurisdizione, quando l'hanno ricevuta dalla
> santa sede, possono governar le chiese, far regole pel governo loro,
> appruovar confessori, decretare segregazione di fedeli, e statuire altre
> simili cose che si appartengono al governo della chiesa confidata loro
> dal papa. L'ordine è indelebile, la giurisdizione caduca: questa si dà e
> si toglie da chi ha dritto di dare e di tôrre, nè alcuno di questi
> audaci impugnatori della sedia apostolica sarà tanto audace, affermavano
> i teologi di Roma, che pensi e dica, che un vescovo, a cui il papa ha
> tolto la facoltà di governare una data chiesa, la possa ancora governare
> legittimamente; il che pruova la necessità del mandato pontificio. Non
> perisce la giurisdizione episcopale! ma non perisce ella, continuavano a
> sclamare i Romani canonisti, in un vescovo eretico, non in un vescovo
> scismatico, non in un vescovo scomunicato? Chi s'ardirà sostenere la
> contraria sentenza? Da quanto si è ragionato, opinavano, segue, che
> l'autorità stessa dei metropolitani era delegata, e derivata dai sommi
> pontefici: tal essere, aggiungevano, la monarchìa cristiana stabilita da
> Cristo Salvatore, tali gli ordini cattolici, che non si possono
> impugnare senza eresia; conciossiachè e le memorie antiche, ed il
> concilio tridentino ugualmente gli confermano.
> 
> Del rimanente, a qual fine si narrano tutte queste cose, e che voglion
> significare? Siano pur salve le gallicane libertà. Forse ne conseguita,
> che fuori di Francia abbiano ad aver forza, e ad obbligare le genti?
> Serbinsi in Francia, se tal è l'umore di quel clero e di quei popoli; ma
> con quale diritto, e con quale ragione volerle trasportare in Italia?
> Forse per l'Italia stipulava il clero gallicano del 1682? E chi lo dice,
> e chi lo fa? un decreto di Napoleone, un senatus-consulto di
> Napoleonici! adunque perchè Napoleone disse, voler Torino, Genova,
> Milano, Firenze e Roma, tosto hanno queste provincie a diventar soggette
> delle gallicane libertà, e l'assemblea del 1682 tenuta in Parigi ha ad
> esser legge per loro? dov'è il mandato di Napoleone per turbare le
> ecclesiastiche cose in Italia, massimamente in Roma? Chi s'ardirà dire,
> che un decreto civile abbia effetti ecclesiastici?
> 
> Molte cose si son dette, e molte ancora si dicono, si continuava a
> discorrere dalla parte di Roma, sull'abuso dell'autorità pontificia.
> Certamente errarono i pontefici, che turbarono le province per rispetti
> temporali, come errarono i principi, che le turbarono per rispetti
> spirituali: da qual parte in questo sia maggiore il torto, e più si sia
> errato, non è questo il luogo di dire, e le storie il narrano. Bene non
> si sa vedere, quali sinistri effetti abbia prodotto negli stati della
> casa d'Austria, ed in tutta l'Italia, e così anche nella Spagna, e nel
> Portogallo, l'autorità del papa dell'istituire i vescovi. Neppure si sa
> vedere qual male sia nato da questa stessa autorità, poichè di questa
> sola è nato dissidio, e si tratta, in Francia, in Inghilterra, ed in
> altri paesi della cristianità; imperciocchè, se si eccettuano le
> discordie nate ai tempi di Luigi decimoquarto, le quali veramente
> versavano su questo punto della instituzione, non si scorge che alcuna
> da questa medesima cagione sia nata. Altre ed assai più ampie radici
> ebbero le controversie Germaniche, dalle quali sorse l'eresia di Lutero.
> Similmente per altre maggiori questioni, e da quella dell'instituzione
> assai diverse discordò Arrigo ottavo dalla santa sede, donde risultò la
> separazione dell'Inghilterra. Senza entrare nei meriti di quelle antiche
> o dolorose cause, nè diffinire da qual parte fosse la ragione o il
> torto, questo è certo, che l'instituzione ne è stata o innocente, o
> piccola parte. Del resto, qual segno, quale apparenza era, che Pio
> settimo fosse per abusare della facoltà dell'instituzione a fine di
> turbare lo stato quieto della Francia? Come sarebbe potuto cadere in lui
> la volontà di turbare la Francia di Napoleone, in lui, che nella sua
> vecchia età, per aspri monti, nella stagione più rigida dell'anno, a
> malgrado dei principi d'Europa, contro la sentenza di molti cardinali se
> n'era andato a Parigi per incoronarlo? Qual presagio aveva dato Pio di
> se, che altri potesse credere, che volesse assumere o in Francia od
> altrove un'autorità eccessiva, una dominazione intollerabile? Dicono,
> guardate nell'avvenire; ma per guardar nell'avvenire, e' bisogna prima
> guardar nel passato: guardate in questo, e vedrete, dove sia stato
> l'incomportabile dominio. Nè qui si parla di libertà ecclesiastica,
> perchè questo discorso non potrebbe piacere a prelati che la vogliono
> dar in preda all'imperio: solo si osserverà, quale sarà essa per
> diventare, se la nomina dei vescovi ai principi secolari, e
> l'instituzione loro ai metropolitani, o ad altri vescovi sudditi di essi
> principi si appartenessero. Correggevasi la nomina dei principi
> dall'instituzione pontificia: se l'una e l'altra sono in mano loro,
> quella immediatamente, questa per mezzo di prelati sudditi, la religione
> è serva, ed in caso di voglie a lei contrarie, anche in materia di fede,
> dei principi, non rimarrebbe altro scampo a' suoi ministri, che
> l'abbominazione dell'eresia, o i tormenti del martirio. Resiste papa
> Pio, resiste ad un'incomportabile tirannide: la Chiesa debbe restargli
> obbligata per sempre, i principi ancora, poichè vinto il papa, la
> cristianità, il mondo è servo: trattare il papa la libertà di tutti.
> 
> Già il disegno ordito contro un papa carcerato, era pronto a colorirsi:
> i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati
> s'accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali, o
> arcivescovi, o vescovi, Fesch, Maury, Caselli cardinali, gli arcivescovi
> di Tours, di Tolosa, di Malines, i vescovi di Versailles, di Savona, di
> Casale, di Quimper, di Monpellieri, di Troja, di Metz, di Nantes e di
> Treveri. S'aggiunse il vescovo di Faenza. Comandava l'imperatore, che
> mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Elessero
> l'arcivescovo di Tours, ed i vescovi di Nantes e di Treveri. Il concilio
> nazionale convocato in Parigi pel dì nove giugno, parte ancor egli della
> macchina imperiale per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i
> termini d'accordo voluti dall'imperatore. Comandava Napoleone ai
> deputati, che annunziassero al papa, essere convocato il concilio,
> essere abrogato il concordato a cagione che il papa, una delle parti
> contrattanti, ricusava di osservarne le clausole; dovere in avvenire i
> vescovi, come avanti al concordato di Francesco primo, essere instituiti
> secondo le forme che saranno regolate dal concilio, ed appruovate
> dall'imperatore: tuttavia mandare l'imperatore i prelati con facoltà di
> negoziare a Savona; ma queste facoltà non usassero, se non nel caso in
> cui trovassero il pontefice disposto a convenire: due convenzioni
> doversi fare, l'una independente dall'altra, e con atti separati: nella
> prima si trattasse dell'instituzione dei vescovi, ed in questa
> consentirebbe l'imperatore a tornarne all'esecuzione del concordato, con
> ciò che però il papa instituisse i vescovi già nominati, ed in avvenire
> le nomine fossero comunicate al papa, a fine di conseguirne
> l'instituzione canonica; e che se il papa non avesse instituito nel
> termine di tre mesi, fosse la nomina comunicata al Metropolitano, il
> quale dovesse instituire il suffraganeo, e questi ugualmente instituisse
> l'arcivescovo, se si trattasse dell'arcivescovo. Nella seconda voleva
> l'imperatore, che si accordassero gli affari generali, ferme stando le
> condizioni seguenti: il papa tornasse a Roma, se consentisse a prestare
> il giuramento prescritto dal concordato; se ricusasse il giuramento
> potesse risiedere in Avignone: quivi avrebbe gli onori sovrani, quivi
> due milioni per onoranza e per vivere, quivi residenti delle cristiane
> potenze, quivi finalmente libertà di governar le faccende spirituali, ma
> tutto sotto condizione espressa, che promettesse di fare niuna cosa
> nell'impero, che fosse contraria ai quattro articoli del 1682. Se il
> papa accettasse le narrate condizioni, l'imperatore proponeva molte
> speranze e faceva molte offerte: s'inclinerebbe volentieri ad accordarsi
> col papa, sì pel libero esercizio delle sue funzioni spirituali, come
> per fondare nuovi vescovati, tanto in Francia, quanto nei Paesi Bassi:
> farebbe inoltre ogni sforzo per proteggere i religiosi della terra
> santa, per riedificare il santo sepolcro, per dar favore alle missioni,
> per ordinare la dataria, per restituire gli archivj pontificj; ma prima
> e soprattutto si tagliasse interamente la speranza al papa di ricuperare
> la sovranità temporale di Roma; se gli facesse sentire, che il concilio
> era convocato, e la chiesa di Francia capace di fare quanto
> richiedessero la salute delle anime, ed il bene della religione.
> 
> Gran fede aveva Napoleone in se, nei prelati, nella forza, poichè si
> potè persuadere, che un papa a tanto di abiezione potesse venire, che
> consentisse a tornar suddito là, dove aveva regnato sovrano, che
> consentisse a giurare obbedienza e fedeltà a Napoleone imperatore con
> quello stesso giuramento, che sovrano essendo, aveva, come sovrano,
> coll'imperatore medesimo accordato e statuito; che consentisse a
> servirgli, per obbligo di giuramento, di delatore e di spia, non
> eccettuati nemmeno i casi di confessione. Che Napoleone una tale
> proposizione abbia fatto, certo nissuno sarà per maravigliare; ma che
> prelati, che portavano in fronte il nome di cattolici, abbiano assunto
> il carico di significarla, se muove a maraviglia, muove ancora più a
> sdegno.
> 
> I deputati ecclesiastici arrivati a Savona con le cose digerite, ed
> avuto licenza dal ministro dei culti di favellare al papa, posciachè
> appunto di questa licenza abbisognavano, se gli appresentarono, e con
> rispettosi modi s'ingegnarono di renderselo benevolo. Introdotti, ed
> accolti con significazione grande di amore, vennero nel primo giorno e
> nei seguenti sul negoziare. Militando sempre le difficoltà della sua
> carcerazione, rispose, nissuna deliberazione poter fare, nissuna bolla
> dare, se prima non fosse restituito alla sua libertà, poichè nella
> condizione, in cui era, privo de' suoi consiglieri naturali, privo de'
> suoi teologi, privo di libri, di carta, di penne, privo infino del suo
> confessore, che aveva domandato indarno, nè potendo prendere alcuna
> informazione sulla idoneità dei soggetti nominati, non potea nulla, non
> che concedere, esaminare. Non ostante queste prime caldezze del
> pontefice, speravano i prelati, che appoco appoco o per fastidio della
> situazione presente, o per timore della condizione avvenire, o
> finalmente per disperazione di poter cambiare i destini Napoleonici,
> l'animo suo si sarebbe mitigato, consentendo, se non a tutto, almeno a
> parte di quanto si domandava. Il modo del negoziare era artifizioso dal
> canto dei delegati; maggiormente ancora artifiziose erano le fondamenta,
> sulle quali voleva l'imperatore che si negoziasse. Tutta l'importanza
> del fatto in questo consisteva, che si provvedesse all'instituzione dei
> vescovi con fare, che quando in un dato tempo il papa non gli avesse
> instituiti, i metropolitani avessero facoltà d'instituirgli. Faceva
> anche un gran momento, che se il papa avesse convenuto coll'imperatore,
> l'avrebbe purgato dalla scomunica, se non esplicitamente, almeno
> implicitamente, e pel fatto stesso.
> 
> Il papa assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua
> risoluzione di non voler trattare, se prima non fosse libero, incominciò
> a manifestare le sue intenzioni. Quanto al giuramento, risolutamente
> negò; quanto alle quattro proposizioni, dalla prima non si mostrò
> alieno, le tre altre costantemente rifiutò, siccome quelle che gli
> parevano condannabili. Aggiunse che se accettasse, la Chiesa il
> chiamerebbe vile, e traditore per fastidio di cattività, che il nome suo
> ne sarebbe contaminato, che ne concepirebbe un'amarezza incredibile; che
> del resto, per amor della quiete, nulla avrebbe operato in contrario. Ma
> venendo al principal soggetto del negoziato, cioè all'instituzione,
> sclamava, che il termine di tre mesi fosse troppo breve; se consentisse,
> l'imperatore sarebbe giudice dell'idoneità dei soggetti; che in ultimo
> il metropolitano sarebbe giudice dei rifiuti della santa sede; che
> troppo eccessiva mutazione era questa; che un pover uomo, com'era egli,
> solo e senza consigli non poteva assumersi di farla. Ricordava altresì,
> e con parole efficaci ed affettuosissime protestava, che sarebbe troppo
> enorme deviazione, se rinunziasse ai diritti particolari sui vescovi
> d'Italia, che la sua coscienza ripugnava, che altri sovrani avrebbero
> domandato le medesime prerogative ed eccezioni, che potrebbe darsi che
> si nominassero soggetti indegni, o di opinioni sospette nella fede, che
> la santa sede non sarebbe più la santa sede, che perirebbe il mandato
> dato da Dio a san Pietro, che nascerebbe l'anarchìa nella Chiesa,
> ch'ella del tutto si governerebbe a piacere della potestà secolare.
> 
> Gli rappresentavano i deputati i mali imminenti della Chiesa, le perdite
> irreparabili delle prerogative della santa sede, le calamità di tanti
> suoi aderenti. Rispondeva Pio, alzando gli occhi al cielo, e sclamando,
> pazienza: nol permettere la coscienza, non avere con chi consigliarsi,
> il capo della Chiesa essere in vincoli. Per far novella pruova di
> vincere gli scrupoli e la costanza del pontefice, i deputati pregarono
> il vescovo di Nantes, siccome quegli che aveva maggior dottrina e
> fermezza in queste materie, che gli altri, distendesse uno scritto da
> presentarsi al papa. Il fece in lingua Francese, il tradusse in Italiano
> il vescovo di Faenza. Era la sostanza, che, poichè Napoleone non voleva
> cedere, il papa doveva di necessità cedere egli. Insomma i deputati in
> questo loro scritto ammonivano, e fortemente richiedevano il papa della
> clausola dei metropolitani: pretendevano che non era necessaria una
> lunga discussione, nè bisogno di consiglieri per decidere, se la santa
> sede conserverebbe o perderebbe per sempre, rispetto ai vescovi di
> Francia, il diritto d'instituzione. Intendevano per vescovi di Francia,
> non solamente quei di Francia, ma ancora quelli del regno d'Italia, del
> Piemonte, di Parma, di Toscana, e dello stato Romano stesso. Offerivano
> finalmente, vedesse Sua Beatitudine, se nei luoghi vicini fosse qualche
> prelato, in cui avesse fede: specificavano dello Spina, come se in quei
> tempi e nel carcere di Savona qualcheduno potesse libero essere, e
> liberamente consigliare.
> 
> Mossero oltre la cattività e la segregazione, i ragionamenti dei
> deputati l'animo del pontefice per l'aspetto dei mali avvenire, e
> sebbene sempre fosse titubante, ed ora si ritraesse, ed ora tornasse,
> cominciava a non mostrarsi alieno dall'accordar con loro la clausola
> domandata: solo voleva allargare il tempo dell'instituzione da darsi dai
> metropolitani sino a sei mesi, che l'imperatore avesse un termine
> necessario per le nomine, siccome egli l'aveva, parendogli, che se
> questa necessità s'imponesse a lui, non al principe, l'equalità fra le
> due parti fosse rotta; nel che aveva ragione, anche secondo i deputati;
> conciossiachè se l'interruzione dell'episcopato non debbe essere in
> potestà del papa, non debb'esser nemmeno in potestà dei principi.
> 
> Restava l'impedimento della scomunica, per la quale l'imperatore era
> stato separato dal consorzio della Chiesa. A questo passo i deputati,
> che già vedevano incerto e vacillante il pontefice, siccome quelli che
> bene avevano imparato alla scuola Napoleonica i tempi morbidi per
> incalzare, e temendo di dare causa d'indegnazione a Napoleone, se non
> riuscissero a fare la sua volontà a Savona, si gettarono tutti addosso a
> Pio, e il pressarono, e l'aggirarono, e gli diedero di mano da tutte
> parti. Che cosa essere, dicevano, questa scomunica? Non autentica in
> Francia, non accettata nè da accettarsi mai; non mai la Francia si
> scosterebbe dalle massime gallicane: pessimi effetti avere lei prodotti
> fra i popoli, anche fra le persone più aderenti, e divote alla sedia
> apostolica: a tutti esserne doluto, come di cosa molto pregiudiciale al
> papa ed alla Chiesa; i cardinali, non solo i rossi, ma ancora i neri
> (con questo nome chiamavano i cardinali o esiliati o carcerati) non
> avere mai cessato di comunicare _in divinis_ con Sua Maestà, aver loro
> cantato in memoria delle imperiali vittorie, avere cantato ogni festa
> nell'imperiale cappella. Già il pontefice titubava: per espugnarlo del
> tutto, i deputati se gli pararono innanzi, ammonendolo, che partivano:
> badasse bene ai mali soprastanti: solo, sarebbene tenuto verso Dio e
> verso gli uomini: per lui essere stato, che le piaghe della Chiesa non
> si sanassero: partivano; farebbe il concilio; avrebbe nuove da Parigi.
> 
> Insomma il papa tentato da ogni parte, e separato dal consorzio del
> mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo,
> che Sua Santità, considerato i bisogni, ed i voti delle chiese di
> Francia e d'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a
> mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese
> medesime, darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da Sua
> Maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno
> d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le
> medesime disposizioni alle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza;
> che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la
> quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi
> nominati da Sua Maestà in un certo determinato tempo, ch'egli stimava
> non poter essere minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di
> sei mesi, per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei
> soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dar in suo
> nome le bolle, il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui,
> il vescovo più anziano della provincia ecclesiastica. Aggiunse, che Sua
> Santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza
> concetta nei colloquj avuti coi vescovi deputati, ch'elleno fossero per
> appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace
> della Chiesa, e restituirebbero alla santa sede la libertà,
> l'independenza, e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo
> scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono
> per consenso di lui, il papa per sorpresa, un capitolo concepito in
> questi termini, che i diversi aggiustamenti relativi al governo della
> Chiesa, ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbero materia di
> un trattato particolare, che Sua Santità era disposta a negoziare,
> tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri, e la sua libertà.
> 
> Il pontefice, pensando alla larghezza delle concessioni fatte, e
> ricorrendogli alla mente le solite dubitazioni, non ebbe dormito tutta
> la notte. Massimamente gli dava grande angustia il capitolo aggiunto,
> temendo, che per lui si fosse obbligato a venire ad un negoziato,
> trattato, o compromesso intorno al governo della Chiesa, ed
> all'esercizio dell'autorità pontificia, quanto alla parte spirituale.
> Per la qual cosa, presa il giorno seguente la penna, restituitagli a
> tempo pel negoziato, scrisse di proprio pugno sullo scritto queste
> stesse parole: che con sorpresa aveva veduto aggiunte alla bozza delle
> domande, che gli erano state fatte, le parole, _i diversi aggiustamenti_
> con quello che seguitava sin alla fine del capitolo. Continuò, sempre di
> proprio pugno scrivendo, che le dette domande erano state da lui
> ammesse, nè come un trattato, nè come un preliminare, ma solamente per
> dimostrare il suo desiderio di soddisfare alle provvisioni delle chiese
> di Francia, allorquando, le cose bene considerate, si potesse di loro
> convenire in un modo stabile, obbligandosi a fare le dette provvisioni
> transitoriamente, e caso che ciò non si volesse o potesse, si obbligava
> a trattare di un altro modo di provvisioni. Questa sua protesta non
> contentando ancora l'animo del pontefice, fatti a se chiamare il
> prefetto, ed il gendarme Lagorsse, gendarme che era del palazzo
> pontificale, asseverantemente affermò loro, che non ammetteva l'ultima
> frase dello scritto accordato tra lui ed i vescovi. Dichiarò loro oltre
> a questo, che il giorno precedente, non avendo dormito tutta la notte,
> era come se fosse mezzo ebbro, e che conseguentemente non aveva potuto
> fare in quel giorno alcuna promessa; che del rimanente non intendeva
> essersi obbligato nè per un trattato, nè per preliminari di un trattato,
> che desiderava che ciò fosse chiaramente conosciuto, perchè non voleva
> esporsi a strepitarne, nè a parere mancar di parola; che del resto, se
> divenisse necessario, farebbene romore, e voleva che fosse bene inteso,
> che di nulla dal canto suo si era definitivamente convenuto. Poco
> importava ai vescovi deputati, che questa giunta fosse o no nello
> scritto consentito dal papa, perciocchè l'importanza del fatto era
> nell'instituzione da darsi dal papa o dai metropolitani, nel caso
> d'indugio da parte della santa sede. Per la qual cosa consentirono
> facilmente al cassare dallo scritto quest'ultima parte, ed il mandarono
> al ministro da Torino.
> 
> Non senza allegrezza annunziarono i deputati all'imperiale governo le
> concessioni fatte dal papa: al tempo stesso lo accertarono, che pareva
> impossibile l'indurre il santo padre a promettere per iscritto, che
> nulla tenterebbe contro le tre ultime proposizioni del clero del 1682;
> che solo assicurava, sua intenzione essere di nulla tentare; che ancora
> era impossibile che prestasse il giuramento, o che rinunziasse al
> dominio temporale; quanto a' due milioni dichiarare non volergli
> accettare, poco bastargli per vivere, e di poco voler vivere:
> soccorrerebbelo, diceva, la pietà dei fedeli. Fra mezzo a tutto questo i
> deputati si accorsero, e ne informarono il governo, che fissa ed
> inconcussa deliberazione del pontefice sopra tutte le altre era questa,
> che non voleva consentire che l'imperatore nominasse i soggetti
> destinati alle sedi vacanti negli stati pontificj, ed affermava, che dei
> medesimi a lui solo si appartenesse la nomina e l'instituzione. Come,
> sclamava con infinita commozione il santo padre, i titoli dei cardinali
> vescovi, i titoli delle chiese più suburbane saranno, o in parte o in
> tutto, distrutti senza il consenso della santa sede! Volersi adunque,
> ch'ei consenta ad un concordato, nel quale l'imperatore nominerebbe a
> tutti questi vescovati, anche a quelli che di accordo comune sarebbero
> conservati! Bene terribil cosa sarebbe questa, soggiungeva, se in tutta
> la cristianità il papa non potesse di suo proprio moto nominare un solo
> vescovo, e nulla avesse in suo potere per ricompensare i suoi servitori,
> che bene e fedelmente l'avessero servito nella pontificale
> amministrazione.
> 
> Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice,
> negl'imperiali palazzi in cui si stava aspettando con molto desiderio
> quello, che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona: piacque a
> tutti la scomunica abolita, la instituzione assicurata. L'imperatore
> domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto.
> Insorse adunque con maggiori richieste, volendo, che quanto nelle
> instruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per
> modo che nissuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa
> rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, o se
> n'andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio
> imperiale. A questo fine si deliberava di usar il concilio. Mandò
> primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi,
> e di questi neanco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal
> secondar le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande
> fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Bajana, siccome quello
> che era molto entrante, e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel
> concistoro consigliatore di deliberazioni quiete verso l'imperatore.
> Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus d'Edessa, timida
> ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice,
> ed in grandissima fede e favore appresso a lui.
> 
> Così Napoleone minacciava, Bajana parlava risolutamente, Bertazzoli
> persuadeva con preghiere e con lagrime. Intanto il ministro dei culti
> comandava, che nissuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarj, il
> prefetto, e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Fecero bene i
> mandatarj la parte loro: solo Dugnani e Ruffo diedero in qualche
> scappata, favellando della libertà del papa: ma furono dette loro certe
> parole, che fu loro forza pensare ad ogni altra cosa piuttosto che a
> questa, di procurare la libertà del carcerato. Intanto il concilio di
> Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre:
> portasselo a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa
> ratificasse, e desse un breve conforme. Furono deputati, e portatori
> della conciliare deliberazione l'arcivescovo di Tours, l'arcivescovo di
> Malines, il vescovo di Faenza nominato patriarca di Venezia,
> l'arcivescovo di Pavia, i vescovi di Piacenza, d'Evreux, di Treveri, di
> Nantes e di Feltre. Gli vide umanamente e volentieri il papa: ottennero
> facilmente il dì venti settembre il breve, che appruovava il decreto
> conciliare: le sedi arcivescovili e vescovili, più di un anno non
> potessero vacare; l'imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra
> sei mesi non avesse instituito, il metropolitano, od il più anziano
> instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il pontefice il
> seguente, che, spirati i sei mesi, e se alcun impedimento canonico non
> vi fosse, il metropolitano, o il più anziano, innanzi che instituissero,
> fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal
> consecrando la professione di fede, e tutto, che dai canoni fosse
> richiesto. Volle finalmente, che instituissero in nome suo espresso, od
> in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero
> alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di
> queste forme. L'avere statuito un termine alle instituzioni pontificie,
> oltre il quale se il papa non avesse instituito, potessero instituire i
> metropolitani, era cosa piuttosto di estrema che di grande importanza
> per la sicurezza e quiete degli stati, e in questo aveva Napoleone bene
> meritato della potestà secolare; imperciocchè in così stretta
> congiunzione delle cose temporali e spirituali possono nascere
> facilmente tra le due potestà gravi controversie, per terminar le quali
> a suo vantaggio Roma potrebbe usare contro i principi il rimedio
> nell'interruzione dell'episcopato per mezzo della negazione delle
> instituzioni. Il termine prefisso di cui si tratta, suppliva, in quanto
> spetta all'independenza della potestà temporale, agli ordini spenti
> dell'antica disciplina, o legittimi che si fossero e d'instituzione
> divina secondo l'opinione di molti dotti teologi, o solamente tollerati
> per tacita od espressa delegazione dai successori di san Pietro secondo
> l'opinione della curia Romana. Beato Napoleone, se ciò avesse domandato,
> ed ottenuto dal pontefice per amor della libertà, non per cupidigia
> della dominazione! Beato egli ancora, se in ciò si fossero contenuti i
> suoi pensieri! Ma quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del
> pontefice, tanto più egli osava. Bajana, l'arcivescovo di Tours con
> tutti gli altri si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè
> consentisse alle altre richieste dell'imperatore. Facilmente si vede,
> quale libertà ecclesiastica potesse ancora sussistere, se il papa
> prestasse il giuramento, se vivesse in Roma o in Avignone cinto dai
> soldati Napoleoniani, e salariato dall'imperatore, se l'imperatore
> nominasse tutti o quasi tutti i cardinali, se tutti i dispacci del papa
> si tramandassero per le poste imperiali. Certamente in questo i prelati
> facevano piuttosto la parte di avvocati dell'imperio, che della Chiesa,
> e procuravano la libertà intiera della potestà secolare. I principi
> avrebbero dovuto restar loro obbligati, se tale fosse stata la lor
> intenzione qual era il fatto. Del resto qui era un caso straordinario,
> dal quale non si poteva argomentare agli ordinarj; perciocchè tutte le
> potestà secolari erano a questo tempo serve di una sola, la quale, per
> l'intiera soggiogazione della potestà ecclesiastica, diventava padrona
> assoluta del mondo. Caso strano, ma vero: la libertà ecclesiastica era
> parte e sostegno della libertà universale, e caduta quella, che di tutti
> i freni era il solo che fosse rimasto, anche questa se n'andava in
> precipizio per dar luogo ad una universale tirannide.
> 
> A tutta la tempesta che gli si faceva intorno, domandava primamente il
> papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliarj (il narro
> perchè la posterità conosca l'età), ch'egli era libero. Del giuramento,
> del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma, o dell'andar ad
> Avignone in qualità di suddito con fermezza grandissima negava. Il dolce
> Bertazzoli, che aveva paura, non se ne poteva dar pace: pietosamente
> sclamava: «Speriamo in Dio, obbidienza al governo, ho speranza,
> preghiamo Dio»: e così tra queste speranze e questa obbedienza il buon
> prelato passava tempo, ma nulla fruttava col pontefice: anzi finalmente
> il papa gl'intimò, non gli parlasse più di faccende. Napoleone, veduto
> che non si approdava a nulla, volle pruovare, se una solenne e subita
> minaccia potesse far effetto. Comandò ai deputati, ed il fecero, che si
> appresentassero al pontefice, e ad aperte parole gli dichiarassero,
> esser loro per ordine dell'imperatore in sul partire da Savona, lui
> essere cagione che l'imperatore si ritirasse dai concordati, lui operare
> che i vincoli della chiesa gallicana colla santa sede si rompessero, lui
> fare che di tanto notabile diminuzione della cattedra di san Pietro
> potessero giustamente i posteri, e massimamente i suoi successori,
> accagionarlo; pensasse bene, quello essere l'ultimo momento, Romana
> chiesa perduta, imperio trionfante. Aggiungevano molte altre cose sul
> benefizio che riporterebbe ciascuna delle parti dalla condiscendenza del
> papa. Rispose, non potere contro coscienza, Dio provvederebbe, non
> curarsi di quanto dicesse il mondo, manco di quello che cardinali e
> prelati contaminati a Parigi dicessero. Partirono disconclusi.
> 
> Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il
> prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gravemente lo ammoniva
> dell'importanza del fatto, delle calamità sovrastanti, dei pentimenti,
> che ne avrebbe, dell'opinione di tutto il clero, anzi del mondo,
> contraria alla sua. Aggiunse, che se non si piegasse, ed in meglio non
> voltasse le sue risoluzioni, aveva carico di notificargli cosa, che
> porterebbe grave ferita al suo cuore. Rispose, nol permettere la
> coscienza; che Dio mostrerebbe la sua potenza. Il prefetto gli
> significava allora da parte del governo, che il breve dei venti
> settembre non essendo stato ratificato, l'imperatore teneva i concordati
> per abrogati, e non soffrirebbe più, che il papa intervenisse
> nell'instituzione canonica dei vescovi.
> 
> Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far
> pruova, se da vicino fossero più fruttuose. Oltre a ciò già i tempi
> incominciavano a stringere, e i fati a dar di mano a Napoleone: quel
> papa renitente e lontano dava qualche timore. Deliberossi l'imperatore a
> tirarlo in Francia, dove potesse e vederlo e minacciarlo egli medesimo.
> La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del
> giorno. Diessi voce, che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva
> accompagnare il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia
> dell'imperatore, per essersi mostrato troppo agevole ed amico con Porta,
> medico del papa, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per
> udire da lui gli imperiali comandamenti. Tant'oltre andò la simulazione,
> che i Savonesi ingannati compativano Lagorsse, e davano attestati di
> buona vita a copia per discolparlo: la cosa allignava. L'ingegnere, capo
> dei ponti e strade, apprestava ogni cosa alla partenza. La notte dei
> nove giugno era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte,
> messogli addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la
> croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbante serenità,
> spignevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata, e
> l'incaminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il
> vescovo d'Albenga, che andasse a Novi. Passarono per Campomarone non per
> Genova, per sospetto della città. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni
> giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in
> abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice, come se fosse
> presente: i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano e
> sparecchiavano le mense, andavano a mercato per le provvisioni,
> cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita, se parlassero. Le guardie
> vigilavano al palazzo, i gendarmi attestavano a chi il voleva udire, ed
> a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel
> giardino, o sul terrazzo, o in cappella; Suard, luogotenente di
> Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero
> Lagorsse per aver perduto le grazia dell'imperatore. Chi non sapeva
> parlava, chi sapeva non parlava. Ma si voleva che niuno parlasse: un
> pover uomo della riviera ebbe a dire, per sua disgrazia, che aveva
> veduto il papa a Voltri: gli fu intimato si ritrattasse: quando no, mal
> per lui: si ritrattò, e fu lasciato andare con le raccomandazioni: fece
> proponimento di non nominar mai più papa. I Napoleonici stavano in
> sentore, se mai qualche voce in Savona, o nei luoghi vicini sorgesse: i
> magistrati scrivevano, ogni cosa essere sicura; nissuno addarsi. Insomma
> già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in
> Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni del Napoleonici!
> Arrivava il pontefice a nuovi soldateschi insulti in Fontainebleau: poco
> dopo arrivava anche Napoleone. Caso fatale, che là, dove otto anni prima
> era Pio arrivato trionfante, ora prigioniero arrivasse, e di là dove ora
> Napoleone signore del mondo arrivava, prigioniero due anni dopo se ne
> partisse.
> 
> LIBRO VIGESIMOSESTO
> 
> SOMMARIO
> 
>       Accidenti di Sicilia. Constituzione data dal re Ferdinando ai
>       Siciliani ai tempi di Bentinck. La regina Carolina, costretta
>       dagl'Inglesi, si ritira dalla Sicilia, e muore a Vienna.
>       Guerra tra Francia e Russia. Sono giunti i tempi fatali per
>       Napoleone. Perisce la sua potenza in Russia. Fa un nuovo
>       sforzo, e comparisce sui campi di Germania. È prostrato a
>       Lipsia: tutta la Germania sdegnata insorge contro di lui.
>       Concordato di Fontainebleau. Pratiche di Giovacchino,
>       d'Eugenio, di Bentinck per le sorti d'Italia. Eugenio sulla
>       Sava; l'Italia assalita da parecchie parti. S'avvicina il fine
>       della tragedia.
> 
> Regnava in Napoli Giovacchino Napoleonide, in Sicilia Carolina
> d'Austria. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua
> potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza;
> molti, e varj furono gli effetti ed in chi regnava di nome, ed in chi
> regnava di fatto, ma una la cagione, cioè l'ambizione. Tanto è dolce
> agli uomini, ed anche alle donne il comandare! Parte degli accidenti che
> seguirono, già furono da noi raccontati, parte accennati: ora è ragione,
> che coll'ulterior narrare quelli si terminino, questi maggiormente si
> spieghino; poi presto verrassi al fine di questa mia troppo lagrimevole
> narrazione. Da più rimoto principio si ha per noi da cominciare. Era
> Giovacchino, siccome quegli che si nutriva facilmente con vane speranze,
> tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni
> guerriere, sì colle instigazioni, e colle spie. Carolina dal canto suo,
> in ciò ajutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno,
> che la denominazione dei Napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta
> e mal sicura rendesse. Il sangue sparso a copia nelle Calabrie, i fiumi
> biancheggianti di umane ossa attestavano le Napolitane e le Palermitane
> instigazioni, e già furono da noi in queste carte vergati. Raccontammo
> ancora, come i tentativi armati di Giovacchino finissero: resta, che il
> seguito delle Siciliane mutazioni, facendo principio dall'esito delle
> insidie dei Napoleonidi, da noi si descriva, crudi accidenti e degni dei
> tempi. Tentavano principalmente i Napoleonidi Messina, per la vicinanza
> ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni
> uomini di umile condizione, il cui fine era operare moti contrarj al
> governo. I congiurati, come gente di basso stato, non avevano alcuna
> dipendenza d'importanza, ma si temeva ch'essi fossero gli agenti
> d'uomini più potenti, non potendosi restar capace come i Napoleonidi,
> per fare una rivoluzione in Sicilia, adoperassero gente di così piccole
> condizioni, come calzolari, marinari e pescatori. Per la qual cosa per
> iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo
> sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il
> governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in
> sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Pose in
> carcere non solamente i rei, ma ancora i sospetti, e non che plebei e
> poveri, magnati e ricchi. Condotti i carcerati in sua presenza, faceva
> loro udire, che sarebbe meglio per loro che confessassero; quando no,
> avessero a sapere ch'egli era Artali marchese, che ministrerebbe
> giustizia alla Palermitana, che avrebbero ceppi ai piedi, manette alle
> mani, che gli farebbe tirare sulla colla, arroventare coi ferri, che
> solo che una sua parola parlasse, conoscerebbe Messina ch'egli era
> Artali. I fatti poi consenzienti, anzi peggiori delle parole; perchè
> serrati in una segreta così bassa e stretta, che nè stare in piedi nè
> giacere alla distesa potevano, eran lasciati per ben cinquanta giorni a
> dimenticanza, solo un misero panicciuolo al giorno essendo loro
> ministrato. Sorgeva l'acqua tutto all'intorno, il suolo aspro di acuti
> sassi. Non lume avevano nè aria: fra breve venne l'aria pestilente. A
> questi erano lacerate le carni con nerbi, a quelli scottate con ferri; a
> questi davansi droghe da procurar loro sogni spaventevoli, da cui
> solamente erano svegliati con brace accesa, o con piastrelle
> arroventate. Fuvvi chi ebbe le membra tirate dalla colla orribilmente, e
> chi la pelle tagliata fino al cranio da funicelle strettissimamente
> avvinte. Scioglievansi, perchè le carni davano in mortificazione:
> temevano i carnefici, che la morte togliesse le vittime ai nuovi ed
> apprestati tormenti. Fora pur troppo dolorosa narrazione l'andar
> raccontando minutamente il lungo e moltiforme martirio. Solo dirò, che
> le Messinesi carceri furono come le Verrine: la Siciliana terra
> rispondeva alla Napolitana, furore a furore, crudeltade a crudeltà
> opponendo: infausto cielo, che vide quanto possa l'eccessiva natura
> dell'uomo. Di Manhes e di Artali parlando, mostrano le Calabresi terre,
> mostrano le Siciliane la terribile natura loro; ma il primo fu
> inesorabile, il secondo crudo; quegli pacato, questi sdegnoso; l'uno
> sanò un paese, l'altro fece un paese infermo e pregno di vendetta.
> Messina tutta piangeva, tremava, fremeva; niuna cosa più sicura a
> nissuno: imprecavano e chi comandava e chi tollerava; un gran vituperio
> ne nasceva per gl'Inglesi andati là per difendere le popolazioni, e che
> le vedevano straziare. Gridarono i Messinesi, venne avviso della
> tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati Britannici. Mandò un
> lord Forbes a visitare le segrete dolorose: gli diede per compagno
> parecchi chirurghi, perchè sapeva che abbisognavano, per sanare le
> vestigia impresse dal furore dei carnefici. Seppesi queste cose il
> governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Non so se
> gl'importasse dei tormentati: bene gli calse dell'odio che ne veniva
> contro il governo Siciliano, e contro l'Inghilterra: indebolivasene la
> difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione
> della Sicilia, sì per se medesima, come pel sito opportuno a difendere
> Malta, ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Non poca molestia
> dava loro il vedere, che l'imperio violento della regina, perciocchè a
> lei massimamente attribuivano i popoli la direzione delle faccende,
> tendeva ad alienare gli animi da lei e dagli alleati; perciò pensarono
> ai rimedj. Per verità i Siciliani, che con molta allegrezza avevano
> veduto la corte venire in Sicilia nel novantotto, ora mutatisi
> intieramente, alla medesima erano avversi. Della qual mutazione, oltre i
> rigori eccessivi, molte e gravi furono le cagioni. Morto Acton, col
> quale la regina principalmente si consigliava, era stato chiamato
> ministro delle finanze il cavaliere Medici, uomo, come già abbiam detto
> altrove, di singolare destrezza d'ingegno, ma che amava il governare
> assoluto. Per questo aveva piaciuto alla regina, e la regina a lui.
> Della sua elezione si mostrarono male soddisfatti i Siciliani, sì per
> questa stessa sua natura molto tirata, come perchè Napolitano era. A
> queste male soddisfazioni se n'aggiunsero delle altre di non poco
> momento. La regina che sapeva, che a volta a volta tornava al re il
> desiderio di prendersi nel governo tutto l'imperio che gli si conveniva,
> aveva fatto opera, per fermare questi rigogli, che fosse eletto a primo
> ministro il duca d'Ascoli, nel quale Ferdinando aveva molta affezione, e
> che molto ancora da lei dipendeva. Confidava in questo di essere del
> tutto padrona dell'animo del re sì per l'imperio proprio, come per
> quello del duca. Ma oltre che Ascoli era uomo d'intelletto incapace a
> sopportare tanto peso, e neppure gli dispiacevano i piaceri di cui tanto
> si dilettava Ferdinando, avvenne che appresso a lui acquistò grande
> autorità una donna, che chiamava col nome di sua amica. Costei traendo,
> contro il dovere, ad utilità propria il credito del duca, fu cagione che
> un gran romore si levasse contro di lui con diminuzione del suo nome
> presso i popoli. Il mal umore si accese anche contro la corte,
> massimamente contro la regina, che per tenersi il duca benevolo,
> accarezzava l'amica di lui.
> 
> Cagione molto forte di disgusto furono i Napolitani venuti colla corte
> in Sicilia. Costoro, se pochi si eccettuano, o messisi a grandeggiare
> fra un popolo povero, od a far le spie fra un popolo sdegnato,
> accrescevano l'odio naturale dei Siciliani contro i Napolitani, e gli
> umori già mossi viemaggiormente pervertivano. Il denaro del pubblico,
> cavato a grande stento dai sudditi spolpati, si profondeva con grave
> scandalo in Napolitani o Calabresi, parte insolenti, parte viziosi,
> immoderati tutti nella quantità delle spese: intanto i soldati quasi
> nudi, e colle paghe corse da mesi ed anche da anni, attestavano colla
> miseria loro la pessima amministrazione del regno. Nè la corte rimetteva
> dal consueto lusso, come se il regno solo oltre il Faro potesse da se
> solo sopperire a quella voragine, alla quale appena bastarono i due
> regni uniti. Quindi accadeva, che sebbene alcune terre appartenenti alla
> corona col fine di sostenere le esorbitanti spese si vendessero,
> nondimeno sempre l'erario penuriava, e mentre la corte spendeva e
> spandeva, ogni servizio del pubblico mancava. Le strade massimamente,
> per le quali il parlamento aveva conceduto proventi particolari, rotte e
> malconce dimostravano, che ciò che per loro si era dato, in altri usi si
> convertisse. S'aggiunsero a sprofondar l'abisso gli enormi dispendj
> fatti per le fazioni della Calabria, per la difesa di Gaeta, per le
> spedizioni contro Castellamare, e contro le isole di Procida, d'Ischia e
> di Capri. Già si era dato fondo alle ricchezze portate via nella fuga di
> Napoli, avvegnachè fossero di non poca entità, e le cose erano ridotte a
> tale, che la regina per ultimo sussidio, mandò ad impiegar le gioje
> dotali e sopraddotali per cavarne diecimila once, che sono circa
> cinquemila luigi di Francia. Crescevano gli sdegni, pensando che
> l'Inghilterra pagava alla corte di Sicilia trecentomila sterlini
> all'anno di sussidio, nè potevano i popoli restar capaci come tant'oro
> Napolitano, Siciliano ed Inglese in una e medesima voragine senza
> nissuno, o con debole frutto si gettasse: ricchezza certa, dispendio
> enorme, povertà rea, dicevano. Gl'Inglesi stessi perdevano di
> riputazione appresso ai popoli e per l'uso, e per l'abuso del sussidio.
> Adunque, i Siciliani gridavano, fan le spese gl'Inglesi alla Sicilia,
> perchè ne siano pagate le Napolitane spie, i Calabresi sicari? Adunque
> gli sterlini di Londra vengono a Palermo, perchè l'amata d'Ascoli, ed il
> dispotico dominio di Medici ne siano protetti e sicuri? Adunque perchè
> un duro giogo sul collo dei Siciliani, miseri colla corte assente, ancor
> più miseri colla corte presente s'aggravi, i Britannici salari sulle
> Siciliane terre sono chiamati? Adunque perchè dei Napoleonidi ogni ora
> si tema, tanti domestici e forestieri tesori si profondono?
> Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi, che avevano a fare con un
> alleato, il quale dopo di aver procurato odio a se, il procurava anche a
> loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il
> governo stesso pensava ai rimedj. Il fine era questo, che si togliesse
> alla regina l'autorità che si era arrogata nelle faccende, e che la
> parte popolare si accarezzasse, si conciliasse, si fortificasse.
> 
> Ma prima che gl'Inglesi comandassero, si sperava in un rimedio
> domestico: quest'era il parlamento Siciliano. Lo aveva il re convocato
> nell'ottocentodieci. Aveva Medici dato molte speranze di questo
> parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidj: donativi
> gli chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed
> inframmettente, nè mancava di ardimento: perciò sempre confidente in
> quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento.
> Fece suoi brogli appresso ai rappresentanti, questi sono il braccio
> demaniale, nè senza frutto. Alcuni degli eletti liberamente dalle città
> tirò a se colle promesse e coi doni, altri fece eleggere a sua posta;
> che anzi ottenne che parecchie città, bruttissimo vizio della
> constituzione Siciliana, dessero il mandato parlamentario ad una
> medesima persona. Erano moltiplici questi rappresentanti, ed al favore
> di Medici obbligati, e da lui dependenti. Si era anche destramente
> insinuato, ed aveva acquistato credito nel braccio ecclesiastico: non
> pochi vi erano inclinati a secondare i suoi disegni. Bene considerate
> erano tutte queste cose da Medici; ma errò per altra parte in due modi,
> perchè credendosi sicuro dei due bracci, demaniale ed ecclesiastico,
> omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed oltre a questo
> usò l'opera di certe persone, le quali, avvengadiochè fossero dotate di
> singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel
> parlamento dell'ottocentosei si erano adoperate con molto calore,
> acciocchè si aumentassero i dazj. I baroni, parte per amor di bene,
> parte per odio di Medici, che gli aveva o trascurati od aspreggiati,
> fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro.
> Fra gli avversarj, per essere stato offeso ed allontanato dalla corte
> per opera di lui, risplendeva il principe di Belmonte, uomo assai ricco,
> di famiglia nobilissima, e di molta dipendenza in Sicilia: nè l'ingegno
> mancava in lui, nè la liberalità; perchè amico ai letterati, cortese ai
> forestieri, mostrava che di buoni frutti non era sterile la Sicilia.
> Quest'erano le sue virtù: i vizj, un orgoglio intollerabile. Assunse
> impresa di vendicarsi di Carolina e di Medici. I baroni si collegarono
> con Belmonte. Il ministro s'accorse, che se era stato buono il tirare a
> se i dipendenti, sarebbe stato meglio il tirare gl'independenti. L'esito
> fu, che il parlamento concedè un piccolo aumento di donativi, ma
> interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu
> impossibile di esigergli. Maggiori segni sorsero del mal umore
> parlamentario, perchè, essendo solito il parlamento a domandare molte
> grazie al re, grazie, che si concedevano a ragguaglio della largizione
> dei donativi, a questa volta i baroni domandarono, come per modo
> d'ironia, la grazia di sua maestà: l'esempio fu efficace; anche i due
> altri bracci risposero nella medesima sentenza: solo gli ecclesiastici
> richiesero il re, facesse prigioni separate pei preti. I Siciliani,
> secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volentieri, e peggio
> quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo
> sparge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel
> contrario con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici, e di
> coloro che nel parlamento l'avevano secondato.
> 
> Fu molto memorabile il parlamento Siciliano dell'ottocentodieci, di cui
> abbiamo fin qui toccato. Imperciocchè le terre obbligate a feudo furono
> ridotte all'allodio, ed aboliti molti baronaggi, consentendo volentieri
> e con singolar lode i baroni ad una riforma, che recava loro, quanto
> alle rendite, notabile pregiudizio. A ciò si aggiunse, che per la più
> acconcia distribuzione dei dazj, si crearono nuovi ordini di gabelle, e
> le terre, affinchè il terratico fosse stanziato con più equalità, si
> accatastarono, facendo stima dai contratti d'affitto, o dalle
> confessioni dei possidenti sul fruttato di dieci anni; dal che ne sorse
> un censo o catasto, che, sebbene imperfetto, diè non pertanto qualche
> utile norma in una faccenda intricatissima. Migliorò anche il parlamento
> gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità, per la
> frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine; perchè
> siccome per lo innanzi i capitani di tutte le città e villaggi erano
> obbligati a compensare del proprio i rubati, il che di rado aveva
> effetto, essendo per lo più i predetti capitani uomini poveri, che
> amavano meglio o fuggire o andar carcerati, che pagare, così il
> parlamento creò tante compagnìe di gendarmi, quanti erano i distretti,
> volendo, che ciascuna compagnìa purgasse il distretto proprio dai ladri,
> e fosse tenuta dei furti che vi succedessero. Le strade ed i casali
> sparsi, che prima erano molto infestati, diventarono più sicuri, i
> popoli lodavano il parlamento del prudente consiglio, i baroni sorgevano
> in maggior credito pel favor dell'opinione. La regina, che si recava a
> diminuzione di potenza il favore acquistato dal parlamento e dai baroni,
> mal volentieri sopportava questa variazione. Medici, o che il facesse da
> se, perchè sapeva che e come Napolitano, e come aderente alla regina,
> aveva perduta la grazia dei Siciliani, o che Carolina gliel comandasse,
> rinunziò alla carica di ministro delle finanze. Creossi in sua vece il
> principe di Trabia, come Siciliano, per conciliare: s'intendeva
> piuttosto di commercio che di stato. Piacque un tempo, dispiacque fra
> breve, perchè pensava a tôrre le spese inutili, ed a formare migliori
> ordini per la camera. Intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni
> cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diè
> maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi:
> ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono
> piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte d'onori: lo
> stato periva, e' bisognava uscirne. Un Tommasi chiamato nelle consulte
> regie trovò questi due rimedj: pagassesi una tassa dell'uno per
> centinajo del valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private
> che si facessero dai particolari, e perchè nissuno potesse far fraude,
> si mandò ordine ai notaj, ed ai banchi pubblici di Palermo e di Messina,
> che avessero cura dell'esecuzione. L'altro trovato del Tommasi fu, che
> si vendessero alcuni beni stabili appartenenti a luoghi pii, a
> possessori forestieri, ed alla religione di Malta: perchè la vendita non
> riuscisse vana per mancanza di avventori, si facesse per mezzo di lotto.
> Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti; perchè
> essendo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedj si cambiavano in
> veleni. Primieramente la nazione recandosi a dispetto e ad oltraggio un
> atto, che stimava essere arbitrario e contro gli ordini della
> constituzione, fece risoluzione, che tutti gli atti privati, come
> vendite di beni sì stabili che mobili, affitti, pigioni, pagamenti, e
> tutt'altro contratto, dove la natura del negozio il permettesse, di
> buona fede e senza rogito di notajo si facessero. Quanto al lotto,
> malgrado del guadagno ingordo che vi si poteva fare, nissuno accorse
> alle polizze, e riuscì vano il tentativo. Tanto quei popoli amarono
> meglio pericolare nelle sostanze e rinunziare al lucro, che sottoporsi
> ad una tassa, che riputavano illegale e contraria agli statuti del
> regno, onorata risoluzione dei Siciliani. La regina dispensò le polizze
> ai suoi cortigiani, magistrati, partigiani ed aderenti, debole sussidio
> in tanta angustia.
> 
> Questa condizione non era tale, che lungo tempo potesse durare senza
> variazione. La regina non rimetteva dal solito procedere, da lodarsi per
> costanza, da biasimarsi pei mezzi e pel fine. I baroni instavano, nè
> erano uomini da non usar bene il tempo. Gl'Inglesi ci mettevano la mano,
> perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose
> in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli; e giacchè
> avevano pruovato che i consigli dati alla regina non avevano prodotto
> frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione d'animi
> che era sorta. Tutti volevano comandare, regina, Inglesi, baroni, chi
> per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In
> questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il
> cambiamento delle Siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, cui più
> muovevano il fastidio dell'imperio Caroliniano, e la voglia di veder
> ridotto a migliore forma il governo, e si appresentarono con una
> rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione dei due decreti, come
> contrarj alla constituzione Siciliana fino allora inviolata nel diritto
> di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla
> deputazione del regno, la quale dal parlamento eletta, sedeva secondo i
> Siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra dal parlamento. Capo di
> questa mossa fu il principe di Belmonte. La regina, che non era donna da
> lasciarsi sopraffare dai venti contrarj, non solamente non si piegò a
> questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re, che gli facesse
> arrestare e condurre in luogo, dove fosse loro mestiero di pensar ad
> altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie
> isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei
> primarj baroni del regno, che furono quest'essi: il principe di Belmonte
> sopraddetto, i principi d'Aci, di Villarmosa, di Villafranca, e il duca
> d'Angiò. Parlossi anche nelle più segrete consulte della regina, che si
> uccidessero: i suoi aderenti più stretti, credendo di andarle a versi,
> domandavano la morte loro. Ma Medici, col quale principalmente ella
> restringeva i suoi consigli, contraddisse, allegando, che un fatto tanto
> grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.
> 
> Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si
> potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nella
> regina, dappoichè per lo sposalizio di Maria Luisa nell'imperator dei
> Francesi era divenuta parente di Napoleone; e siccome quelli che
> ottimamente conoscevano la natura di lei, sapevano che ella si sarebbe
> gettata a qualunque più strano partito, ed anche all'amicizia di
> Napoleone, purchè continuasse a comandare, nè era solita a guardare più
> in viso Inghilterra che Francia; tanto era l'indole sua altiera ed
> indomita! Adunque gl'Inglesi, non potendo più comandare con la regina,
> nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, trattando restrignimento
> coi baroni, di comandare per mezzo loro.
> 
> A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore
> d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentink,
> uomo di natura molto risoluta: pretendeva parole di libertà. Ora s'ha a
> vedere una testa forte contro una testa forte. Non così tosto pervenne
> Bentink in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina,
> ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di
> cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti
> nell'amministrazione e nella constituzione del regno. Insisteva
> principalmente, amarissimo tasto a Carolina, affinchè si rivocassero i
> due decreti, e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque
> baroni. Aggiungeva, che se ella non si uniformasse ai desiderj
> dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. La regina, non usa a
> sentirsi parlare di questo suono, meno ancora a sopportarlo, non che si
> piegasse, viemaggiormente si ostinava, e lei essere padrona in Sicilia,
> non Bentink, affermava. Pure l'Inglese la stringeva; e voleva venirne
> alla conclusione. A cui finalmente la regina per vederne la fine e
> levarselo d'innanzi, gli ebbe a dire apertamente, con quale diritto
> s'ingerisse nelle faccende del regno, e quale audacia fosse la sua di
> uscire dai termini del suo mandato? Dove fosse, richieselo, e
> mostrasselo il mandato d'intromettersi nel governo del regno di Sicilia.
> Badasse bene a farla da ambasciatore, non da padrone, molto manco da re;
> che Carolina d'Austria non era donna da divenir serva di chi era mandato
> a farle riverenza, non a comandarle. Sentissi Bentink toccar sul vivo,
> perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non
> di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia
> contrastando, disse, che se non aveva mandato, lo anderebbe a cercare: e
> come disse, così si metteva in punto di fare. Carolina, veduto il
> pericolo, pensò ad essere una seconda volta con Bentink, non che volesse
> rimuoversi dal suo proposito, perciocchè perseverava nella medesima
> durezza, ma sperava di rimuovere l'avversario. Consentiva, non senza
> qualche difficoltà, l'Inglese all'abboccamento: all'ultimo trattandosi
> l'affare tra due ostinati, non si potè venire ad alcuna conclusione, per
> forma che l'ambasciadore disse alla regina per ultima risposta, _o
> constituzione, o rivoluzione_. Nè interponendo dilazione, partì, andò a
> Londra, in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri
> d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a
> Bentink potestà suprema sopra tutte le truppe Inglesi raccolte
> nell'isola, acciocchè quello che pei consigli non potesse, colla forza
> il potesse. Tentò Bentink di nuovo la regina colle persuasioni, di nuovo
> la regina nella risoluzione di voler fare da se, e non a posta d'altri o
> Inglesi si fossero o parlamento, persisteva. Minaccioso allora venne sul
> dire, arresterebbe il re, arresterebbe la regina, gli manderebbe in
> Inghilterra, lascerebbe in Palermo a governare il regno, il figliuolo
> del principe ereditario don Francesco, fanciullo di due anni, con
> assistenza di una reggenza, alla quale chiamerebbe, come capi, il duca
> d'Orleans, ed il principe di Belmonte. Perchè poi le sue parole avessero
> l'efficacia necessaria, dodicimila soldati Inglesi, che stanziavano
> sparsi in varj e lontani luoghi dell'isola, chiamò nelle vicinanze di
> Palermo. La regina, veduto un caso tanto estremo, nè ancora rimettendo
> della sua costanza, chiamati i suoi più fidi a consiglio, e con loro i
> ministri, sull'afflitte cose se ne stava deliberando. Disse, non esser
> punto per cedere ad una prepotenza forestiera. Chiamassero i soldati,
> volere contro la forza difendersi colla forza. Le fu tosto ridotto in
> considerazione, poco sicure essere le truppe per la miseria, ad esse
> mancare le vestimenta, ad esse i viveri, ad esse insino le armi; non
> potervisi far capitale; là andrebbero dove una prima mostra di pane a
> loro si facesse. La regina, cedendo alla fortuna, ma non vinta
> nell'animo, si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città.
> L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame Napoleoniche in
> Sicilia, la parte Inglese trionfava, contrade infelicissime, che non
> potendo vivere da se, cercavano di sostentar le cose loro col patrocinio
> altrui. Bentink, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò
> primieramente, temendo non il re per se, ma la regina per mezzo del re,
> che Ferdinando, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà
> reale, ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo
> figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentink fu eletto
> capitano generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in se l'imperio
> militare e sopra i soldati del re Giorgio, e sopra quelli del re
> Ferdinando.
> 
> Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i
> baroni carcerati, il licenziare i ministri della regina, l'abolire il
> dazio dell'un per centinajo, il chiamare ministri Belmonte degli affari
> esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Volevano
> alcuni, che si apprestassero gli esili, le carceri, i supplizj contro
> coloro che si erano mostrati aderenti a chi aveva sino allora retto lo
> stato, massimamente contro le spie, tanto più detestate, quanto la
> maggior parte erano forestieri venuti dall'altra parte del Faro. Ma i
> nuovi ministri, conoscendo che il modo di governare tanto sarebbe
> migliore, quanto più si discosterebbe dal precedente, prudentemente
> procedendo, si risolvevano ad usare mansuetudine: puniti pochi più in
> odio al popolo, mandavano i rimanenti in dimenticanza. Volevano
> cambiamento, non rivoluzione: protestavano non voler andare a forme
> insolite e nuove, solamente tornare alle antiche, adattandole alle
> condizioni presenti. Fece il popolo grandi allegrezze per la mutazione:
> quell'esser liberato dalle spie, gli pareva un gran fatto: dicevano
> rinascere le sorgenti di Sicilia.
> 
> Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei
> membri, provvedessero, che la Sicilia avesse un buono e libero governo,
> rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di constituzione. Erano
> in quest'assemblea partigiani della regina, come amatori del governo
> assoluto, e come obbligati a lei per potenza, o per ricchezze, o per
> onori, ma il tempo era loro contrario. Erano partigiani di statuti
> liberi, pendendo molti verso le forme Inglesi ed a questi era il tempo
> favorevole. Erano infine, ma in poco numero, partigiani Francesi: questi
> si accostavano agli aderenti della regina, e poichè non potevano
> predicare apertamente il dominio assoluto per l'opinione contraria,
> pubblicavano dottrine di una libertà eccessiva, sperando che dalla
> licenza nascerebbe il dispotismo.
> 
> I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentink era accesissimo
> in questo, che promulgasse libertà e statuti generosi in ogni luogo.
> Incominciossi dagli ordini supremi della constituzione. Statuirono che
> la religione cattolica, apostolica, romana fosse sola religione del
> regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la
> potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il
> parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti appruovati dal re avessero
> forza di legge; l'appruovare, od il vietare del re in questa forma si
> esprimesse, _piace al re o vieta il re_; la potestà esecutiva fosse
> investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici
> avessero intiera independenza dal re e dal parlamento; i ministri
> fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento
> l'esaminargli, il processargli, il condannargli pel crimenlese; due
> camere componessero il parlamento, una dei comuni, o dei rappresentanti
> del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti
> dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fossero Pari del regno
> chiunque avesse avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o
> chiunque il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il
> convocare il parlamento, ma fosse obbligato di convocarlo ogni anno; la
> nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona
> cedessero in amministrazione della nazione; niun Siciliano potesse
> essere turbato nè nelle proprietà nè nella persona, se non conforme alle
> leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali pei Pari
> del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i
> sussidj, o vogliam dire i donativi; il parlamento vedesse quali e quante
> parti della constituzione della gran Brettagna convenissero alla
> Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.
> 
> Questi furono i capitoli principali della constituzione Siciliana data
> da lord Bentink circa gli ordini primitivi dello stato. Ne concepirono i
> popoli grande contentezza, perchè quella equalità di dritti, e quella
> sicurezza delle persone, sono condizioni che piacciono a tutti. Furono
> inoltre dal parlamento per motivo espresso dei baroni statuiti certi
> patti fondamentali, dai quali ne veniva un grande sgravio ai popoli, e
> il nome dei baroni salì in onore, certo meritamente, appresso ai
> Siciliani. Perciò all'allegrezza comune cagionata dai capitoli
> principali, s'aggiunse una maraviglia non senza molta parte di
> gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dai
> baroni. Il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i
> popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito, che il
> sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, che tutti i
> privilegi provenienti dall'origine medesima fossero cassi, e tutte le
> terre libere ed allodiali. Fossero altresì abolite le investiture, i
> rilievi, le devoluzioni al fisco, ed ogni peso che derivasse da feudo.
> Quanto alle angherie, o siano dritti angarici, potessero i comuni od i
> particolari riscattarsene sotto condizione di debito compenso. A voler
> comprendere quanta agevolezza ed amore del ben pubblico fossero in
> queste offerte e decreti dei baroni Siciliani, basterà far
> considerazione, che gran parte delle loro rendite consisteva in questi
> dritti feudatarj: furonvi famiglie, che a cagione delle rinunzie
> perdettero insino a settantamila franchi d'entrata. L'annullazione
> massimamente delle bandite, o vogliam dire dei dritti proibitivi di
> caccia riservandone soltanto l'uso, a guisa degli ordini Inglesi, sulle
> terre circondate da mura, diede la vita a molti villaggi condotti
> all'ultima ruina dalle fiere o regie o baronali. Dirò anzi in questo,
> perchè dimostra lo spirito di quella nazione, che il re, al quale
> incresceva l'astenersi dalle solite cacce, fece opera di persuader ai
> villani, che abitavano vicini a' suoi parchi e foreste, che
> rinunziassero alla libertà largita dal parlamento: ne ebbe ripulsa.
> 
> Giubbilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei
> baroni, ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava, che il re,
> cioè il principe vicario appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Si
> disse, che la regina stringesse il figliuolo affinchè vietasse:
> mormorossi, ch'ella per por le cose in confusione, macchinasse
> sollevazioni in Palermo. Si andava oltre a ciò vociferando un caso più
> orrendo, e fu, ch'ella con un artifizio di polvere chiusa in grossa e
> forte boccia, aggiuntovi scheggia ed altri stromenti mortalissimi, e
> gettato, ed acceso improvvisamente nella stanza del parlamento, si fosse
> sforzata di mandar l'assemblea a confusione ed a ruina. Certo scoppiò il
> ferale ordigno, ma all'entrare di una finestra, per modo che dal terrore
> in fuori, non fece effetto. Queste cose si dicevano della regina, non
> perchè se le facesse, ma perchè la credevano capace di farle.
> 
> Duro pareva a chi regnava, lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto
> operarono Bentink, il parlamento, ed i segni della impazienza popolare,
> che il principe vicario dichiarò, piacergli i capitoli. Ne fu lodato da
> molti, biasimato da pochi. La regina, non potendo più resistere,
> costretta anche da Bentink, che conoscendo quel suo spirito indomabile,
> ed avendo l'animo alieno dal confidarsi di lei, malvolentieri la vedeva
> vicina alla sede del governo, si ritirava a Castelvetrano, terra
> distante a sessanta miglia da Palermo. Aspettava Bentink la stagione
> propizia per mandarla a Vienna, certo e sicuro, che, finchè ella
> restasse nell'isola, il nuovo stato non potrebbe quietare, non che
> radicarsi e fiorire.
> 
> Ed ecco che nel mese di gennajo dell'ottocento tredici il re (corse fama
> in quel tempo, che Carolina regina, avendo l'animo sempre pieno di mala
> soddisfazione, di nottetempo e celeremente venendo da Castelvetrano,
> fosse andata a trovarlo, e ad esortarlo a recarsi di nuovo la somma del
> governo in mano) compariva all'improvviso in Palermo, e fatti a se
> chiamare i ministri, dichiarava, che essendo tornato in salute, suo
> intento era di riassumere l'autorità regia. Parve caso strano, e che
> potesse portar con se accidenti molto gravi. Bentink, avvertito a tempo,
> mandò prestamente suoi messi a chiamar le soldatesche, che alloggiavano
> nei paesi circostanti. Tanta fu la celerità usata, che a mezza notte
> dodicimila Inglesi, armati di tutto punto, come in presente guerra,
> entrarono in Palermo, e rendettero le cose sicure al nuovo stato. Fu
> assai subito Bentink in questa faccenda, e se avesse tardato non sarebbe
> più stato a tempo; perchè già i partigiani dell'antico reggimento
> alzavano la testa, e si vantavano di aver vinto la novella
> constituzione. Era intento di Ferdinando di cambiare i ministri, non
> terminare la constituzione, annullare i capitoli accordati, rimettere in
> piede lo stato antico, richiamare la regina: il fine ultimo consisteva
> nel liberarsi dall'imperio d'Inghilterra, e dalle molestie dei
> democrati. Si cantarono con pompa nel duomo le prime grazie
> all'Altissimo per la salute ricuperata del re. Si aspettavano plausi:
> nissuno si scoprì. Se da una parte si sopportava mal volentieri il
> dominio degl'Inglesi, dall'altra si temeva quello della regina, e dei
> Napolitani. Intanto il capitano generale aveva condotto a fine i suoi
> preparamenti: soldati in armi occupavano Palermo; un romor di cannoni e
> di mortaj tirati per le contrade faceva un terrore grandissimo. I
> Palermitani gridavano che guerra fosse quella; e si lamentavano che si
> fosse dato occasione a quest'insolito apparato. Mandava Ferdinando il
> comandante domandando a Bentink, che cosa significasse quella mostra
> guerriera. Rispose venezianamente l'Inglese, avere udito la ricuperata
> salute del re, volere anche di lui palesare la sua contentezza; quelle
> armi e quei soldati essere venuti ad allegrezza e ad onoranza. Stette
> alquanto sopra pensiero il Siciliano, perchè gli pareva che il parlare
> di Bentink fosse piuttosto da burla che da vero. Poi gli disse, se
> avesse pensato agli accidenti che potevano nascere. Il capitano del re
> Giorgio rispose, che il re Ferdinando l'aveva chiamato suo capitano
> generale, che a lui aveva affidato la quiete di Palermo e del regno; che
> per adempire l'incarico aveva apprestato quelle armi e quei soldati.
> Ferdinando in questo mentre caduto in malattia o per accidente fortuito,
> o per angustia d'animo, riconfermò il figliuolo nella carica di vicario
> generale, e tornossene in villa, portando con lui diminuzione di
> riputazione per un tentativo male cominciato, e peggio terminato.
> 
> Volle Bentink usar l'occasione dello sgomento concetto per l'esito
> infelice, facendo opera di persuadere al re, che rinunziasse
> intieramente all'autorità regia in favor del figliuolo: mandò anche
> soldati per ajutar le parole coi fatti, a romoreggiare tutto all'intorno
> della villa abitata da Ferdinando, ma egli non si lasciò tirare a questa
> risoluzione, perchè i fuorusciti Napolitani, tutti o la maggior parte
> seguaci della regina, il dissuadettero efficacemente da questa finale
> rinunzia. Temevano, nè senza ragione, che se il principe vicario fosse
> divenuto re, pei consigli dei baroni Siciliani, che in lui molto
> potevano, ed erano nemici al nome loro, gli conducesse a qualche mal
> partito. Non potevano tornare nella patria loro, che tuttavia si trovava
> in potestà dei Napoleonidi, e se fosse loro stata vietata la Sicilia,
> non avrebbero più avuto alcun ricovero o scampo.
> 
> Intanto il tentativo fatto per riassumere l'autorità regia, rendè del
> tutto chiaro Bentink dell'animo della regina. Laonde, temendo non poco
> ch'ella facesse qualche precipitazione, si persuase che era meglio
> vedere una regina esule, che in pericolo l'autorità d'Inghilterra. Fatte
> adunque le sue diligenze, costrinse Carolina ad abbandonar la Sicilia.
> Dal che nacque, che portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani
> e barbari lidi, non potè, se non con disagi incredibili, rivedere la sua
> Vienna, riabbracciare i parenti, e respirare l'aere natìo, donde solo
> poteva sperar conforto della perduta potenza. Ma non fu lungo il
> sollievo, perchè presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da
> questa all'altra vita. A questo modo fini di vivere Carolina d'Austria e
> di Sicilia, prima desiderosa di ridurre il governo a forme più larghe,
> poi sostenitrice tenacissima di governo stretto, prima favorevole ai
> filosofi, poi nemica acerbissima di loro, contrastatrice violenta un
> tempo di Napoleone imperatore per la soverchia potenza di lui, poi sua
> aderente per troppo amore della potenza propria; conservata
> dagl'Inglesi, poi fatta esular da loro; questo solo lasciò incerto, se i
> tempi, o ella cambiassero; che anzi se si dee, non da qualche atto della
> vita, ma da tutti della natura di alcuno giudicare, parrà certo, ch'ella
> piuttosto costante e forte, che volubile e debil donna chiamare si
> debba. Nè in mezzo alle tante ambizioni moderne la sua cupidigia del
> dominare io riprenderei, se non l'avesse condotta ad una rigidezza
> eccessiva. Di questo, nè io, nè, credo, altri sarà mai per iscusarla per
> ragione alcuna, nemmeno per l'orrendo caso della regina sorella;
> conciossiachè, se di vendetta in vendetta sempre dovesse andare il
> mondo, non si vede, che allo straziarsi colle unghie, ed al mangiarsi
> coi denti gli uomini al fine non dovessero pervenire. Mise chi ci creò
> nei nostri cuori la pietà verso i miseri, ed il piacere del perdonare ai
> rei, acciocchè l'umana razza s'arrestasse in mezzo al corso del
> tormentare umane membra, e del versare umano sangue; e se una pazzìa
> incomprensibile, od un desìo spaventevole ci vi spinge, almeno una
> salutevole pietà ci rattenga dal correre sino all'estremo termine di
> lui.
> 
> Rintegrato il principe vicario nel regno, e partita la regina,
> insistendo i ministri, massimamente Bentink, che interveniva a tutte le
> consulte, continuò il parlamento le sue politiche fatiche. Diessi
> compimento alla constituzione; si mise in atto, rimanendone i popoli con
> molta satisfazione. Così fu felice il principio; il seguito non
> corrispose. Nacque tostamente la peste dei governi liberi, dico le
> insolenze popolari: nacque il vizio dei paesi comandati dai forestieri,
> dico i favori conceduti dai dominatori ai più vili, ai più ignoranti, ai
> più ridicoli uomini: la parte popolare più forte, e sempre intemperante
> ne' suoi desiderj, principiò a non serbar più modo verso i nobili,
> contro di loro con parole e con fatti imperversando. Era in questo
> procedere, non che cecità per l'avvenire, ingratitudine del passato,
> perchè dei nobili, chi era stato autore della constituzione, e chi
> l'aveva accettata volentieri. Per la qual cosa eglino, non trovando più
> sotto l'imperio di lei rispetto e quieto vivere, diventarono avversi, e
> desiderarono il cambiamento di quello, che coi desiderj, e colle opere
> avevano mandato ad effetto. Pessime furono la maggior parte delle
> elezioni alla camera dei comuni, fatte principalmente per maneggio di
> Bentink, più avendo potuto nel suo animo i servigi particolari fatti a
> lui medesimo, che quelli fatti o da farsi al pubblico. La viltà degli
> eletti portò disprezzo al consesso: da spie e ligi di Carolina, a spie e
> ligi di Bentink non facendo i popoli differenza, concepirono la
> opinione, che gli scritti di penna non sono altro che scritti di penna,
> e che gli atti ed i risultamenti sono sempre i medesimi, cioè di dare a
> chi meno merita, e di tôrre a chi più merita; chi aveva disprezzo, chi
> odio, chi freddezza verso la nuova constituzione, e tutto in un fascio
> mettevano Carolina, Acton e Bentink. Torno sull'antica mia querela, che
> le leggi portanti a libertà in Europa son sempre guaste dal cattivo
> costume, massimamente dall'ambizione. S'arrose a questo, che i dazj
> posti ai tempi del parlamento Bentiniano secondo gli ordini della
> constituzione, avanzarono di gran lunga quelli che si pagavano prima, ed
> in virtù degli antichi statuti del regno. Del quale effetto la cagione
> si fu, parte la necessità del pagare i soldati altrui, parte quella di
> supplire con nuovi dazj alle rendite dei dritti feudatarj soppressi. A
> questi aggravj si risentivano i popoli, che generalmente piuttosto dal
> non pagare, che dal fare gli squittinj giudicano della libertà. Le
> persuasioni degli uomini in carica non fruttavano, perchè gli stimavano
> complici; gli altri scontenti: perivano i fondamenti della recente
> constituzione, e le cose del nuovo governo molto s'indebolivano. Ciò
> nondimeno durò qualche tempo; perchè, morta la regina, niuno era rimasto
> che le potesse dare un primo urto. Ma non così tosto il re Ferdinando,
> pei casi dell'ottocento quattordici, tornossi a sedere sul trono di
> Napoli, che con un cenno solo l'aboliva non solamente senza sommossa di
> popoli, ma ancora senza mala contentezza. Dal che ne seguita, che non le
> magnifiche parole, ma solo la felicità presente possono essere stabile
> fondamento alle constituzioni. I popoli di metafisica non sanno, e la
> felicità loro misurano, non da quello che odono, ma da quello che
> sentono.
> 
> Insomma Ferdinando disse, che la constituzione era stata data per forza,
> Bentink che era stata chiamata di volontà, Castelreagh andò per le
> ambagi. Vero fu, che fu desiderata prima, poco amata dopo, colpa più dei
> popolani che dei nobili, più dei forestieri che dei paesani. Del resto,
> anche qui si vide il vizio dello aver commesso in quest'Europa ciarliera
> ed ambiziosa la potestà popolare, cioè la potestà che debbe servire di
> moderatrice al governare e di guarentigia al popolo, ad assemblee
> numerose. Nella natura attuale degli Europei, questo è un pessimo
> rimedio, nè so quello che diventerebbe l'Inghilterra stessa se non
> avesse i borghi compri: per un vizio enorme solamente, cioè per questi
> borghi ella vive. L'antica sapienza Italiana seppe trovare migliori
> rimedj; e se quello che nelle constituzioni degl'Italiani antichi, ed
> anche in qualcheduna dei moderni, era solamente un principio non
> ordinato, o male ordinato, con buoni statuti si ordinasse, il che
> sarebbe non che difficile, agevole, sarebbero sicuri la libertà e
> l'imperio.
> 
> Mentre Guglielmo Bentink dominava in Sicilia, Edoardo Pellew
> signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano di
> un solo, il mare in mano di un solo. Nacquero accidenti, ora in questo
> mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto
> notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono
> gl'Inglesi già sin dall'ottocentundici molte onerarie al capo Palinuro.
> Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi,
> s'impadronirono presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse
> cariche di vettovaglie. Fatto di maggior importanza fu una battaglia
> navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole
> antemurali dalla Dalmazia. Vinse la fortuna Britannica: le fregate
> Francesi la Corona, e la Bellona vennero in poter degl'Inglesi; la Flora
> si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione
> Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma, ed un
> nido sicuro, dove e donde potevano ritirarsi ed uscire a dominar
> l'Adriatico. Fu per Napoleone dato avviso al pubblico della fazione di
> Lissa, ma a modo suo, servendosi del nome del generale Giflenga che era
> stato presente alla battaglia. Se non si poteva dire che l'imperatore
> perdesse quando vinceva, molto meno si poteva quando perdeva. Giflenga
> stette queto, perchè non poteva parlare, quantunque il fatto fosse assai
> diverso del come fu nella patente lettera di lui descritto.
> 
> Già i fati assalivano Napoleone; l'ambizione, che mai non dormiva in
> lui, gli toglieva l'intelletto. Dome la Francia, la Germania, l'Italia,
> non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La
> Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni; quella amica poco fedele,
> questa nemica costantissima; nè poteva pazientemente sopportare, che
> queste due potenze gli fossero ostacolo al salire dove i suoi desiderj
> fossero, non dico sazj, perchè a ciò la natura sua smisurata ripugnava,
> ma più soddisfatti: mezza Europa non gli bastando, come non mai si
> fermava la sua cupidigia, la voleva tutta. Parevagli che due grandi
> imperj, quali erano il suo e quel d'Alessandro, non potessero sussistere
> insieme nel mondo. Per questo aveva dilatato i suoi confini insino alla
> Russia, per questo unito alla Francia Amburgo e Lubecca, per questo
> fortificato Danzica, per questo creato il ducato di Varsavia, per questo
> teneva ostinatamente stretta ne' suoi artigli la miseranda Prussia,
> piuttosto ombra di potenza che potenza. Nè ignorava, quanti sdegni
> contro lui covassero, massimamente in Germania, pel suo insopportabile
> dominio: l'estrema forza della Russia gli nutriva. Questi pensieri,
> giunti alla cupidigia dell'esser solo, tanto più gli turbavano la mente,
> quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non
> domasse la Russia. Qui anche covava, secondochè appare, un pensiero
> grandissimo, nè a lui ostava, per mandarlo ad effetto, l'amicizia che
> allora aveva col sultano di Turchìa. Napoleone vincitore della Russia
> mirava al farsi padrone di Costantinopoli per rintegrare nella sua
> persona l'imperio d'Oriente, ed anzi tutta la pienezza del Romano
> impero. Appetiva anche le Indie Orientali a distruzione
> dell'Inghilterra, e ad acquisto di fama pari a quella d'Alessandro
> Macedone. Nè che io narri cose fantastiche alcuno sarà per dire: perchè
> dell'andare per cammino terrestre nelle Indie non solamente si parlò in
> quei tempi, ma eziandio ne furono prese deliberazioni, e i luoghi
> esplorati, e le stanze notate, e la lontananza accertata, e tenute
> pratiche colla Persia. Anzi gli adulatori già spargevano, che l'impresa
> non aveva in se tanta difficoltà quanta il volgo credeva. Solo ostava la
> Russia: per questo Napoleone ambiva di soggiogarla, confidando che il
> vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo. Sapevaselo
> l'Inghilterra, che continuamente stava ai fianchi d'Alessandro,
> acciocchè dalle infauste e mortali mani si strigasse. A questo fine
> aveva anche mandato un ambasciatore straordinario ad Ispahan, affinchè
> tenesse il sofì di Persia bene edificato verso l'Inghilterra.
> 
> Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava
> che il più presto sarebbe stato il meglio: mezzo mondo era vicino a
> marciare in guerra contro mezzo mondo; i due imperi apprestavano l'armi
> con tutte le forze loro. Favoriva l'uno un esercito fioritissimo,
> massime di Francesi usi a vincere in tante guerre, una esperienza di
> tanti anni, una perizia finissima, una fama maravigliosa di capitano
> invitto in chi tanta mole da se solo muoveva: il favorivano la maestria
> delle insidie nel corrompere, e l'arte squisita di adescar gli uomini:
> il favorivano la guerra di Turchìa già suscitata contro la Russia,
> quella di Persia prossima a suscitarsi.
> 
> In pro della Russia inclinavano altre sorti: le regioni lontane, e solo
> assaltabili di fronte, la vastità loro, i deserti immensi, i freddi
> orrendi. A ciò una infinita divozione dei popoli verso l'imperatore
> Alessandro, e la costanza de' suoi soldati, dei quali si prevedevano i
> primi impeti buoni, gli ultimi migliori. Nè gran peso non recava la
> potenza dell'Inghilterra, che a lei si sarebbe congiunta. Efficace ajuto
> ancora, per la diversione e per l'esempio, recava alle cose di
> tramontana la guerra di Spagna e di Portogallo. Le Spagnuole geste
> risuonavano nel cuore dei Prussiani, ed accendendo ogni animo anche più
> quieto, gli chiamavano alla liberazione della patria. Gli Spagnuoli,
> dicevano, gente in questi ultimi tempi poco usa alle guerre, avere volto
> il viso e l'armi contro il comune tiranno, i Prussiani famosi giacersene
> inoperosi ed inonorati: cattolici assuefatti all'obbedienza servile
> insorgere e combattere; protestanti più usi alla libertà, quietamente e
> pazientemente obbedire: niuna in Ispagna maravigliosa fama essere, avere
> in Prussia, i più, veduto, in tutti vivere Federigo II: la spada sua
> lasciata a rispetto del vincitore, essere stata dal medesimo tradotta a
> scherno, vile trionfo di capitano barbaro: essa chiamare i Prussiani a
> vendetta: sorgere dalla tomba la voce di Luisa oltraggiata, rimproverare
> ai Prussiani la loro ignavia. Nè la restante Germania quietava.
> L'Austria stessa tanto temperata titubava, aspettando il tempo propizio.
> Che anzi la Baviera, sempre aderente alla Francia per emolazione e paura
> dell'Austria, seguitava la medesima inclinazione. Tanto era venuta a
> fastidio la potenza Napoleonica, conculcatrice sì degli amici, come dei
> nemici, e forse più ancora dei primi che dei secondi. Quanto all'Assia,
> oltre la comune servitù, era sdegnata dal procedere puerile e superbo di
> Girolamo Napoleonide. Così nissun voleva star ozioso a vedere l'esito
> della guerra, e tutti aspettavano l'occasione di scoprirsi. Quest'erano
> le speranze della Russia.
> 
> Quanto all'Italia, gli umori vi erano diversi, nè sì grande il suo
> momento, per esser troppo lontana dai campi in cui si dovevano
> combattere le battaglie, nè dava timore di un moto alla Spagnuola.
> Inoltre nelle regioni superiori di lei la lunghezza del dominio
> Napoleonico vi aveva, parte assuefatto gli animi, parte posto in
> dimenticanza gli antichi sovrani. Nella inferiore poi le crudeltà
> commesse vi avevano alienato gli spiriti, e se i popolani, specialmente
> nelle province, non amavano Giovacchino, i nobili l'amavano, grande
> sussidio al suo governo. Roma e Toscana nel mezzo fremevano ma
> impotenti; i Piemontesi, uomini armigeri, si contentavano di quelle
> guerriere sorti. Del regno d'Italia, la parte Milanese dipendeva
> piuttosto con lieto animo, che mal volentieri dal capitano invitto, per
> avere una capitale fioritissima, un nome ed un esercito proprio,
> magistrati ed impiegati del paese, una immagine d'independenza. Del
> resto la gloria militare di Napoleone quivi aveva cominciato, quivi
> continuato, i pubblici segni magnifici; eravi sorta una certa nazionale
> altezza. La parte Veneziana avversa; ma che sperare avesse, e per cui
> combattere non sapeva. Solo sapeva che per se non poteva combattere:
> niuna speranza avevano i Veneziani della loro nobil patria, o preda
> sempre, o compenso di preda.
> 
> Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento dell'armi, ed
> al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si
> usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli
> fatti, certamente molto abietti, e molto indegni di tanta mole. Essi
> sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva,
> quest'era l'impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra.
> Napoleone come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato,
> assaltava primo; infierì la guerra in regioni rimotissime; desolò prima
> le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a
> Smolensco, combatterono a Borodina sulla Moscova: prendeva Napoleone
> Mosca, la prendeva ed insultava: folle che non vedeva che Dio già gli
> dava di mano! Era fatale, che sui confini dell'Asia perisse la fortuna
> Napoleonica; arse Mosca, immensa città; cagione e presagio di casi
> funesti. Una rotta toccata da Murat avvertiva Napoleone che il nemico si
> faceva vivo, e che quello non era più tempo da starsene nel fondo delle
> Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di
> ridursi, passando per Caluga e Tula, a svernare nelle province
> meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di
> Malo-Jaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del
> regno Italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si
> cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di
> Kutusoff, generalissimo di Alessandro. Napoleone ributtato con
> ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata
> strada di Smolensco: il Russo gelo spense l'esercito: piange e piangerà
> eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore
> perduto per l'ambizione d'un uomo, che con la sua superbia volle tentare
> il cielo; il cielo mostrò la sua potenza; questa fu la pienezza dei
> tempi profetizzata da papa Pio. Imparino moderazione e giustizia gli
> ambiziosi, che si dilettano delle miserabili grida degli straziati
> uomini.
> 
> Al suono delle rotte Napoleoniche, la Prussia, procedendo impetuosamente
> contro l'insopportabile signore, nè aspettato nemmeno d'intendere la
> volontà del re, insorgeva, e si vendicava cupidissimamente in libertà.
> Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi; ma pei recenti fatti molto
> era rallentata la fama della sua gloria militare. Murat, sbalordito da
> accidenti tanto straordinarj, abbandonato l'esercito se ne veniva a
> Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione
> di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè
> gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli
> era ignoto, ch'egli aveva negoziato con Carolina di cose pregiudiziali
> al suo dominio Napolitano. Dall'altra parte gli alleati, massimamente
> gl'Inglesi, si erano deliberati a pretendere ed a metter fuori certe
> voci che sapevano essere gradite agl'Italiani, sperando con esse di
> commuovere facilmente tutta la penisola; quest'erano che oggimai era
> venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Pingevano con
> vivi colori la tirannide di Napoleone, e con immagini lusinghevoli si
> sforzavano di voltare gli animi a questo pensiero della liberazione.
> Bentink o tentativamente o sinceramente che sel facesse, si spiegava di
> questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Brettagna
> parata a secondarlo. Conosceva Giovacchino tutti questi umori. Per
> questo, tornando da Mosca, passò per Milano, dove più che in altri paesi
> d'Italia questi desiderj si erano accesi, a fine di scoprire che cosa
> portassero i tempi. Ma siccome leggieri uomo ch'egli era, quantunque
> portasse ancora impressi in volto i segni del passato terrore, si mise a
> far gran promesse, ch'egli farebbe e direbbe, e che era tempo da far
> l'Italia independente, e che egli era uomo da farla, e che la farebbe.
> Con questi vanti, che pure lasciavano semi, se ne tornava nel regno.
> Bentink, conosciuto l'uomo, e volendo concordarlo con gli alleati per
> turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad
> assumere le insegne di campione dell'Italica libertà. Lodava il suo
> valore, le armi, i soldati: l'empieva di speranze; affermava, che, dove
> egli consentisse a congiungergli con quei de' confederati, si
> toglierebbe ogni dubbio sull'esito finale dell'impresa, che il turbatore
> e tiranno del mondo sarebbe vinto, che i confederati il saluterebbero
> re, che sempre il suo trono di Napoli vacillerebbe, se non fosse
> conosciuto, e riconosciuto dall'Inghilterra e dalla Russia, che a voler
> esser tenuto e conservato re novello in mezzo a tanti re antichi, e nel
> cospetto stesso del naturale e legittimo sovrano, a cui era sempre
> parata l'azione sopra il regno di Napoli, abbisognava il consenso libero
> di tutti, e che perciò era necessitato a fondarsi con nuove
> congiunzioni. Che momento recare, che ajuto porgere a lui ancora
> potevano Napoleone vinto, ed i suoi gelati soldati? Badasse bene, che
> colla conservazione propria ne andava la salute e la libertà d'Italia:
> sarebbe il suo nome immortale, cambierebbe l'odioso nome di re intruso
> in quello di re legittimo e liberatore. Impugnasse adunque quelle
> Napolitane armi, si separasse dall'amicizia di Napoleone, assumesse
> quella degli alleati, bandisse, ed asseverasse l'independenza Italiana.
> Offerirgli l'Inghilterra la volontà pronta ad ajutarlo, e siccome comune
> sarebbe l'impresa, che avrebbe facilmente felice successo, così comuni
> ancora sarebbero l'onore e il frutto. A questo modo Bentink tentava
> Murat, affinchè venisse a questa congiunzione; il negozio andò
> tant'oltre, che l'Inglese già si era condotto non a Messina, per non dar
> sospetto a Ferdinando, ma a Catania a fine di avere maggior comodità di
> certificarsi dell'animo del novello re, di attendere alla pratica, e di
> concludere l'accordo. Nè era senza speranza di venirne a conclusione,
> quando Giovacchino ricevè lettere da Napoleone; portavano, magnificate
> le cose, che i soldati scritti in Francia con volontà obbedientissima
> marciavano, che gli eserciti s'ingrossavano, che i popoli gli
> deliberavano con pronto animo grosse sovvenzioni di denari, che la
> Francia sarebbe presto uscita a campo più formidabile che mai; che
> insomma il nome e la fortuna dell'imperatore risorgevano. Queste
> novelle, aggiunta anche la natura facilmente mutabile di Murat, furono
> cagione ch'egli tagliò inopinatamente ogni pratica, e si deliberò a
> perseverare nell'aderirsi a Napoleone. Bentink l'ebbe per male, e rimaso
> senza speranza di averlo congiunto seco, s'indispettì talmente che non
> ostante che per mitigare con qualche onesto modo l'animo suo,
> Giovacchino gli mandasse poi in presente una ricca e forbita sciabola,
> l'Inglese non volle più trattar con lui, nè udire le nuove proposte
> ch'ei gli venne facendo, quando sopraggiunsero i tempi grossi per
> Napoleone in Germania. Il che fu cagione che Murat deposto ogni pensiero
> dell'independenza d'Italia, si voltò finalmente tutto verso l'Austria,
> sperando in tal modo di fondare la propria grandezza sulla dipendenza
> altrui.
> 
> Napoleone, che riavutosi dagli accidenti di Russia era rientrato in sè
> medesimo, ed attendeva e provvedeva gagliardamente ad ogni cosa,
> essendogli diventato buon maestro il timore, e considerato che il
> rendersi benevolo il papa, e l'accordarsi con lui, avrebbe fatto
> fondamento grande ai suoi pensieri, e molto giovato a tener fermi nella
> sua dominazione in sì grave pericolo gli animi degl'Italiani, si
> ritirava dalle domande di Savona, ed inclinando alla concordia concluse
> un concordato il dì venticinque gennajo in Fontainebleau. I principali
> capitoli furono, che sua santità esercerebbe l'ufficio del pontificato
> in Francia e nel regno d'Italia, in quel modo e conformità che i suoi
> antecessori l'avevano esercite; che manderebbe ai potentati i suoi
> ministri, e da loro ne riceverebbe, con le solite immunità e privilegi
> del corpo diplomatico; che gli si renderebbero i beni non venduti, e che
> i venduti gli si compenserebbero con una rendita di due milioni di
> franchi all'anno; il papa, fra sei mesi dalla notificata nomina
> dell'imperatore instituirebbe canonicamente, in conformità del
> concordato, ed in virtù del presente indulto, i nominati agli
> arcivescovadi ed ai vescovati dell'impero di Francia, e del regno
> d'Italia; che il metropolitano prenderebbe le informazioni preliminari;
> se fra sei mesi il papa non avesse instituito, il metropolitano
> instituirebbe egli, o se di metropolitano si trattasse, l'anziano dei
> vescovi l'instituirebbe; che le sedi mai più di un anno non potessero
> vacare; che il papa nominerebbe, tanto in Francia quanto in Italia, a
> sei vescovati, che di comune consenso si sceglierebbero; che i sei
> vescovati suburbani si restituirebbero, e che il papa ad essi
> nominerebbe; che i beni non venduti a loro si restituirebbero, ed i
> venduti si ricupererebbero; che i vescovi assenti dallo stato Romano si
> rintegrerebbero nelle loro sedi; che di mutuo consentimento si
> ordinerebbero i vescovati della Toscana e del Genovesato; si
> conserverebbero, dove il papa sederebbe, la propaganda, la
> penitenzierìa, gli archivj; che sua maestà rimetterebbe nella sua grazia
> quei cardinali, vescovi, preti, e laici, che ne erano caduti; che
> s'intenderebbe, che il santo padre consentiva ai sopra narrati capitoli
> a cagione dello stato attuale della chiesa, e della speranza datagli
> dall'imperatore, che soccorrerebbe con la sua potente protezione ai
> numerosi bisogni che stringevano la religione nei tempi presenti. La
> sede futura del papa lasciossi in pendente; chi parlava di Avignone, chi
> di Roma. Se in questo trattato, oltre le concessioni ottenute, il papa
> ricuperò, come pare verisimile, per un capitolo segreto, la sua Roma, ei
> sarà manifesto che il carcerato vinse il carceratore. Affrettossi
> Napoleone di pubblicare l'accordo di Fontainebleau, e ne levò anche,
> sapendo di quale importanza fosse, un gran grido. Querelossi il
> pontefice della affrettata pubblicazione gravemente perchè avrebbe
> voluto, che allora solamente fosse pubblicato quando avesse avuto in
> ogni parte la sua esecuzione.
> 
> La benignità della stagione permetteva oggimai il guerreggiare:
> Napoleone, fatta con gran prestezza una nuova congregazione di soldati,
> e promettendosi più che mai del futuro, ricompariva forte ed audace sui
> campi Germanici. Combattè i Russi, combattè i Prussiani in duri
> incontri; combattè anche con estremo valore gli Austriaci voltatisi
> contro di lui per gli sdegni antichi, e per le disgrazie nuove. Ma la
> rotta di Lipsia pose fine alla sua potenza: la Germania intera, mutato
> procedere con la fortuna, corse con impeto infinito a libertà: i popoli
> Alemanni facevano a gara in quest'impresa, che santa chiamavano, e
> coll'armi in mano delle lunghe ingiurie si risentivano. Le Francesi
> terre sole furono ricovero al vinto Napoleone. Così il lungo fastidio
> dell'imperio Napoleonico, e lo sdegno universale avevano tolto di mezzo
> le difficoltà, che altre volte avevano disturbato il desiderio comune.
> Una gran tempesta cambiatrice di destini sovrastava all'Italia. Aveva
> Napoleone, che non si era punto ingannato dell'avvenire, mandato il
> principe Eugenio in Italia, perchè ordinasse le cose alla imminente
> guerra. Era il principe veduto con qualche amore dai popoli del regno,
> non che si mostrasse acceso nel desiderio dell'independenza, che anzi in
> questo era assai docile nel servire alla volontà del padre, ma perchè
> era di natura facile e temperata. Pure in quest'ultimo caso tanto si
> mostrò acerbo nell'eseguire il mandato di Napoleone, sì nel far correre
> i soldati delle nuove leve, sì nel riscuotere i denari dai popoli, che
> l'amore convertissi in odio. Prima però di narrare i successi dell'armi
> in Italia, è mestiero descrivere i maneggi politici, che specialmente
> rispetto a lei si trattavano in questi tempi. Primieramente quando
> ancora Napoleone era a Dresda, gli alleati, ai quali l'Austria già si
> era accostata, gli proponevano che restituisse le provincie Illiriche,
> che ristorasse a libertà le città anseatiche, che consentisse a
> nominare, d'accordo con gli alleati, sovrani independenti pei regni
> d'Italia e d'Olanda. Domandavano altresì, che evacuasse la Spagna, e
> rimandasse il papa a Roma: susseguentemente credendo, che per le rotte
> avute si fosse renduto più facile alla concordia, il richiedevano, senza
> però, che questa fosse condizione indispensabile, che rinunciasse alla
> confederazione Renana, ed alla mediazione della Svizzera. Quello spirito
> altiero, che sempre si empiva di pensieri vani, e presumeva della sua
> fortuna sopra il consueto degli uomini ragionevoli, non volle piegar
> l'anima; risolutamente ricusò le proposte. Quanto all'Italia, corse fama
> che i confederati, non avendo potuto persuadere il desiderio loro a
> Napoleone, si voltassero a tentar l'animo d'Eugenio vicerè, offerendogli
> di riconoscerlo re del regno d'Italia, se volesse congiungersi con loro
> ad impresa comune per la liberazione d'Europa: cosa, che il principe non
> avrebbe potuto fare senza voltar le armi contro la Francia, e contro il
> padre. Vogliono che Eugenio rispondesse, non esser padrone di se
> medesimo, non avere la potestà sovrana; solo essere delegato e
> mandatario, non potere senza taccia d'infamia, non che accettare, udire
> le proposte; non avrebbero gli alleati nè stima nè fede in lui, se a
> quello che da lui richiedevano acconsentisse. Se fu vera, bella risposta
> fu certamente questa, e se Eugenio avesse perseverato sino alla fine
> nella medesima illibatezza di posporre l'utile all'onesto, non
> potrebbero i posteri dargli biasimo d'importanza.
> 
> Ma peggiorando vieppiù per la rotta di Lipsia le condizioni
> dell'imperator Napoleone in Germania, Eugenio cominciò a pensare ai casi
> suoi, e procedendo con dubitazione, frutto o della lunga servitù, o di
> disegni più cupi, o di affezione verso Francia, metteva fuori parole che
> dinotavano in lui la volontà di abbracciar l'independenza: essere
> cambiati i tempi, spargevano i suoi più fidi; dover essere l'Italia
> independente, ma unita a Francia, non unita ad Austria, non ad
> Inghilterra; ciò volere, ciò desiderare Napoleone; salvassersi le sorti
> di Francia, fossero quelle d'Italia quali e quante dovevano essere.
> Napoleone tocco da sventura, non essere più Napoleone trionfatore; lui
> la prosperità avere fatto rigido signore dei popoli, lui l'avversità
> fare spontaneo comportatore di libertà; pigliassero gl'Italiani quella
> occasione, che la fortuna offeriva loro di vendicarsi a libertà sotto il
> potente e temperato dominio della Francia.
> 
> Spaziavano poscia i fomentatori di questi pensieri sull'odioso, come
> dicevano, dominio dell'Austria; venirne l'Austria con brame di vendetta,
> venirne con fini d'assoluta potenza; il lungo dominio avere immedesimato
> col nuovo governo le persone e gl'interessi; non potere questa comunanza
> rompersi, il che l'Austria farebbe, senza infiniti dolori e ruine; altra
> essere la natura dei Francesi, altra quella dei Tedeschi; quella più
> uniforme agl'Italiani, questa più disforme; del resto, potere
> gl'Italiani stare, se l'independenza fondassero, senza i Francesi; il
> dominio Austriaco nel regno non potersi fondare senza la presenza dei
> soldati: eleggessero gl'Italiani tra lo essere stato proprio, o
> provincia altrui: quei magnifici palazzi novellamente sorti, quei
> valorosi soldati sì numerosamente formati, quei magistrati sì
> indissolubilmente radicati, quelle abitudini sì generalmente allignate,
> quel nome d'Italia sì lungamente in fronte portato, assai indicare che
> proprietà di se, non d'altrui, che insegne libere, non serve, che
> denominazione propria, non forestiera, doveva il regno, doveva l'Italia
> avere, nè comandare agl'Italiani altri che gl'Italiani: essere Eugenio,
> non Italiano di nascita, ma Italiano di elezione e d'affetto: offerirsi
> parato a fare quanto in lui fosse per dimostrare ai popoli, quanto la
> libertà, e l'independenza loro amasse, purchè in termini non
> pregiudiziali a Francia si consistesse: essere in lui sperienza di
> stato, sperienza d'armi, età giovenile, ma matura, corpo forte ed
> esercitato; le moleste cose averle volute Napoleone rigido, le dolci
> lui; e chente fosse il principe, averlo dimostrato con quella sua
> risoluzione stessa di conservarsi fedele nell'avversa fortuna a colui
> dal quale era stato innalzato nella prospera.
> 
> Queste insinuazioni dei fidati di Eugenio producevano pochi effetti,
> perchè i contrari al nuovo stato non si lasciavano svolgere,
> massimamente nell'imminenza dei pericoli presenti, i favorevoli poco
> confidavano nelle promesse Francesi. Costoro vedevano occupare tuttavia
> il primo luogo nella grazia del principe, intromettersi nei consigli più
> segreti, e l'autorità solo arrogarsi coloro, che nella servitù verso
> Napoleone più erano stati sprofondati, che al nome d'independenza sempre
> si erano spaventati, che delle più dure deliberazioni, e dei più rigidi
> comandamenti dell'imperatore e re erano stati i principali autori, ed i
> più attivi esecutori. Sapevano ch'essi erano sempre stati consigliatori
> di amare risoluzioni contro coloro, che per generosità d'animo, e per
> amore di franchigia, della lor patria altamente sentendo, erano divenuti
> sospetti: l'aver pruovato il loro giogo acerbo nuoceva alla causa che
> pretendevano. Due uomini principalmente erano venuti in odio dei popoli
> nel regno Italico, il conte Prina, ministro delle finanze, carissimo a
> Napoleone per la sua natura sottile ed inesorabile nel riscuoter le
> tasse, ed il conte Mejean, segretario del principe, uomo di tratto
> cortese e soave, ma che, come di scuola Napoleonica, credeva, che a
> voler che gli uomini siano bene governati, convenga metter loro un duro
> freno in bocca. Questi discorsi davano grandissimo nocumento alle cose
> del vicerè: alcuni però speravano, che, rimossa quella mano di Napoleone
> dalle viscere del regno, si avessero anche a rimuovere quei due
> consiglieri acerbi, e ad avere più in considerazione i consigli di
> quelli, che più amavano la moderazione e la libertà d'Italia. Tanto poi
> si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito
> giusto, composto parte di Francesi raccolti dai presidii e dagli scritti
> dell'Italia Francese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti
> novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non
> di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco.
> La tempesta intanto di verso il mare, e di verso il Tirolo e l'Illirio
> si avvicinava.
> 
> Eugenio confermandosi più l'un dì che l'altro ne' suoi disegni e nelle
> sue titubazioni e vacando sempre ai negozi cogli antichi consiglieri,
> aveva dato ordine al suo ministro di polizia, che scrivesse una
> circolare a tutti i prefetti, esortandogli a far sorgere destramente nei
> popoli il pensiero, che fosse arrivato il tempo di fondar
> l'independenza: insinuassero altresì, ch'egli si sarebbe fatto capo
> dell'impresa, e che Napoleone imperatore l'avrebbe veduta volentieri. Ma
> poscia, avendo paura di se stesso, e temendo che il moto, che si voleva
> suscitare, tornasse in pregiudizio della Francia, diede ordine che le
> lettere s'intrattenessero. Così tra il volere e il disvolere non
> riusciva a nulla, non accorgendosi che chi si mette a simili imprese,
> non solamente non può regolarle a volontà sua, ma non deve nemmeno
> curarsi che a volontà sua si possono regolare. A volere fondar la
> franchezza d'Italia, che era un fatto grandissimo, e' bisognava volerla
> senza mescolanza di altro affetto, e il voler serbare fedeltà a
> Napoleone ed a Francia, quando il fine della liberazione d'Italia
> esigesse altri pensieri, se era cosa onorevole, era certamente puerile.
> A chi si getta a questi partiti straordinarj è d'uopo il non pensare
> alle indiavolate cose che ne possono seguire. Odo che si dice, che a
> queste cose gli uomini onesti non possono consentire. A questo sto
> cheto; solo dico, che, se così è, gli uomini onesti non si debbono
> gettare a tali partiti, e nemmeno far vista di volervisi gettare. Questo
> poi so di certo, che Eugenio, o fosse onestà, o fosse mancanza di cuore,
> perdè l'impresa.
> 
> Giovacchino anch'egli si era travagliato di questa materia, quando ebbe
> veduto le cose di Napoleone andare in fascio in Germania. Ma varj ed
> incerti erano i suoi pensieri. Sul principio, quantunque non amasse il
> vicerè, ed emolasse la sua grandezza, gli aveva mandato proponendo:
> dividessersi fra di lor due l'Italia, facesserla independente; ch'essi
> soli, se operassero d'accordo, la potevano preservare dai Tedeschi; che
> non si sarebbe recato alcun pregiudizio alla Francia, la quale avrebbe
> avuto l'Italia per alleata. Aggiungeva, che in caso di deliberazione
> contraria da parte del vicerè, ei sarebbe obbligato di fare quelle
> risoluzioni che avrebbe stimate più convenienti alla salute sua.
> 
> Prestò il vicerè poco orecchio alle proposte del re di Napoli, o che non
> si fidasse di lui per le antiche emolazioni, o che volesse far da se, o
> che temesse di pregiudicar Napoleone e la Francia. Caduto Giovacchino
> dalle speranze di Eugenio, si era deliberato, già insin da quando aveva
> condotto l'esercito nella Marca d'Ancona, ad appiccare nel regno
> d'Italia qualche pratica segreta: anzi giungendo i suoi vanti a quei dei
> Napolitani, pareva che volesse far gran cose. Il generale Pino, antico
> amico di Lahoz, e soldato di pruovato valore, era venuto in qualche
> disfavore in corte, sì perchè si sapeva ch'egli era amatore dei viver
> patrio, sì perchè erano tra lui e Fontanelli, ministro della guerra,
> emolazioni di fama e di potenza. Vivevasene, dopo le prime battaglie
> dell'Illirio e del Friuli, che nel seguente libro racconteremo, in
> condizione privata, alle faccende pubbliche non badando, se non per
> saperle. Parve stromento opportuno al re di Napoli; il fece tentare;
> prometteva di condurre i suoi Napolitani all'impresa. Molti entrarono
> nell'intelligenza. I capi, disperando del vicerè, come troppo Francese,
> si gettavano alle parti di Giovacchino, il quale come più audace e meno
> cauto, era capace di fare qualche strepitosa alzata d'insegne. I
> congiurati tanto operarono, che Pino fu mandato al governo militare di
> Bologna, luogo atto a poter consuonare coi Napolitani, che, già occupate
> le Marche, si trovavano vicini.
> 
> Mandò Giovacchino un Pignatelli ad abboccarsi con Pino a Bologna. Il
> richiedeva, che col nome, ed autorità sua, che era grande fra i soldati
> italiani, ne tirasse a se quanti potesse, ed improvvisamente si
> scoprisse, quando il re si mettesse a cammino per assaltare l'Italia
> superiore. Queste trame non si poterono ordire tanto copertamente, che
> Fontanelli, che già sospettava del governator di Bologna, non ne avesse
> qualche sentore; perciò diede lo scambio a Pino. Giovacchino si trovò
> ingannato della speranza concetta di fare un moto nel regno d'Italia
> malgrado del principe vicerè. Andossene Pino a Verona, dove il principe,
> quando fu risospinto dai confini per le armi Austriache, aveva ridotto i
> suoi alloggiamenti. Veduto con poca lieta fronte dal principe, anzi
> interrogato, come sospetto, dal ministro di polizia Luini, se ne venne
> molto di mala voglia, e dimostrando dispiacenza grandissima, a Milano.
> Quivi visse privatamente, ed anche oscuramente sino alla commozione, che
> terminò con funesto fine un regno più lietamente incominciato.
> Giovacchino si gettava alla parte dell'Austria.
> 
> Le armi potenti seguitavano le macchinazioni impotenti. Aveva
> l'imperatore Francesco, che con grandissima prontezza si era allestito
> alla guerra, mandato un forte esercito, in cui si noveravano meglio di
> sessantamila buoni soldati, ai confini, per modo che cingeva tutto il
> regno Italico da Carlobado di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte
> queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per essere già
> molt'oltre con gli anni, e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui
> non pochi generali di nome, tra i quali principalmente si notavano
> Bellegarde e Frimont, capitani esperti nell'Italiche guerre. Mandava
> fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente
> le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani a levarsi contro
> il tiranno a generale liberazione d'Europa conquassata sì lungamente da
> tanti movimenti, ed a cooperazione dei poderosi eserciti che accorrevano
> in ajuto loro da ogni banda.
> 
> Quest'era il nembo che minacciava il regno Italico dai paesi di
> Settentrione, e d'Oriente. Vers'ostro i confini non gli erano sicuri;
> perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei
> popoli, si erano accordati, che, mentre gli Austriaci l'assalterebbero
> dalla parte loro, gl'Inglesi, o coi soldati proprj, o con soldati di
> ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o
> finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due littorali
> dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto
> da quella d'Italia. Sapevano, che massimamente nella Dalmazia e
> nell'Illirio s'annidavano male disposizioni contro la dominazione
> Napoleonica, nella prima per le crudeltà usate da qualche generale, e
> per la cessazione del commercio, nel secondo per l'antica affezione alla
> casa d'Austria, e per la superbia di Junot governatore, che già
> pazzamente vi procedeva prima che pazzo diventasse. Intendevano anche a
> percuotere nei lidi Italiani, entrando per le bocche del Po, per far
> diversione in favor dello sforzo principale, che calava dalle Alpi
> Rezie, Giulie, e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero
> incerto e titubante, che Giovacchino di Napoli si sarebbe congiunto a
> loro, sì perchè allora sempre più precipitavano le cose di Napoleone, sì
> perchè si persuadevano, che avrebbe creduto un gran fatto, che i governi
> antichi con lui trattassero, lui riconoscessero, ed in luogo di alleato
> accettassero. Le forze del re di Napoli erano di grande momento
> all'Austria, perchè andavano a ferire il regno Italico a fianco ed alle
> spalle, e dove aveva minor difesa; perchè dei futuri casi, nissuno, e
> nemmeno Napoleone previdentissimo avrebbe potuto immaginare questo, che
> Giovacchino di Napoli fosse un giorno per muovere le armi contro il
> regno Italico di Napoleone di Francia.
> 
> Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè
> gl'Inglesi, essendo oramai certi delle intenzioni di Giovacchino, si
> proponevano di far impeto con quei loro soldati moltiformi, e racimolati
> da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano, non senza
> ragione, avversa al nuovo stato e desiderosa di tornare all'antico.
> Venivano con loro Bentink e Wilson generale colle loro pubblicazioni di
> libertà e d'indipendenza, dico Bentink, che intendeva la libertà, ma
> pendeva al tirato, essendo di natura piuttosto signoreggevole, e Wilson
> che amava la libertà, ma pendeva al largo, essendo di natura piuttosto
> tribunizia. Avevano essi trovato non so che bandiere con suvvi scritto
> il motto _Independenza d'Italia_, e dipinte due mani che si toccavano in
> segno d'amicizia e di colleganza. A questo modo suonava d'ogn'intorno un
> forte nembo al regno Italico, ed a tutta Italia. Le antiche ricordanze
> dell'Austria, le nuove parole di libertà, l'allettatrice mostra della
> padronanza propria, gli epifonemi di pace, di concordia, di felicità, le
> promissioni di tasse temperatissime, e di abolizione delle leve
> soldatesche si mettevano in opera per far muovere l'Italia; ma
> gl'Italiani, che già ne avevano vedute tante, non credevano nè agli uni
> nè agli altri.
> 
> Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila
> soldati, nei quali erano i veterani Italiani venuti di Spagna, i soldati
> di nuova leva, e la guardia reale Italiana, bella e valorosa gente;
> sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Francesi anch'essi, o
> raccolti prestamente dai presidj, o chiamati dalla Spagna, con celeri
> passi accorrevano al sovrastante pericolo. Gli partiva in tre principali
> schiere; la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle
> rive del Tagliamento e dell'Isonzo, terre tante volte già combattute, e
> tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Francesi; la seconda
> retta da Verdier alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre.
> La terza, quest'era l'Italiana, posava a Verona ed a Padova: la
> governava Pino, non ancora stato al governo di Bologna. Una parte di lei
> sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti era mandata a
> custodire l'Illirio: la cavallerìa stanziava a Treviso. Per vigilare
> intanto sugli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia,
> una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro: quando poi divenne il
> pericolo più imminente, fu mandata, sotto il governo di Giflenga, a
> combattere in Tirolo contro un corpo d'Austriaci condotto dal generale
> Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per
> difendere che per offendere, pel picciol numero dei soldati, i presidj,
> la maggior parte Italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad
> ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più
> innanzi, andando a porre il campo principale a Adelsberga, terra poco
> distante dalla sponda destra della Sava sulla strada per a Carlobado di
> Croazia, e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi alla
> sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di
> Tarvisio, avendo avuto avviso che Hiller, fatto un assembramento molto
> grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei
> forti passi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle
> regioni superiori dell'affezionato Tirolo.
> 
> Quest'era l'ultima fine della tragedia che si rappresentava da venti
> anni addietro, toltone pochi intervalli pieni ancor essi, se non di
> sangue, almeno di rancori, e di minacce, e d'ambizione, nella dolorosa
> Italia. Straziata dagli uni, straziata dagli altri, tutti pretendevano
> promesse di felicità per lei; e peggio, che l'una parte e l'altra si
> lamentavano ch'ella non si muovesse a favor loro, come se fosse obbligo
> di lei di rendere amore per dolore. Ora infine si aveva a definire a chi
> dell'Austria o della Francia dovesse rimanere l'imperio d'Italia; se
> dovessero prevalere le nuove o le antiche sorti; se il dominio acerbo di
> Napoleone si dovesse mitigare o no; se l'Austria tornasse a Milano
> mansueta, come n'era partita, o se sdegnosa per le ingiurie; se Francia
> od Austria dovessero far dimenticare con le dolcezze di pace le
> insolenze e le rapine di guerra; se venti anni di novità dovessero o
> produrre secoli simili a loro, od immergersi, senz'altri segni che
> quelli delle storie, nel corso rintegrato dei secoli consueti; se a
> favellar Francese o Tedesco dovessero apparar gl'Italiani; se finalmente
> le parole soavi, che si dicevano agl'Italiani, fossero per loro o pei
> padroni; che l'allettare i popoli colle lusinghe per soggettargli fu
> sempre, ma più nei nostri tempi che in altri, astuzia di coloro che
> intendono ad appropriarsi l'altrui.
> 
> LIBRO VIGESIMOSETTIMO
> 
> SOMMARIO
> 
>       Gli Austriaci condotti da Hiller cingono con forze potenti
>       tutto il regno Italico. I Dalmati ed i Croati insorgono contro
>       i Francesi. Eugenio si tira indietro. Battaglia di Bassano.
>       Eugenio sull'Adige. Mala soddisfazione dei generali e soldati
>       Italiani verso di lui. Nugent coi Tedeschi romoreggia alle
>       bocche del Po. Giovacchino si scopre contro Napoleone e fa
>       guerra al regno Italico. Battaglia del Mincio tra Eugenio e
>       Bellegarde. Bentink sbarca a Livorno, parla d'independenza
>       agl'Italiani, prende Genova, e promette ai Genovesi la
>       conservazione dello stato. Sopraggiungono novelle funestissime
>       per Napoleone; avere i collegati occupato Parigi, lui essere
>       ridotto colle reliquie de' suoi battaglioni in Fontainebleau,
>       avere rinunziato, avere accettato per ultimo ricovero l'Elba
>       isola. Eugenio pattuisce con Bellegarde, e si ritira in
>       Baviera. Stato degli spiriti in Milano. Tutti vogliono
>       l'independenza, ma chi con Eugenio re, chi con un principe
>       Austriaco. Discussioni nel senato in questo proposito.
>       Sommossa popolare; il senato è disciolto; si convocano i
>       collegi, che creano una reggenza, e mandano deputati a Parigi
>       all'imperator Francesco per domandar l'independenza con un
>       principe Austriaco. Esito della loro missione. Genova data al
>       re di Sardegna. Conclusione dell'opera.
> 
> Gli Austriaci cignendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito
> Italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza
> presente, ed alla natura loro sempre circospetta molto bene si
> conveniva. Sicura era la loro ala destra pei fatti succeduti in
> Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei
> principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano
> i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, per modo che
> l'Austria stessa per rispetto della Baviera, nuovo alleato, era
> costretta a tenergli in freno, acciocchè non facessero qualche
> incomposta variazione. Ma la inclinazione loro rendeva sicuro il loro
> paese alle forze Austriache, e dava sospetto al vicerè, perchè potevano
> offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione
> avevano gli Austriaci sulla loro sinistra: posciachè sapevano che le
> popolazioni Dalmate e Croate, essendo infense ai Francesi ed
> agl'Italiani loro confederati, erano pronte a sorgere contro i presenti
> dominatori; popolazioni armigere, e però di non poca importanza,
> massimamente in una guerra, alla quale i popoli, non che i soldati, si
> chiamavano. Hiller s'avvisava di condurre per modo la guerra, che
> facendosi innanzi con le sue ali estreme, mentre il grosso seguitava nel
> mezzo a seconda, ma più tardamente e più prudentemente, desse
> continuamente timore al vicerè di essere circuito ed assaltato alle
> spalle. Questa forma di guerreggiare doveva necessariamente far
> prevalere la fortuna degli Austriaci, perchè procedendo cautamente nel
> mezzo, non davano agli avversarj occasione di venire ad una battaglia
> campale, dalla quale solamente potevano sperare, se la vincessero, di
> redimersi da quel pericoloso passo, al quale erano ridotti. Da questo
> anche ne risultava, che si richiedeva, a voler riuscire a buon fine, nel
> capitano Francese maggior prudenza che audacia, piuttosto arte di andar
> costeggiando l'inimico per impedirgli la campagna, e difficoltargli, in
> quanto si potesse fare senza tentar la fortuna, i passi, che coraggio
> d'affrontarlo; insomma piuttosto volontà di conservar l'esercito
> intatto, in qualunque luogo ei si fosse, che desiderio d'avventurarlo,
> perchè in lui, non nei paesi occupati, consisteva la salute, o se non la
> salute, almeno le condizioni più onorevoli del regno. Ma il vicerè,
> siccome giovane, figliuolo di Napoleone, e tocco ancor egli dal vizio
> dei tempi, cioè di far chiaro il suo nome con fatti sanguinosi,
> disprezzando il consiglio più salutifero, amò meglio fare sperienza
> della fortuna, consumando inutilmente i soldati in piccole fazioni, che
> poco o nulla importavano alla somma della guerra, che fuggendo
> l'occasione di combattere, ritirargli intieri a' luoghi più sicuri, ed
> interi ancora conservargli insino a che la fortuna avesse definito, che
> cosa volesse farsi di Napoleone in Germania ed in Francia. Quel sangue
> Francese ed Italiano, sparso nell'ultima Croazia e nell'estrema
> Carniola, accusano Eugenio o d'ambizione, o d'imperizia, o d'imprudenza.
> 
> Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i
> presidj, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da
> deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno, e
> tenendo infestata la campagna, cedettero facilmente. Una presa di
> Croati, avvalorata da qualche battaglione d'Austriaci, urtando contro
> Carlobado, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati più
> oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale
> Janin, impotente al resistere. I Croati, che erano stati arruolati sotto
> le insegne Francesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle
> antiche insegne d'Austria. Mentre a questo modo felicemente si
> combatteva per gli Austriaci verso l'Adriatico, mandavano pel corso
> della superiore Drava grossi squadroni verso il Tirolo sotto la condotta
> di Fenner. Giunti a Brissio scendevano per le rive dell'Adige, con
> intento di andar a battere nelle Veronesi e nelle Bresciane regioni. Al
> tempo stesso si veniva alle mani sul mezzo: fu preso e ripreso Crinburgo
> con molto sangue da ambe le parti. In questi fatti mostrò molt'arte e
> molto valore Pino, molto valore e poca arte Bellotti: combattè
> felicemente il primo a Lubiana, infelicemente il secondo a Stein. Sorse
> un gravissimo contrasto a Villaco, donde gli Alemanni volevano aprirsi
> l'adito al passo di Tarvisio per scendere a seconda della Fella nel
> cuore del Friuli. Erano i Francesi accorsi al pericolo, e dopo un feroce
> combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e
> finalmente arsa per opera dei Tedeschi, restarono vincitori: corse il
> vicerè con molta virtù in soccorso della città consumata. Gli Austriaci,
> seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso
> e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro
> obbediva. Dalla parte superiore precipitandosi dalle Alpi Tirolesi
> minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi
> loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il
> vantaggio, avevano passato la Sava a Crinburgo ed a Ramansdorf, per dove
> facevano sembianza di condursi, per Tolmino, nelle regioni superiori del
> Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.
> 
> Non era più in potestà del vicerè il resistere, ed appariva che se più
> oltre si fosse ostinato starsene sulle sponde della Sava e della Drava,
> correva pericolo che gli fosse vietato il ritorno. Avevano gli avversarj
> maggior numero di soldati, ed i popoli amici: erano al vicerè minori
> forze, ed i popoli avversi. Fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno,
> poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre
> inutilmente. A questo modo l'Illirio, staccato per la forza dell'armi
> Napoleoniche dal suo antico ceppo d'Austria, se ne tornava per la forza
> dell'armi di Francesco imperatore alla consueta dominazione. I costumi a
> niun rispetto si convenivano coi Francesi, poco con gl'Italiani. Oltre a
> ciò vi aveva Napoleone conservato i dritti feudatarj, dandogli in preda
> a' suoi soldati, o magistrati più fidi: piacquero a quegli antichi
> repubblicani, e gli riscuotevano con duro imperio, senza lasciar neppure
> scattar un soldo.
> 
> Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci
> scesi a Bassano sotto la guida del generale Eckard vi avevano fatto una
> testa grossa, ed insistendo alle spalle davano timore di estrema rovina
> al vicerè, se presto non si ritirasse. Quivi comparve evidente
> l'imprevidenza del principe del non essersi ritirato più maturamente;
> perchè per avere la ritirata sicura, fu costretto di combattere a
> Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il trentuno ottobre
> ed il primo novembre. Rifulse in questo fatto egregiamente il valore di
> Grenier. Vinse la fortuna Francese ed Italiana. Entrarono i vincitori, e
> pernottarono nella sanguinosa città. Perdettero i Tedeschi circa un
> migliajo di soldati, nè fu senza sangue la vittoria agli Eugeniani,
> perchè i Tedeschi combatterono acerbamente. Acquistò Eugenio facoltà di
> ritirarsi più quietamente sull'Adige: marciava indietro, parte per
> Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona, ed a
> Legnago. In mezzo a questa ritirata, grave in se stessa, e che
> portendeva cose ancor più gravi, perchè già più della metà del regno
> Italico era signoreggiata dalle armi Austiache, i soldati Francesi ed
> Italiani, ma più i primi che i secondi, si portarono molto lodevolmente,
> astenendosi dalle rapine e dagli oltraggi; procedere tanto più da
> commendarsi, che la maggior parte credevano, che più non sarebbero
> tornati là, donde venivano. Nè è da tacersi, che i Tedeschi a questo
> tempo stesso, se si eccettuano le parti rannodate, in cui erano preste
> le munizioni, vivevano di rapina, ora qua ora là scorrazzando,
> secondochè gli portava o la necessità della guerra, o la cupidità del
> sacco; frutti tante volte calpestati della feconda Italia, tante volte
> riprodotti, tante volte ricalpestati. Resta, che siccome la sua bellezza
> e fertilità destano gli appetiti forestieri, desiderino gl'Italiani, che
> ella fera e selvaggia diventi; perchè forse i deserti preserveranno
> quello, che l'innocenza non preserva.
> 
> Sulle Veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali
> semi contro il vicerè; colpa piuttosto sua che di loro. Eugenio o che
> prevedesse dai nugoli minacciosi che giravano attorno, che più gli
> convenisse mostrarsi Francese che Italiano, o che troppo facili orecchie
> prestasse ad alcuni, che presso a lui in molta grazia e suoi consiglieri
> più intimi essendo, intendevano ad innalzar se medesimi a pregiudizio
> degl'Italiani, si era lasciato uscir di bocca, già insino in Prussia
> dopo le disgrazie di Russia, parole di cattivo concetto verso i generali
> Italiani. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era
> trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto
> offesi, siccome quelli che erano parati a tollerare alcuna ingiuria o
> indegnità, massimamente Pino, che siccome di maggior nome, sentiva più
> vivamente degli altri, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza
> fra i soldati: dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed
> anche atti aperti di sdegno contro il principe. Le disgrazie inasprivano
> viemaggiormente le ferite in quegli animi fieri e bellicosi.
> Gl'imputavano il contaminato onore dell'armi Italiane, ed il sangue
> inutilmente sparso. Già il nome di forestiero, pessimo augurio, nelle
> bocche dei soldati andava sorgendo, ed i consiglieri detestavano.
> 
> Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra
> per battaglie inutili, sangue con fama cambiando. Corse il Tirolo; vi
> fece fazioni onorate, ma senza frutto: liberò Brescia dal nemico, ma
> indarno: ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero,
> ma tornossene poco dopo là, dond'era venuto: il nemico, che era stato
> rincacciato sin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultar San
> Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso, e munito,
> sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva
> tenere: tanto superava pel numero delle genti il nemico. Dal che si
> conclude con evidenza che era necessità al vicerè, non di assaltare, ma
> di difendersi, non di uscire dai luoghi sicuri, ma di annidarvisi, non
> di far guerra viva, ma di temporeggiarsi e di aspettare.
> 
> Ogni ruina si accumulava sull'Italia: ecco un secondo nembo
> approssimarsi al Po, non più pel dominio di Venezia o d'Alfonso, ma per
> quello di Francia o d'Austria; nè questo nembo fia l'ultimo da
> raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della mia tragedia. Aveva il
> generale Austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria,
> contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni
> cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio,
> come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi
> Tedesche. Sola restava dell'antico Austriaco, o Veneziano dominio in
> mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, preso
> ordine con Bellegarde, chiamato generalissimo in Italia in luogo di
> Hiller, e messosi sulle navi a Trieste, era venuto sbarcare a Goro con
> una grossa mano d'accogliticci, Inglesi, Istriotti, Croati, e fuggitivi
> Italiani. Nè volendo indugiare, perchè sapeva che il tempo è nemico
> degli assalti inopinati, si spingeva tostamente innanzi, e s'impadroniva
> di Ferrara, abbandonata dai pochi difensori che vi erano dentro. Quivi
> correva il paese co' suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i
> popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era, che si congiungesse
> con le schiere d'Austria, che, venute col grosso dell'esercito, già si
> erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una
> parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato
> all'Adige. Dall'altro lato Bellegarde, per consentire coi movimenti di
> Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tremila soldati sotto la
> condotta del generale Marshall.
> 
> Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva
> speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decouchy a
> Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due
> squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava
> quante genti poteva, e le spingeva avanti alla guerra Ferrarese.
> Ripresesi Ferrara, ma indarno, per gli accidenti che seguirono. Aveva
> bene Decouchy, fortemente combattendo, cacciato Marshall da Rovigo con
> non poca strage, e costretto a ritirarsi al ponte di Bovara Padovana. Ma
> gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi
> con Nugent, che tuttavìa era in possessione di Crespino. Mandava perciò
> il vicerè nuovi ajuti col generale Marcognet verso il basso Adige,
> acciocchè cooperassero al fine comune con Decouchy. Uscirono i Tedeschi
> da Bovara Padovana: Decouchy e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva
> un'ostinata zuffa: combatterono i Francesi felicemente a destra,
> infelicemente a sinistra: si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido
> di Bovara Padovana; ma colto il destro, che offerivano loro la notte e
> la mala guardia a cui stavano i Francesi, con un impeto improvviso gli
> ruppero; e gli costrinsero a ritirarsi, prima a Lendinara ed a Trecenta,
> poi a Castagnaro. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla
> congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la
> congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì. Usava le
> armi, usava le instigazioni. «Assai, scriveva agl'Italiani, assai foste
> oppressi, assai posti ad un giogo insopportabile: ora più liete sorti vi
> aspettano; restituite coll'armi in mano la patria vostra: avete tutti a
> divenire una nazione independente». Poi faceva un gran romore con
> promettere, che non si scriverebbero più gli annuali soldati, che le
> consumatrici tasse si allevierebbero. Intanto i suoi saccheggiavano
> aspramente il Ferrarese ed il Bolognese, poco lieto principio
> all'independenza, che si prometteva.
> 
> Ora un nuovo inganno, ed una terza illuvie hommi a raccontare; ma questi
> furono di un Napoleonide. Trovavasi Giovacchino di Napoli molto
> perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia
> giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte od a quella, a
> questo partito od a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di
> conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò
> procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato, come già abbiam
> descritto, ora coll'Austria, ora con Bentink, ora con Eugenio, qualche
> volta con tutti insieme, nè s'accorgeva che tutti il conoscevano.
> Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora
> sicuro di se medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava
> Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva
> parole d'amicizia verso il regno Italico. Le casse del regno, contro il
> quale si apprestava a muovere le armi, sotto spezie di amicizia,
> addomandava, e gli si aprivano, e vi attigneva denari; richiedeva il
> regno di vettovaglie, di vestimenta, di armi, ed il regno gliene
> somministrava. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai
> presidii Francesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia, e di
> Napoleone. Non so a che cosa pensasse: ma certamente la dissimulazione
> era grande, e peggiore anche del fine che si proponeva. Infine veduta la
> ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati
> molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentink
> oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni
> dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto, ed a fare quello che il
> mondo non avrebbe potuto pensare, e di che si perturbò più di ogni altra
> cosa Napoleone. Fermava i suoi casi coll'Austria, stipulando con lei un
> trattato, per cui l'imperatore Francesco si obbligava a mantenere in
> Italia, insino a che durasse la guerra, almeno cinquantamila soldati, ed
> il re Giovacchino a mantenerne almeno ventimila, con ciò promettevano e
> s'obbligavano entrambi ad operare d'accordo, e ad accrescere il numero
> delle rate rispettive, se bisogno ne scadesse; oltre a ciò Francesco
> guarentiva a Giovacchino ed ai suoi eredi la possessione dei dominj
> attualmente tenuti da lui in Italia, e prometteva d'intromettersi, come
> mediatore, affinchè gli alleati si facessero sicurtà della medesima
> possessione.
> 
> Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di
> Giovacchino colla lega, ammonendoli delle perdute speranze dei
> Napoleonici. Giovacchino scoprendosi nemico in quei paesi, dov'era
> entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbou, che
> custodiva in nome di Francia la fortezza d'Ancona, e Miollis, che teneva
> Castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo stato Romano veniva
> all'obbedienza dei Napolitani, i quali, e Giovacchino con loro, ora del
> papa favellando, ed ora dell'independenza d'Italia, non sapevano ciò che
> si dicevano. Bene ovunque passavano ogni cosa rapivano, ripassata
> seconda pei miseri Ferraresi e Bolognesi. I vanti poi che si davano, e
> le millanterìe che facevano, erano grandi.
> 
> Il primo ad uscir fuori fu il re medesimo con dire ai suoi soldati,
> avvertissero bene, che insinoachè egli aveva potuto credere che
> Napoleone imperatore combatteva per la pace e per la felicità della
> Francia, aveva a favor suo combattuto: ma che ora si era chiarito di
> tutto, e che bene sapeva che Napoleone non voleva altro che guerra; che
> tradirebbe gl'interessi della sua antica patria, quei de' suoi stati,
> quei de' suoi soldati, se tosto non separasse le sue armi dalle
> Napoleoniche, se non le congiungesse a quelle dei principi intenti con
> magnanimo disegno a restituire ai troni la loro dignità, alle nazioni la
> loro independenza: due sole bandiere esservi, ammoniva, in Europa;
> sull'una leggersi le parole religione, costume, giustizia, moderazione,
> leggi, pace, felicità; sull'altra persecuzioni, artifizj, violenze,
> tirannide, guerra, e lutto di famiglie, scegliessero. Queste cose diceva
> Giovacchino Napoleonide. Carascosa, Napolitano generale, arrivando a
> Modena, più enfaticamente parlava agl'Italiani: prometteva loro
> independenza a nome di Giovacchino, che già era accordato coll'Austria
> per ajutarla a soggettare il regno Italico.
> 
> Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla sponda
> destra del Po, lo accostamento del re di Napoli alla lega, e la presenza
> delle sue numerose schiere nel Modenese, toglievano al vicerè ogni
> possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto
> gli apprestamenti necessarj, si tirava indietro e andava a porsi alle
> stanze assai più sicure del Mincio. Il dì otto febbrajo usciva
> ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglia
> Bellegarde. La principale schiera, in cui risplendeva la guardia reale,
> sortendo da Mantova, s'incamminava alla volta di Valeggio: la
> cavallerìa, traversato il fiume a Goito, accennava a Roverbella, e
> perchè il nemico fosse anche infestato alle spalle, il generale Zucchi
> colle genti più leggieri muoveva i passi verso l'isola della Scala. Per
> non lasciare poi libero campo a Bellegarde dalla parte superiore, il
> vicerè ordinava a Verdier, che congiuntosi prima con Palombini, varcasse
> il Mincio a Mozambano, e gisse ad urtare il nemico a Valeggio. Ognuno
> passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna per un
> accidente improvviso ridusse il disegno bene ordinato ad un moto
> disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire
> Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad
> andare a trovare Eugenio sulla destra. Dal quale impensato accidente
> nacque, che il vicerè, in luogo di trovare tutto l'esercito nemico a
> Roverbella, non ebbe più a combattere che col suo retroguardo, per modo
> che la vanguardia Francese era venuta alle mani col retroguardo Tedesco.
> Appoco appoco, e l'una dopo l'altra tutte le schiere delle due parti, sì
> quelle che avevano passato, come quelle che erano rimaste sulla
> sinistra, ingaggiavano la battaglia; combattevano furiosamente. Avevano
> i Francesi e gl'Italiani il vantaggio; ma per poco stette, che una rotta
> di cavallerìa dalla parte loro non mandasse le cose alla peggio. Pure,
> fatto un nuovo sforzo, si rannodavano, e si pareggiò la battaglia.
> L'esito fu, che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del
> Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a
> ritirarsi tutta la sua forza sulla destra.
> 
> Intanto Eugenio si accorgeva, che non era più in sua facoltà d'indugiar
> a soccorrere alle cose di oltre Po, che per l'invasione dei Napolitani
> diventavano ogni ora più difficili. Aveva già provveduto che con qualche
> maggiore fortificazione si munisse Piacenza, alla guardia della quale
> aveva preposto con soldati di nuova leva, e con qualche veterana banda
> Italiana i generali Gratien e Severoli. Ma aggravandosi il pericolo vi
> mandava con qualche ajuto di nuove genti Grenier, nella perizia del
> quale consisteva massimamente la condotta, e la somma della guerra in
> quegli estremi momenti. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi
> Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Giovacchino co' suoi
> Napolitani. Come prima Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo
> all'ingiù Nugent, e lo sforzava a tornarsene più che di passo al Taro.
> Quivi, essendo sopraggiunti i Napolitani, faceva vista di volersi
> difendere, ma tanto fu audace e destro Grenier, che, passato in tre
> luoghi il fiume, di nuovo sforzava gli avversarj alla ritirata sino
> all'Enza. Nugent però, sperando di arrestare l'impeto di Grenier, si era
> fermato con tremila soldati a Parma. Il Francese, urtando la città da
> ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta
> colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Combattessi in questo
> fatto molto aspramente a ferro ed a fuoco, con gran terrore dei
> cittadini. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il
> passo del Taro, già s'avvicinava a due miglia a Piacenza. Quivi
> l'arrestavano, non la forza degli avversarj, ma più alte e più
> strepitose sorti.
> 
> Pellew e Bentink comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e
> grosse navi con seimila soldati da sbarco, Italiani, Siciliani, Inglesi.
> Il governatore vuotò la città per patto: vi entrarono gl'Inglesi il dì
> otto marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole, si scrivevano i
> manifesti, si sventolavano le bandiere dell'Italiana independenza.
> Bentink in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.
> 
> Bentink a questo modo parlava con pubblico manifesto agl'Italiani: «Su,
> diceva, Italiani, su; ecco che siam qui per ajutarvi; ecco che siam qui
> noi per levarvi dal collo il fero giogo di Buonaparte. Dicanvi il
> Portogallo, la Spagna, la Sicilia, la Olanda quanto a generosità intenda
> l'Inghilterra, quanto l'interesse non curi. Libera è la Spagna pel suo
> valore, libera per l'assistenza nostra. Per l'uno e per l'altra ella
> condusse a fine un'opera fra le belle bellissima. Cacciato dai felici
> suoi campi il Francese, fermovvi la sua sede l'independenza, fermovvela
> la libertà. Sotto l'ombra dell'Inghilterra fuggì la Sicilia le comuni
> disgrazie; poscia per beneficio di un giusto principe da servitù a
> libertà passando, ora dimostra quanto un vivere non soggetto, a gloria
> ed a felicità conferisca. L'Olanda ancor essa intende a libertà. Or sola
> l'Italia rimarrassi in ceppi? Or soli gl'Italiani le sanguinose spade
> gli uni contro gli altri volteranno per fare che la patria loro sia
> serva di un tiranno? A voi spezialmente questo discorso s'indirizza, o
> guerrieri dell'Italia, a voi, in cui mano ora sta il compire la generosa
> impresa. Questo da voi non si chiede, che a noi venghiate: solo le voci
> nostre vi ammoniscono, che i vostri diritti rivendichiate, che a libertà
> vi restituiate. Applaudiremo lontani, accorreremo chiamati, e se le
> vostre congiungerete alle forze nostre, fia che l'Italia risorga alle
> sue antiche sorti, fia che di lei suoni quant'ora della Spagna suona».
> In questa forma l'Inglese allettava gl'Italiani: drappellava intanto le
> insegne delle mani giunte, sperando con queste parole e dimostrazioni di
> far muovere i popoli.
> 
> Ma siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle
> parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno, che Genova si guardava solamente
> da duemila soldati. Parvegli occasione propizia, perchè era sito di
> unica importanza, sì per la sua grandezza, sì per la comodità dei porto,
> e sì per l'agevolezza che acquista chi ne è signore, di scendere nelle
> pianure del Piemonte e della Lombardìa. Inoltre abbondava di armi e di
> munizioni navali. Pertanto Bentink si accingeva ad espugnarla. Suo
> pensiero era di mandar le fanterìe per le strade difficili del
> littorale, le munizioni pei bastimenti sottili, le armi e gl'impedimenti
> più gravi per le navi grosse. Giunto a Sestri di Levante, udiva che
> nuovo soccorso era entrato per custodir Genova, per forma che il
> presidio sommava a seimila soldati, presidio insufficiente alla vastità
> delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura l'impresa: il
> reggeva Fresia. Si era egli, per opporsi agli sforzi di Bentink,
> ordinato per modo che distendendosi dai forti Richelieu e Tecla,
> occupava col centro il villaggio di san Martino, e quindi arrivava colla
> destra, per uno spazio intricato di giardini e di ville, sino al mare.
> Non aveva l'avversario speranza di poter impadronirsi della piazza per
> una lunga oppugnazione con sì pochi soldati: pure molto gl'importava,
> che, in mezzo a tanti romori, e per non lasciargli raffreddare, Genova
> si prendesse. Da questo conseguitava, che gli era necessità
> d'insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che
> mostravano un grandissimo ardore, ed una prontezza incredibile a fare
> quanto egli volesse. Mandava gl'Italiani condotti dal colonnello
> Ciravegna, soldato pratico ed animoso, che ancor egli sventolava le
> bandiere dell'independenza, a far opera contro una punta di monte, che
> sta a sopraccapo ed a fronte del forte Tecla. Spediva un'altra parte
> degl'Italiani contro il forte Richelieu, mentre un Travera colonnello,
> dal monte delle Fascie scendendo, con Greci e Calabresi, se ne giva a
> guadagnare un'eminenza, che al forte medesimo sovrasta. Quest'era lo
> sforzo che faceva a dritta e nelle parti di sopra; ma sotto e più
> accosto al mare mandava i fanti Inglesi, sotto la condotta dei generali
> Montresor e Macfarlane, con ordine di sgombrare, quanto possibil fosse,
> gl'impedimenti del paese, e di assaltar l'inimico. Succedevano i fatti a
> seconda de' suoi pensieri. Ciravegna, che combatteva sulla punta estrema
> a destra, spintosi avanti con singolar valore, cacciava il nemico
> dall'altura, e s'impadroniva di tre cannoni di montagna, il quale
> accidente vedutosi dai difensori del forte Tecla, l'evacuarono, in
> potestà del vincitore lasciandolo. Anche l'eminenza superiore al forte
> Richelieu fu presa dai Greci e Calabresi. Gl'Italiani ancor essi
> s'avvicinavano al forte. Non volendo il presidio aspettare l'ultimo
> cimento, si arrese a patti. Sulla sinistra dei confederati si sostenne
> la battaglia più lungo tempo, sì per la natura dei luoghi opportuna alle
> difese, come per la valorosa resistenza dei difensori: pure gl'Inglesi
> guadagnavano del campo. Finalmente gli assediati, vedendo che per la
> perdita dei forti Tecla e Richelieu correvano pericolo di esser presi
> alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura,
> lasciando le difese esteriori in poter dei confederati. Già per opera di
> Bentink si piantavano le batterìe per fulminare la città. In questo ad
> accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Edoardo Pellew con tutta la
> sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentink
> si aggiungevano i grossi, e le bombarde di Pellew, per modo che
> nell'assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo
> prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia s'arrese il
> dì diciotto aprile.
> 
> Bentink, acquistata la possessione di Genova, d'allettamento in
> allettamento passando, faceva sorgere speranze di franco stato nei
> Genovesi. Forse credeva che i confederati avrebbero avuto più rispetto a
> questa condizione, se fosse e fatta sperare con parole e cominciata col
> fatto, che s'ei fosse stato sul severo, e non avesse parlato d'altro che
> di conquista. Ordinava pertanto un governo preparatorio: voleva ch'egli
> reggesse i dominj Genovesi secondo gli ordini della constituzione del
> novantasette, e insino a che si statuissero quelle modificazioni, che
> l'opinione, l'utilità, lo spirito della constituzione del 1576
> richiedessero: che il governo si spartisse in due collegj, come nella
> forma antica; che durasse in ufficio sino al primo gennajo
> dell'ottocentoquindici, tempo in cui i collegj ed i consiglj fossero
> adunati a norma della constituzione. Questi erano i fatti del capitano
> d'Inghilterra: i motivi poi pubblicamente detti suonavano, che,
> stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle
> terre di Genova i Francesi, e che importava che alla quiete ed al
> governo dello stato si provvedesse, considerato ancora, che a lui
> pareva, che universale desiderio della nazione Genovese fosse il tornare
> a quell'antica forma, alla quale era stata sì lungo spazio obbligata
> della sua libertà, prosperità e independenza, e considerato finalmente,
> che a questo fine indirizzavano i pensieri e gli sforzi loro i principi
> collegati, che ognuno fosse rintegrato ne' suoi antichi dritti o
> privilegj, voleva, ed ordinava che quello, che i popoli Genovesi
> desideravano in conformità dei principj espressi dai collegati, si
> risolvesse in atto e si mandasse ad effetto. Alle quali cose dando
> esecuzione, chiamava al governo Girolamo Serra in qualità di presidente,
> e con lui Francesco Antonio Dagnino, Ipolito Durazzo, Carlo Pico, Paolo
> Girolamo Pallavicini, Agostino Fieschi, Giuseppe Negretto, Giovanni
> Quartara, Domenico Demarini, Luca Solari, Andrea Deferrari, Agostino
> Pareto, Grimaldo Oldoini.
> 
> Da tutto questo si vede, se i Genovesi non dovevano concepire speranza
> di conservare l'onorato nome, e l'essere antico della patria loro; o se
> qualcheduno dalle parole di Bentinck avesse dedotto questo corollario,
> che Genova avesse fra breve ad esser data in potestà del re di Sardegna,
> certamente sarebbe stato tenuto piuttosto scemo di mente che falso
> loico. Ma Castelreagh trovò non so che dritto di conquista, e l'utilità
> della lega, motivi appunto di senatusconsulti Napoleonici. Bene era
> spegnere Napoleone, e meglio sarebbe stato il non imitarlo.
> 
> Già tutta l'Italia era sottratta dall'imperio di Napoleone: solo restava
> la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma
> delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna,
> che su quelle del Po. Già sinistri romori si spargevano per Napoleone:
> poscia le certe novelle arrivavano, essere i confederati, conducendo con
> esso loro tutto lo sforzo d'Europa, entrati trionfalmente in Parigi,
> compenso dato da chi regge il cielo a chi regge la terra delle
> conquistate Torino, Napoli, Vienna, Berlino e Mosca. Era oltre a ciò
> vociferazione in ogni luogo, che Napoleone errasse colle reliquie
> dell'esercito per le Sciampagnesi campagne. A ciascuna ora a cose
> immense aggiungeva la fama cose immense; nè ugual peso di umane moli si
> era agitata nel mondo, dappoichè Scipione vinse Annibale, Belisario
> Totila, Carlo Martello i Saraceni, Subieschi i Turchi. Poco stante si
> udiva, restituirsi i Borboni in Francia, Napoleone ridotto in
> Fontainebleau rinunziare all'imperio, dire l'ultimo vale a' suoi
> veterani soldati, accettare per estremo ricetto l'umile rupe d'Elba
> isola. Raccontare ai contemporanei sì fatti accidenti fora opera
> superflua, poichè la piena fama ne risuona ancora frescamente nelle
> orecchie loro: raccontargli degnamente ai posteri, fora opera superiore
> all'eloquenza, nè io mi vi accingerei, che conosco l'umile mio stile, ed
> il mio tarpato ingegno. Solo dirò, che per le armi più si fece che si
> sperasse, che colle parole più si promise, che si attenesse, che la
> prosperità fe' dimenticare le affermazioni della paura, e che le vecchie
> voglie sormontarono le necessità nuove. Pure si liberò l'Europa da una
> volontà sola, e da un dominio soldatesco; e chi guarderà indietro insino
> al principio di queste storie, e tutti gli accidenti da noi raccontati
> andrà nella memoria sua riandando, sentirà meraviglia, terrore, pietà,
> dolore, e contentezza insieme. Gli uomini straziati, le opinioni
> stravolte, le società sconvolte, la forza preponderante, la giustizia
> offesa, l'innocenza condannata, le adulazioni ai malvagi, le
> persecuzioni ai buoni, la licenza sotto nome di libertà, la barbarie
> sotto nome di umanità, la politica sotto nome di religione, e con queste
> virtù civili eminenti, ma rare, esempi lodevoli, ma scherniti, valore di
> guerra egregio, ma in favore del dispotismo, l'Europa infine divenuta
> scherno e vilipendio a se stessa. Se rinsavirà, non si sa, perchè ancor
> si sente la puzza degli andamenti Napoleonici: vive l'ambizione in chi
> comanda, vive in chi obbedisce, e se fia possibile l'unire la libertà al
> principato, è incerto. Da tutta questa lagrimevole tela, come dai
> ricordi antichi, almeno questo utile ammaestramento si avrà, che chi,
> come Buonaparte, da suddito si fa padrone della sua patria per farla
> serva, o il ferro ancide, o la forza atterra.
> 
> Come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi, e
> della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la
> sicurezza delle genti Francesi, nè si conveniva, che poichè i Borboni,
> ai quali erano le potenze amiche, si trovavano rintegrati in Francia, i
> Francesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con
> facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le
> proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno
> inimichevolmente la vittoria. A questo fine, uscito da Mantova, si
> abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati.
> Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni, che intanto i
> soldati Francesi che militavano col vicerè, passate le Alpi,
> ritornassero nell'antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo,
> Palmanova, Legnago, e la città di Venezia si consegnassero in mano degli
> Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del
> regno, che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati
> del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un
> mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine,
> le offese tra gli alleati e gl'Italici non potessero ricominciare, se
> prima non fossero trascorsi quindici giorni, da che i primi si fossero
> scoperti delle intenzioni loro. La convenzione di Schiarino-Rizzino, che
> in questo luogo appunto si concluse addì sedici aprile, spegneva del
> tutto il regno Italico. Perchè, segregati i Francesi dagl'Italiani,
> nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi,
> che il capitolo, il quale dava quindici giorni di indugio alle ostilità,
> era piuttosto derisione che sicurezza.
> 
> Era giunto il momento dell'ultimo vale fra gli antichi compagni: i
> soldati di Francia salutavano commossi, abbracciavano piangenti i
> soldati d'Italia: a loro migliori sorti auguravano; ultimo grado di
> disgrazia chiamavano, che la disgrazia gli separasse; offerivano gli
> umili abituri loro in Francia; venissero; si ricorderebbero dell'avuta
> amicizia, delle comuni battaglie, della con le medesime armi acquistata
> gloria; fuorichè Italia non sarebbe, tutto parrebbe loro Italia, la
> medesima amicizia, la medesima fratellanza troverebbero; voler essi con
> le povere facoltà loro pagare all'Italia il debito di Francia. Così con
> militare benevolenza addolcivano i soldati di Francia le amarezze dei
> soldati d'Italia. Questi all'incontro ai loro partenti compagni andavano
> dicendo: gissero contenti, che se l'Alpi gli separerebbero, l'affezione
> e la ricordanza dei gloriosi fatti insieme commessi gli
> congiungerebbero; conforto loro sarebbe il pensare, che chi conservava
> la patria si ricorderebbe di chi la perdeva; la disgrazia rinforzare
> l'amicizia; avere per questo l'amore dei soldati Italiani verso i
> soldati Francesi ad essere immenso; vedrebbero quello che in
> quell'ultimo eccidio fosse per loro a farsi per satisfazione propria, e
> per onore dell'insegne Italiche; ma bene questo credessero, e nel più
> tenace fondo dell'animo loro serbassero, che, come gli avevano veduti
> forti nelle battaglie, così gli vedrebbero forti nelle disgrazie: queste
> speravano di mostrare al mondo, che se più patria non avevano, patria
> almeno di avere meritavano. Che Eugenio, e che Napoleone a noi,
> dicevano? Gloriosi, gli servimmo, benefici, gli amammo, infelici, fede
> loro serbammo: ma per l'Italia i nomi diemmo, per l'Italia combattemmo,
> per l'Italia dolore sentimmo: il dolerci per sì dolce madre fia per noi
> raccomandazione perpetua a chi con animo generoso a generosi pensieri
> intende.
> 
> Partivano i Francesi, alla volta del Cenisio e del colle di Tenda
> incamminandosi: gli ultimi segni di Francia appoco appoco dall'Italia
> scomparivano; ma non iscomparivano nè le ricordanze di sì numerosi anni,
> nè il bene fatto, nè anco il male fatto, quello a Francia, questo a
> pochi Francesi attribuendosi: non iscomparivano nè i costumi
> immedesimati, nè le parentele contratte, nè gl'interessi mescolati: non
> iscomparivano nè la suppellettile dell'accresciuta scienza, nè gli
> ordini giudiziali migliorati, nè le strade fatte sicure ai viandanti, nè
> le aperte fra rupi inaccesse, nè gli eretti edifizj magnifici, nè i
> sontuosi tempj a fine condotti, nè l'attività data agli animi, nè la
> curiosità alle menti, nè il commercio fatto florido, nè l'agricoltura
> condotta in molte parti a forme assai migliori, nè il valor militare
> mostrato in tante battaglie. Dall'altro lato non iscomparivano nè le
> ambizioni svegliate, nè l'arroganza del giudicare, nè l'inquietudine
> degli uomini, nè l'ingordigia delle tasse, nè la sottigliezza del
> trarle, nè la favella contaminata, nè l'umore soldatesco: partiva
> Francia, ma le vestigia di lei rimanevano. Non venti anni, ma più secoli
> corsero dalla battaglia di Montenotte alla convenzione di
> Schiarino-Rizzino. La memoria ne vivrà, finchè saranno al mondo uomini.
> 
> Il vicerè, acconce le cose sue coll'Austria, già feceva pensiero di
> ritirarsi negli stati del re di Baviera, col quale era congiunto di
> parentado pel matrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar
> novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a
> conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero.
> Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli; incominciossi
> dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto, parte
> no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo
> momento il regno diviso in tre sette: alcuni desideravano il ritorno
> dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma: gli altri
> pendevano per l'indipendenza, ma chi ad un modo, e chi ad un altro:
> conciossiachè chi l'amava con aver per re il principe Eugenio, e chi
> l'amava con avere per re un principe di un altro sangue, quand'anche
> fosse di casa Austriaca; quest'era la parte più potente. Aveva mandato
> il vicerè certamente con poca prudenza, il conte Mejean a Milano a
> trattare coi capi del governo, affinchè in favore di lui si
> dichiarassero. Molto anche vi si affaticava un Darnay, direttore delle
> poste, personaggio poco grato ai popoli. Ad accrescere disfavore alla
> cosa s'aggiunse, che a secondare le intenzioni del vicerè si erano
> intromessi, per opera di Mejean, e per inclinazione propria, i
> Transpadani, o Estensi, come gli chiamavano: Bolognesi, Ravennati,
> principalmente Modenesi e Reggiani, erano venuti in disgrazia dei
> Milanesi, perchè questi si erano persuasi che nelle faccende eglino si
> fossero arrogata molta maggior parte di quanto si convenisse. Melzi
> favoriva il disegno, il propose in senato. Vi sorse un gravissimo
> contrasto, principalmente intorno a quella parte in cui si trattava del
> principe Eugenio. Paradisi, ed altri Estensi, uomini d'inveterata fama,
> di gran sapere e di molta autorità, con efficacissime parole instavano
> in favor del principe. Nei cambiamenti politici, dicevano, più
> facilmente ottenersi il meno che il più; essere consueto l'imperio
> d'Eugenio, già dai principi d'Europa riconosciuto: solo volersi, che
> fosse independente da Francia, e questo appunto essere il fine della
> presente deliberazione; abbenchè intorno a questo non occorresse,
> allegavano, molto travagliarsi, perchè spento Napoleone, la franchezza
> del paese nasceva da se, e chi volesse credere, che Eugenio da Francia
> Borbonica ancora dipendesse, come da Francia Napoleonica, massimamente
> se tra la Lombardìa e la Francia s'interponesse il Piemonte tornato,
> come già si motivava, sotto il dominio dei principi di Savoja,
> meriterebbe di essere tenuto piuttosto scemo, che acuto. Adunque
> l'indipendenza, continuavano, essere non solo sicura, ma ancora
> necessaria con Eugenio: queste considerazioni la natura stessa dettare,
> le Parigine novelle confermare. Se un altro principe si addomandasse,
> che sicurtà si avrebbe d'impetrarlo? In deliberazioni di tanto momento,
> meglio dover fidarsi i collegati in chi è già per loro provato, da loro
> conosciuto, che in chi per loro fosse ignorato: nell'uscire da
> sconvolgimenti tanto stupendi, in tanta tenerezza di un fresco ordine in
> Europa, come sperare che in un regno d'Italia, pieno di umori diversi,
> importante per la sua situazione, un principe di natura ignota sia per
> essere accordato? Udire all'intorno, continuavano a discorrere gli
> oratori favorevoli al vicerè, susurrarsi il nome di un principe
> Austriaco: ma quivi appunto avvertissero bene, e bene considerassero gli
> avversarj, massime coloro che favellavano di libertà e di signorìa
> paesana, a qual partita si mettessero. Da un principe Austriaco adunque
> aspettavano il viver libero e franco, da un principe Austriaco congiunto
> di sangue coll'antico sovrano del regno, nodrito nelle massime del
> comandare assoluto, timoroso necessariamente di Vienna, sovrano di
> Milano solamente in apparenza? Di chi sono questi soldati, che ora ci
> minacciano? Austriaci. Quali soldati in Milano il condurrebbero?
> Austriaci. Quali soldati sulle frontiere nostre sovrasterebbero?
> Austriaci. Conoscono essi queste terre, le conoscono e le bramano. Se
> mancheran le cagioni, non mancheranno i pretesti, e ad ogni piè sospinto
> l'illuvie Tedesca inonderà il regno: cagioni e pretesti saranno, il non
> obbedire puntualmente e sommessamente a quanto da Vienna si sarà
> comandato. Ora quale independenza vi possa essere con un timore perpetuo
> non si vede. A chi ricorrerebbero questi partigiani d'Austria, a chi
> ajuto domanderebbero? Forse all'Inghilterra avara, che fa traffico di
> tutti? ai principi assoluti d'Europa, che più temono una constituzione
> che un esercito? alla Francia indebolita, e che non vuol camminare se
> non con Napoleone, e che con Napoleone più camminare non può?
> concorrerebbero al principe Austriaco tutti gli amici dell'antico
> reggimento d'Austria, concorrerebbero gli amatori dell'imperio
> illimitato, concorrerebbero i malcontenti, e se gl'interessi nuovi, se
> la libertà nascente, se le opinioni radicate da vent'anni in mezzo a
> tanto diluvio di elementi contrarj si potessero conservare salve, ogni
> uomo prudente potrà giudicare. Chi sarebbe naturalmente, e quasi per
> intima necessità nemico della libertà dei regno? Certo sì veramente
> l'Austria. A qual modo puossi la libertà difendere dagli assalti
> forestieri? Certo sì veramente coi soldati e colle armi. Ora, chi
> affermare potrebbe, che un principe Austriaco fosse per apprestar armi e
> soldati Italici per ostare alle cupidigie dell'Austria? parere, anzi
> esser certo, che il regno di un principe Austriaco sarebbe, non
> independenza, ma dipendenza, non libertà, ma servitù, non quiete, ma
> discordia e turbazione. Vienna, non Milano reggerebbe. Con Eugenio re
> ogni via appianarsi, con un principe forestiero non Austriaco ogni
> difficoltà crescersi, con un principe Austriaco molte difficoltà torsi,
> ma fondarsi la servitù. Valessero adunque, concludevano, le virtù di
> Eugenio, valesse il suo amore per l'Italia, valesse la contratta
> abitudine di lui, valessero i felici augurj testè venuti da Parigi:
> essere pazzìa in tante tenebre non seguitar quel lume solo, che la
> fortuna appresentava davanti. Se qualcheduno desiderasse di viaggiar
> senza filo in un laberinto, senza bussola in mare, senza lume in un
> abisso, sì il facesse; ma nè desiderarlo, nè volerlo fare gli Estensi, i
> quali credevano, che con danno sempre si fa spregio della fortuna.
> 
> Dalla parte contraria acerbissimamente contrastavano i senatori
> Guicciardi e Castiglioni, principalmente quest'ultimo, che con molto
> empito procedeva in queste cose, e mescolava doglianze gravissime degli
> Estensi: a loro si accostavano molti altri Milanesi di nome, di
> ricchezza e d'alto legnaggio. Non potere restar capaci, dicevano, come
> con Eugenio si potesse aver la independenza, come si potesse aver la
> libertà. Sarebbe Eugenio più ligio, e più dipendente dall'Austria, che
> un principe Austriaco stesso: perchè non avendo parentela, nè
> connessione con altro potentato d'Europa di primo grado, là sarebbe
> obbligato a cercare per l'interesse della conservazione propria gli
> appoggi, dove gli troverebbe: nè altro potrebbe esservene per lui che
> nell'Austria, perchè in lei sola potrebbe sperare, come vicina e
> potente, di lei sola temere. Credere forse gli avversarj, ch'ei nol
> farebbe per altezza d'animo? Ma oltrechè non mai i principi credono di
> derogare alla dignità loro, in qualunque modo soggettino i popoli,
> purchè gli soggettino, quali sono i segni del pensare onorato d'Eugenio?
> Forse lo aver dato la metà del regno in potestà di Bellegarde? Forse i
> secreti abboccamenti avuti con lui, di cui più si sa, che non si dice?
> Forse lo avere spogliato il reale palazzo di Milano? Forse i donativi
> promessi per queste stesse perniziose e fatali trame? Forse Mejean e
> Darnay qua mandati a subornar gli spiriti, Mejean e Darnay, non solo
> sostenitori acerbi e tenacissimi di tirannide, ma ancora denigratori
> assidui di quanto havvi nel regno di più alto, di più nobile, di più
> generoso? Forse la elevazione dell'animo di Eugenio pruova lo sprezzo
> fatto di quei soldati, di cui egli era capitano pagato e richiedente?
> Gl'Italiani fatti scherno di un giovane di prima barba, e che nome non
> ha, se non da chi ne ha uno odiosissimo! Dicano l'altezza d'Eugenio le
> prezzolate ed udite spie, dicanla gli esilj dei più generosi cittadini,
> dicala la tirannide sul parlare e sullo scrivere usata. Non è punto da
> dubitare adunque, che siccome egli non abborrirebbe per natura dal più
> dimesso partito, così ancora per necessità il piglierebbe, e più sarebbe
> certamente governato austriacamente il regno da Eugenio, che da un
> principe Austriaco. Certo sì, che i comandamenti arriverebbero da
> Vienna, non dal reale palazzo di Milano. Di ciò già manifesti segni
> essere le umili cortesìe usate a Bellegarde, le cedute fortezze, i messi
> mandati al campo dell'imperatore Francesco, i messi mandati alle
> Parigine trattazioni; dimostrarlo quelle medesime proposte, che allora
> andavano su per le panche senatorie. Che se poi di Austriaco principe si
> trattasse, ancorchè questo fosse l'estremo partito che solo la necessità
> dovrebbe indurre, non visse beata e da se medesima la Toscana sotto un
> principe Austriaco lungo tempo? Duri e renitenti certamente essere i
> principi Austriaci, sclamavano i sostenitori di questa sentenza, al
> giurare liberi patti, ma esserne anche fedeli osservatori, se giurati
> gli abbiano; i Napoleonidi non del pari, perchè corrivi al giurare,
> corrivi al violare, delle promissioni non si curano, se non per
> l'utilità. Udite, udite, vociferavano, che di Prina si parla per
> mandarlo delegato, che di Paradisi si parla per mandarlo delegato! Sì
> per certo, Prina, amatore tanto tenero di libertà, Paradisi, che a
> qualunque più pericoloso partito si getterebbe piuttosto che sentir
> odore Austriaco, e ben sanne il perchè! Questi sono i mezzi
> dell'independenza, questi i difensori della libertà. Del resto le
> nazioni, non le parti o le sette fanno le mutazioni degli stati, nelle
> importanti ed uniche occorrenze. Chi potrà affermare, che gl'Italiani
> vogliano Eugenio per re? Forse i soldati che lo odiano? Forse i
> cittadini che non l'amano? Il chiamarlo sarebbe stimato macchinazione di
> pochi, non volontà di tutti, nè tanto sono i principi collegati
> ignoranti degli umori che corrono, che queste evidenti cose non
> sappiano.
> 
> Tutta la nobiltà Milanese Eugenio impugna, ed un vivere libero pretende:
> tutto il popolo mosso, che a queste mura grida intorno e minaccia, solo
> perchè ha udito susurrare della confermazione di Eugenio, della
> continuazione, se non del dominio, almeno delle consuetudini di Francia.
> Generose armi stanno in mano de' principi collegati, generose cagioni
> gli muovono, a generose cose intendono, nè questo momento ad alcun'altra
> età si rassomiglia. Proponete loro, non quello che pochi vogliono, ma
> quello che vogliono tutti, proponete loro una risoluzione grande, non la
> domanda di un principotto, docile allievo di un tiranno, proponete loro
> un vivere largo e generoso, non una vita piena di spie e di carceri, e
> sarete esauditi. Questo vogliono gl'Italiani, questo vogliono i principi
> alleati, questo vogliono i cieli che non han sommosso il mondo, perchè
> continui a regnare in Milano Napoleone Buonaparte sotto nome di Eugenio
> Beauharnais. No, sclamavano vieppiù infiammandosi, non vogliamo Eugenio,
> no, non vogliamo Prina, nè Mejean vogliamo, nè Darnay: bensì vogliamo un
> principe, che collegato di sangue con qualche ceppo potente d'Europa,
> non abbia bisogno di adulare e di concedere per sussistere: vogliamo un
> principe, che giuri libertà per conservarla, non per ispegnerla;
> vogliamo un principe, che conosca, e sappia, e senta quanto nobile sia
> questo Italico regno, quanto generosi questi Italici abitatori, quanto
> alte sorti a lui ed a loro siano dai cieli favorevoli preparate: assai e
> pur troppo di Francia avemmo, assai e pur troppo di Napoleonici capricci
> pruovammo: ora in tanta aspettazione di cose, in tanta sollevazione di
> mondo, altrove si volgano gl'Italiani consigli, che l'avere sofferto dee
> dar luogo al godere; non a nuovo sofferire.
> 
> Decretava il senato, che si mandassero tre legati ai confederati,
> supplicandogli, ordinassero che cessassero le offese: domandassero i
> legati, che il regno d'Italia fosse ammesso a godere l'independenza
> promessa, e guarentita dai trattati, testificassero quanto il senato
> ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine pel suo
> buon governo avesse.
> 
> Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal
> nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali dell'armi, le
> case più eminenti di Milano, principalmente Alberto Litta, che
> accarezzato da Buonaparte, non aveva mai voluto accettar cariche,
> preferendo un vivere privato onorevole ad un vivere pubblico abietto.
> S'aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i
> meno paurosi. Il nome dell'independenza era in bocca a tutti, l'amore
> nel cuore; nè mai in alcun moto che abbian fatto le nazioni in alcun
> tempo nelle più importanti faccende loro, tanto ardore e tanta unanimità
> mostrarono, quanta gl'Italiani in questa. Domandavano che si
> convocassero i collegi elettorali. Era il venti aprile quando, essendo
> il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente,
> gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva
> leggermente, una apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I
> commossi non si ristavano. Eranvi ogni generazione d'uomini, plebe,
> popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Notavansi principalmente
> fra l'accolta moltitudine Federigo Confalonieri, i due fratelli Cicogna,
> Jacopo Ciani, Federigo Fagnani, Benigno Bossi, i conti Silva,
> Serbelloni, Durini e Castiglioni. Le donne stesse, e delle prime,
> partecipavano in questo moto gridando ancor esse _patria e independenza,
> non Eugenio, non vicerè, non Francesi_; una donna De-Capitani, una
> marchesa Opizzoni, ed altre non poche. Era tutta questa gente volta a
> bene, ed il male, non che avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato.
> Ma come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado
> uomini ribaldi, che volevano tutt'altra cosa piuttostochè
> l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna
> e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Francesi; halle l'Italia
> ad imitare.» Gonfalonieri a tutti avanti gridava: «Noi vogliamo i
> collegi elettorali, noi non vogliamo Eugenio». Fuggirono i senatori
> partigiani del principe, il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia
> nelle sue stanze, il conte Gonfalonieri il primo, e tutto con estrema
> rabbia vi ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare
> mescolati col popolo, Melzi, Melzi, e già si mettevano in via per
> andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò, Prina: era Prina più
> odiato di Melzi, ed ecco, che corsero a Prina, e flagellatolo prima
> crudelmente, l'uccisero con insultar anco al suo sanguinoso cadavere
> lungo tempo. Cercarono di Mejean e di Darnay; non gli trovarono. La
> folla frenetica, messa le mani nel sangue, le voleva mettere nelle
> sostanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le
> suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo
> passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale
> frenarono i facinorosi, e preservarono la città.
> 
> Il vicerè che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano,
> indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci: atto veramente
> biasimevole, del quale perpetuamente la posterità accuserà Eugenio;
> imperciocchè gli uomini giusti e grandi non operano per dispetto, nè
> Mantova era d'Eugenio, ma degl'Italiani: miserabili calate dei
> Napoleonidi. Napoleone tutto stipulava per se, nulla pe' suoi a
> Fontainebleau, Eugenio non solo nulla stipulava pe' suoi, ma ancora
> tutto quel maggior male fece loro, partendo, che potè. Partiva da
> Mantova per la Baviera, le Italiche ricchezze seco portando. Per poco
> stette, che le memorie di Hofer nol facessero uccidere in Tirolo, nuovo
> dolore mandatogli dal fato, che chiamava a distruzione i Napoleonidi.
> 
> I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che
> le potenze alleate si richiedessero dell'independenza del regno, di una
> constituzione libera, e di un principe Austriaco, ma independente:
> alzavano le loro speranze le parole pubblicate dai confederati del
> volere l'independenza delle nazioni. S'appresentarono Fè di Brescia,
> Gonfalonieri, Ciani, Litta, Ballabio, Somaglia di Milano, Sommi di
> Crema, Beccaria di Pavia, legati, a Francesco imperatore a Parigi.
> Esposte le domande, rispose, anche lui essere Italiano: i suoi soldati
> avere conquistato la Lombardia: udirebbero a Milano quanto loro avesse a
> comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì ventotto aprile:
> Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il dì ventitrè
> di maggio. Così finì il regno Italico.
> 
> Continuava Genova in potestà d'Inghilterra; vivevano i Genovesi
> confidenti della conservazione dell'antica repubblica. Gli confortavano
> la rintegrazione promessa dagli alleati di ciascun nel suo, e le
> dimostrazioni Bentiniane. Ma ecco il congresso di Vienna decretare,
> dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.
> 
> A questa novella il governo temporaneo nel seguente modo favellava ai
> popoli Genovesi: «Informati, che il congresso di Vienna ha disposto
> della nostra patria, riunendola agli stati di Sua Maestà il re di
> Sardegna, risoluti da una parte a non lederne i dritti impreteribili,
> dall'altra a non usar mezzi inutili e funesti, noi deponiamo
> un'autorità, che la confidenza della nazione, e l'acquiescenza delle
> principali potenze avevano comprovata.
> 
> «Ciò, che può fare per i diritti e la restaurazione de' suoi popoli un
> governo non d'altro fornito che di giustizia e ragione, tutto, e la
> nostra coscienza lo attesta, e le corti più remote lo sanno, tutto fu
> tentato da noi senza riserva, e senza esitazione. Nulla più dunque ci
> avanza, se non di raccomandare alle potestà municipali, amministrative e
> giudiziali l'interino esercizio dell'ufficio loro, al successivo governo
> la cura dai soldati che avevamo cominciato a formare, e degl'impiegati
> che hanno lealmente servito, a tutti i popoli del Genovesato la
> tranquillità, della quale non è alcun bene più necessario alla nazione.
> Dalla pubblica alla privata vita ritraendoci, portiamo con esso noi un
> dolce sentimento di gratitudine verso l'illustre generale, che conobbe i
> confini della vittoria, ed un'intiera fiducia nella provvidenza divina,
> che non abbandonerà mai i Genovesi.»
> 
> Queste furono le ultime protestazioni, le ultime querele, e le ultime
> voci dell'innocente Genova. Il giorno susseguente, che fu addì venzette
> dicembre, un Giovanni Dalrymple, comandante dei soldati del re Giorgio,
> ne assunse il governo: la diede poscia in mano ai legati del re Vittorio
> Emanuele.
> 
> Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di vent'anni,
> dalla quale dieci terremoti, e non so quanti volcani sarebbero stati per
> lei migliori, si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava
> Vittorio Emanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in
> Toscana, Pio in Roma: passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò
> Giovacchino il real seggio di Napoli, ma non per durare; le Italiane
> repubbliche spente: l'acume del secolo trovò, che la legittimità è nel
> numero singolare, nel plurale no. Solo fu conservato l'umile San Marino,
> forse per un tratto d'imitazione di più degli andari Napoleonici: la sua
> esiguità e povertà non eccitavano le cupidità di nissuno. Cedè Venezia a
> Francesco, Genova a Vittorio. Nè furono i governi di Francesco, di
> Vittorio, di Ferdinando e di Pio sdegnosi: solo non misurarono la
> grandezza delle mutazioni fatte nelle menti e nel cuore degli uomini, da
> sì grandi e sì lunghi accidenti, imperciocchè se esse mutazioni erano,
> come alcuni pretendono, malattie, richiedevano convenienti rimedj.
> Giudicheranno i posteri, se i mali che seguirono, debbano agl'infermi od
> a chi gli doveva sanare, attribuirsi. Felici Giuseppe e Leopoldo,
> principi santissimi, che vollero consolar l'umanità colle riforme, non
> ispaventarla coi soldati! Nè ai principi Italiani noi qui parlando,
> intendiamo accennare instituzioni all'Inglese, alla Francese od alla
> Spagnuola, le quali a modo niuno si convengono all'Italia; ma bensì
> riforme che facessero sorgere, a maggior quiete e felicità dei popoli di
> questa penisola, siccome già abbiam notato nel precedente libro,
> instituzioni peculiari accomodate alla natura degl'Italiani, cosa del
> pari facile a concepirsi, che sicura ad eseguirsi. Oltre a ciò la
> nobiltà esiste in Europa, ed è indestruttibile. E' bisogna pertanto
> farne stima in un ordinamento sociale tendente allo stato libero, come
> di un elemento necessario, e darle, come a corpo constituito, quella
> parte di potestà politica che le si conviene, perchè sia contenta, e non
> tenti usurpazioni nelle altre potestà della macchina sociale. Ciò
> eseguito, fia necessario da un altro lato inibirle l'ingresso, e
> qualunque ingerenza nella potestà popolare, instituita, quanto
> all'Italia, a modo antico, ma bene e prudentemente inteso, non a modo
> moderno, che non può esser buono. La divisione tra la nobiltà ed il
> popolo è nella natura stessa delle cose, e debb'essere ancora nella
> legge politica. Questa è condizione indispensabile sì per la libertà, e
> sì per la quiete dello stato, e ad esse niuna cosa è più perniziosa che
> una nobiltà in aria, ed una potestà popolare composta di conti e di
> marchesi. Questi principj sono veri, e possibili ad esser ridotti
> all'atto, o che si viva in monarchìa, o che si viva in repubblica. La
> chimera dell'equalità politica ha fatto in Europa più male alla libertà
> che tutti i suoi nemici insieme. L'equalità debb'essere nella legge
> civile, non nella politica. I principj astratti ed assoluti, in
> proposito d'ordinamento sociale, son fatti solamente per indicare i
> fondamenti delle cose, non per esser posti in atto senza modificazione;
> perchè le passioni, che sono la parte attiva dell'uomo, generano
> movimenti disordinati, che bisogna frenare. Sono essi principj in
> economia politica ciò, che sono i geometrici nella meccanica, le
> passioni, in quella, ciò che l'attrito delle macchine, ed altri
> accidenti prodotti dalla natura della materia, in questa; e così come si
> tien conto dell'attrito nell'ordinar le macchine, si dee tener conto
> delle passioni nell'ordinar la società. L'effetto che si desidera, è la
> libertà, cioè l'esatta e puntuale esecuzione della legge civile uguale
> per tutti, ed un'uguale protezione della potestà sociale per ciascuno,
> sì quanto alle persone, come quanto alle sostanze. Purchè si ottenga
> questo fine, non si dee guardare alla qualità dei mezzi, e mezzi di
> diversa natura, secondo la diversità delle nazioni, vi possono condurre.
> Chi risolvesse bene questo problema, «sino a qual segno ed a qual parte
> dell'equalità politica si debba rinunziare per meglio assicurare la
> libertà, e l'equalità civile», farebbe un gran servizio all'umanità. Ma
> di ciò più ampiamente altri più capaci di noi.
> 
> Noi intanto, terminata questa gravosa fatica, alla quale piuttosto per
> desiderio altrui che nostro ci mettemmo, qui deponiamo la penna, e qui
> diamo riposo alla mente oggimai troppo travagliata e stanca.
> 
> FINE DEL TOMO VI ED ULTIMO.
> 
> INDICE DEL PRESENTE VOLUME
> 
>   1806
> 
>   Guerra colla Prussia                                   _Pag._ 5
>   È vinta a Jena                                                7
>   Battaglia di Eylau                                            7
> 
>   1807
> 
>   I Russi vinti a Fridlandia                                    8
>   Napoleone ed Alessandro si spartiscono il mondo               8
>   Trattato del Niemen                                           8
>   Adulazione verso Napoleone                                    9
>   Gamboni patriarca di Venezia a Parigi                        10
>   Camillo Borghese governa Torino                              10
>   Napoleone scende in Italia                                   10
>   Il Portogallo tolto alla casa di Braganza                    12
>   Il re di Etruria mandato in Portogallo                       13
>   Menou in Toscana                                             13
>   Degerando                                                    14
>   Giunta di Toscana e suo governo                              14
>   Elisa gran duchessa del ducato di Toscana                    16
> 
>   1808
> 
>   Parma unita alla Francia                                     16
>   Condizione dell'Italia                                       16
>   Opere magnifiche di Napoleone                                20
>   Napoleone insidia la Spagna                                  21
>   Il re Carlo mandato a Marsilia                               22
>   Ferdinando di Spagna prigione a Valençay                     22
>   Giuseppe re di Spagna                                        22
>   Gioacchino Murat re di Napoli                                22
>   Napoleone si abbocca con Alessandro ad Erfurt                23
>   Gioacchino a Napoli                                          23
>   Cardinale Firrao                                             24
>   Capri in mano degli Inglesi                                  25
>   Hudson Lowe                                                  25
>   Capri ripresa dai Napolitani                                 25
>   Modo con cui governa Gioacchino                              27
>   Carbonari, loro origine                                      29
>   Allettati dal re Ferdinando e da Carolina                    32
>   Principe di Moliterno                                        32
>   Disordini in Calabria                                        34
>   Napoleone disturba il papa                                   35
>   Nuove domande al papa                                        44
>   Miollis va a Roma                                            46
>   Alquier                                                      46
>   Cardinale Casoni                                             46
>   Francesi entrano in Roma                                     47
>   Cardinali Napolitani e del regno d'Italia intimati
>     a partire                                                  49
>   Violenze de' Francesi                                        50
>   Frici e Bracci colonnelli                                    51
>   Miollis s'impadronisce del Vaticano                          52
>   Monsignor Cavalchini                                         53
>   Parole del papa a Napoleone                                  53
>   Parte dello stato pontificio unito al regno d'Italia         54
>   Generale Lemarrois                                           54
>   Monsignor Rivarola                                           54
>   Cardinal Gabrielli                                           56
>   Il papa non acconsente al giuramento                         57
>   Modificazione di Eugenio                                     58
>   Ostinazione del papa                                         59
>   Sua protesta                                                 61
> 
>   1809
> 
>   Pensieri dell'Austria                                        66
>   Suoi apparecchi                                              67
>   Arciduca Carlo                                               68
>   Bellegarde                                                   68
>   Arciduca Giovanni                                            69
>   Giulay                                                       69
>   Marmont                                                      69
>   Apparecchi di Napoleone                                      70
>   Eugenio governa la guerra d'Italia                           70
>   L'arciduca Giovanni dichiara la guerra                       71
>   Suo manifesto                                                71
>   Assedia Osopo e Palmanova                                    75
>   Seras, Severoli e Barbou                                     76
>   Colonnello Giflenga                                          77
>   Teste ferito                                                 77
>   Battaglia di Sacile                                          77
>   Eugenio si ritira all'Adige                                  77
>   Lamarque e Durutte                                           77
>   Macdonald                                                    77
>   Abitatori di Crispino si sollevano                           78
>   Arciduca Carlo entra in Baviera                              78
>   Jellacich mandato in Tirolo                                  79
>   Sollevazione de' Tirolesi                                    79
>   Andrea Hofer                                                 79
>   I Bavari si arrendono ai Tirolesi                            81
>   Chasteler mandato in Tirolo                                  82
>   Vittorie di Napoleone                                        83
>   L'arciduca Giovanni si ritira dall'Italia                    83
>   Battaglia a Conegliano                                       85
>   Il vicerè si avvicina a Vienna                               87
>   Macdonald                                                    87
>   Marmont combatte in Dalmazia                                 88
>   Parole di Napoleone agli Italiani                            89
>   Battaglia di Giavarino                                       90
>   Battaglia di Vagria                                          90
>   Pace tra Francia ed Austria, cessioni di quest'ultima        91
>   I Tirolesi continuano                                        92
>   Fine di Andrea Hofer                                         93
>   Decreto di Vienna che unisce Roma all'impero francese        95
>   Miollis al governo di Roma                                   96
>   Protesta del papa                                            96
>   Scomunica Napoleone                                          98
>   È arrestato                                                  99
>   Cardinale Pacca                                              99
>   Generale Radet                                               99
>   Diana                                                        99
>   Ceracchi                                                     99
>   Il papa è condotto a Savona                                 101
>   Pacca mandato a Pietra Castello                             102
>   Deputati Italiani in Francia                                102
>   Opinione di Napoleone su Tacito                             102
>   Governo di Roma francese                                    105
>   Stipendi                                                    107
>   Faccenda dei giuramenti                                     108
>   Dalpozzo                                                    109
> 
>   1810
> 
>   Vescovi                                                     112
>   Baccolo vescovo di Famagosta                                112
>   Canonici                                                    113
>   Curati                                                      113
>   Soppressione dei conventi                                   114
>   Buone opere della consulta                                  114
>   Convento di san Basilio di Grottaferrata                    116
>   Convento di Camaldoli                                       116
>   La Propaganda                                               117
>   Imitata dagli eterodossi                                    121
>   Missionari                                                  121
>   Stamperia della Propaganda                                  124
>   Opere di musaico                                            124
>   Napoleone vuole visitar Roma                                126
>   Carolina di Sicilia si disgusta degl'Inglesi e stringe
>     pratiche con Napoleone                                    127
>   Gioacchino tenta la Sicilia                                 128
>   Carolina esiliata dalla corte                               130
>   Briganti in Calabria                                        130
>   Manhes generale                                             131
>   Capobianco ucciso                                           134
>   Talarico di Carlopoli                                       135
>   Parafanti                                                   135
>   Immagini di Napoleone nelle chiese di Ancona                139
>   Pio VII prigione a Savona                                   140
>   Cardinale Spina                                             141
>   Ostengo                                                     141
>   Conte Chabrol                                               142
>   Conte Sarmatoris                                            142
>   Cesare Berthier                                             143
>   Ugo Maret                                                   143
>   Pensieri di Napoleone sul papa                              150
>   Pio pensa a riunire gli eterodossi                          153
>   Disordini nella Chiesa                                      154
>   Cardinal Caprara                                            154
>   Concilio di Parigi                                          157
>   Ripiego di Napoleone                                        160
>   Nuovi disordini                                             161
>   Maury arcivescovo di Parigi                                 162
>   Dastros messo nelle segrete                                 164
>   Querele e minacce di Napoleone                              165
> 
>   1811
> 
>   Consiglio ecclesiastico                                     172
>   Opinioni de' Giansenisti Italiani                           179
>   Teologi che difendono il papa                               183
>   Concilio nazionale a Parigi                                 194
>   Proposte di Napoleone al papa                               195
>   Pio cala ad accordi                                         200
>   Sua sinderesi                                               202
>   Nuove richieste di Napoleone                                204
>   Sue minacce                                                 208
>   Pio condotto in Francia                                     210
> 
>   1812
> 
>   Accidenti di Sicilia                                        212
>   Marchese Artali                                             213
>   Sua crudeltà                                                214
>   Giovanni Stuard                                             215
>   Cavaliere Medici                                            216
>   Duca d'Ascoli                                               216
>   Intrighi di Carolina                                        216
>   Disordini in Sicilia                                        217
>   Parlamento                                                  219
>   Principe di Belmonte                                        220
>   Riforma in Sicilia                                          221
>   Medici rinuncia                                             222
>   Secondo parlamento                                          222
>   Ripieghi di Tommasi                                         222
>   Baroni arrestati                                            224
>   Disegni degl'Inglesi                                        225
>   Bentink in Sicilia                                          225
>   Sue minacce a Carolina                                      227
>   Carolina si ritira dagli affari                             228
>   Nuova costituzione                                          229
> 
>   1813
> 
>   Sospetti sulla regina                                       232
>   Il re riassume l'autorità                                   233
>   Si ritira di nuovo                                          235
>   Carolina cacciata dalla Sicilia muore a Vienna              236
>   La costituzione come abolita                                238
>   Inglesi prendono Lissa                                      240
>   Smisurati pensieri di Napoleone                             240
>   Odio contro di lui                                          243
>   Guerra colla Russia                                         245
>   Frodi di Bentink                                            247
>   Trattative di Murat                                         247
>   Napoleone si accorda col papa                               249
>   Pratiche tra i principi                                     252
>   Pensieri in Italia                                          253
>   Titubanza di Eugenio                                        256
>   Simile di Gioacchino                                        257
>   Hiller generale austriaco eccita i popoli alla
>     ribellione                                                260
>   Bentink e Wilson proclamano l'indipendenza dell'Italia      261
>   Esercito del vicerè                                         262
>   Condizione dell'esercito austriaco                          265
>   Imprudenza del vicerè                                       267
>   Dalmati e Croati insorgono                                  267
>   Il vicerè si ritira                                         269
>   Battaglia di Bassano                                        269
>   Italiani disgustati del vicerè                              271
>   Nugent prende Ferrara                                       273
>   Gioacchino si volta contro Napoleone                        274
>   Battaglia al Mincio                                         277
>   Inglesi prendono Livorno                                    279
> 
>   1814
> 
>   Manifesto di Bentink                                        280
>   Prende Genova                                               281
>   Ordina il governo libero                                    283
>   Sofisma di Castelreagh                                      284
>   Gli alleati in Parigi                                       285
>   Convenzione di Schiarino-Rizzino                            287
>   Congedo dei Francesi                                        288
>   Pratiche di Eugenio per farsi re                            290
>   Tumulto in Milano                                           298
>   Prina ucciso                                                299
>   Tradimento di Eugenio                                       299
>   Legati all'imperatore                                       300
>   Genova unita al Piemonte                                    300
> 
> FINE DELL'INDICE.
> 
> TAVOLA DELLE MATERIE CONTENUTE NEI SEI TOMI
> 
> (I numeri romani indicano il tomo, gli arabici le pagine).
> 
> A
> 
> _Abdicazione_ sforzata del re di Sardegna, Tom. IV, pag. 137.
> 
> _Aboukir_ (battaglia d') IV, 20.
> 
> ABRIAL. Mandato dal Direttorio a Napoli, IV, 210. Vi crea un governo, e
> quale, _ivi_. Sua generosità verso i discendenti del Tasso, _ivi_.
> 
> _Acqui_ (moto incomposto d') contro il governo repubblicano in Piemonte,
> IV, 220.
> 
> ACTON, ministro di Napoli. Sue insinuazioni alla regina, I, 270.
> 
> _Adige_. Descrizione del suo corso, II, 242.
> 
> _Alba_ (sommossa d') I, 343. Si solleva contro i Francesi, IV, 261.
> 
> _Albani-Villa._ Come spogliata, III. 329.
> 
> _Albani_, cardinale. Suo parere sul concordato del 1801, V, 207.
> 
> ALBAREY (marchese d'). Suo discorso nel consiglio del re di Sardegna a
> persuasione della continuazione della guerra colla Francia, I, 284.
> 
> ALCIATI. Suo fatto contro i sollevati del Piemonte, IV, 114.
> 
> _Alessandria_ (Cittadella di) oppugnata dagli alleati, IV. 340.
> 
> ALESSANDRO, Imperator di Russia. Sua discordia con Napoleone, V, 309. È
> vinto e fa la pace con lui, VI, 8. Il va a visitare a Erfurt, 23. Sua
> guerra con Napoleone, 242. Vince, 245.
> 
> ALÌ, pascià di Ianina. Sua natura, IV, 286. Assalta i Francesi a
> Nicopoli, e gli vince, 288. Come tratta i prigionieri, 294.
> 
> _Alleati._ Minacciano Genova, I, 222. Loro speranze e timori, 239. Loro
> situazione sulla riviera di Ponente, 262. Loro disegni, 264. Perdono la
> battaglia di Loano, 292. Tentano l'animo del re di Sardegna, 364. Come
> ordinati in Italia sul principio del 1796, 297 e 321. Loro conforti a
> Buonaparte, III, 239.
> 
> _Altamura_, città del regno di Napoli, presa dal cardinal Ruffo, e come
> trattata, V, 9.
> 
> ALVINZI, generalissimo d'Austria II, 227. Combatte prosperamente a
> Caldiero, 237. Sua condizione vittoriosa, 240. È vinto ad Arcole, 246.
> S'apparecchia a nuova guerra, 264. Suoi disegni penetrati, e per opera
> di chi, 270. È vinto a Rivole, 274. Si ritira alla parte più aspra del
> Tirolo, 277.
> 
> AMORE (cavalier di sant'), condannato a morte a Torino e perchè, I, 209.
> 
> _Ancona_, difesa dai Francesi, oppugnata dagli alleati, V, 55. Si
> arrende, 69.
> 
> _Andria_, città della Puglia. Presa d'assalto, e come trattata, IV, 201.
> 
> ANGIOI, cavaliere. Suo moto in Sassari per ottener gli _stamenti_, I,
> 277. Suoi pericoli in Livorno, II, 86.
> 
> ANGIOLI. _Ved._ DE ANGIOLI.
> 
> ANSELMO, generale di Francia. Invade il paese di Nizza, I, 98.
> 
> AOSTA (duca d'). Accompagna il re suo padre nella spedizione di Nizza.
> Sue qualità, I, 171. Come sottoscriva l'atto d'abdicazione del re suo
> fratello, IV, 138. Diventa re per la seconda abdicazione di suo
> fratello, V, 245.
> 
> _Aosta_ (valle d'), tentata dai Francesi, I, 201.
> 
> _Arciduca_, CARLO. Mandato dall'imperatore a governar l'esercito
> italico, III, 13. Come lo dispone, 14. Sue qualità, e modo di far la
> guerra, 15. Si ritira dal Tagliamento, 17. Spera di vincere alla Ponteba
> ed a Tarvisio, e perchè gli venga rotto il disegno, 24. Sue risoluzioni
> dopo di questo sinistro, 26. Come risponda ad una lettera di Buonaparte,
> 30. Generalissimo in Italia, V, 313. È vinto a Caldiero, 319.
> Generalissimo in Germania, VI, 68. Perde le battaglie di Taun,
> Abensberga, e Ecmul, 83. E quella di Vagria, 90.
> 
> _Arciduca_, FERDINANDO, obbligato a lasciar Milano, e sue provvisioni
> prima di lasciarlo, I, 373.
> 
> _Arciduca_, GIOVANNI, generalissimo d'Austria in Italia, VI, 69. Suo
> manifesto agli Italiani, 71. Vince a Sacile, 77. Si ritira dall'Italia,
> 83. Perde la battaglia di Giavarino, 90.
> 
> _Arcole_ (battaglia d'), I, 246 e seg.
> 
> _Ardente_ (battaglia del colle) I, 207.
> 
> ARENA Ved. SALICETI.
> 
> _Arezzo_, città di Toscana, si solleva contro i Francesi, IV, 307. Come
> minacciata da Macdonald, 310. Presa d'assalto dai Francesi, V, 171.
> 
> ARGENTEAU, generale Austriaco; suoi errori nella battaglia di Loano, I,
> 296. Ed in quella del Dego, 331.
> 
> ARNAULD, letterato di Francia, va a Corfù, III, 266. Come pensa dei
> Greci, 271. Quali esortazioni faccia a Buonaparte rispetto a Venezia,
> 275.
> 
> ARTALI, marchese, suo procedere in Messina, VI, 213 e seg.
> 
> _Assemblea nazionale_ di Francia. Vedi _Francia_.
> 
> ASSIA (principe d') difende Gaeta contro i Francesi, V, 330.
> 
> AUGEREAU, generale di Francia, combatte valorosamente alla battaglia di
> Loano, I, 297. Conforta Buonaparte sbigottito, II, 95 e 99. Grave
> battaglia tra lui, e Quosnadowich sulla Brenta, 233. Suo valore nella
> battaglia d'Arcole, 254. Sue generose querele sul modo con cui è
> trattata Verona, III, 87.
> 
> _Austria_. Sua costanza maravigliosa, II, 266. Stato miserabile del suo
> esercito in Italia, III, 12. Vi manda l'arciduca Carlo a governarlo, 13.
> Manda legati per trattar la pace con Buonaparte, 31. Sue nuove
> disposizioni contro la Francia, IV, 224. Si oppone al ritorno del re in
> Piemonte, 277. Nuova discordia tra lei e la Francia, V, 311. Nuova
> guerra, VI, 66.
> 
> _Austriaci_. Lor modo di guerreggiare rispetto a quel dei Francesi, IV,
> 28. Occupano le provincie Venete del Levante, 257. Ed i Grigioni, 225.
> Come ordinati verso l'Italia nell'ultima guerra contro Napoleone, VI,
> 259. Occupano Milano, 300.
> 
> AZZERETTO, fuoruscito Genovese. Sue esortazioni a' suoi compatriotti, V,
> 95. Assalta Genova con turbe collettizie, 108.
> 
> B
> 
> BACCIOCCHI, nominato principe di Lucca da Napoleone, V, 300.
> 
> BAFFI, _Pasquale_, suo supplizio in Napoli, V, 44.
> 
> BAGDELONE, generale di Francia. Come prenda il piccolo S. Bernardo, I,
> 200.
> 
> BALBO, conte, ambasciatore del re di Sardegna a Parigi, e suo discorso
> al direttorio, II, 161. Sue astute insinuazioni al governo Francese,
> III, 177. Si adopera efficacemente per la rivocazione di Ginguenè,
> ambasciator di Francia a Torino, e l'ottiene, IV, 125. Non riconosce il
> governo nuovo. Sue qualità, 216.
> 
> BALLAND, generale comandante in Verona al momento della sollevazione dei
> Veronesi, III, 76.
> 
> BARAGUEY D'HILLIERS, generale di Francia, s'impadronisce di Bergamo III,
> 34. Sua condotta in Venezia, III, 265 e 272. Vi pianta l'albero della
> libertà, 280.
> 
> _Barbereschi._ Danni che fanno a Genova, III, 166.
> 
> _Barbetti._ Loro operare sulle montagne di Nizza, I, 262.
> 
> _Bard_ (forte di). Come osta ai Francesi, V, 128.
> 
> _Bari_ (terra di). Si solleva contro il governo repubblicano, IV, 192.
> 
> _Baroni_ del regno di Napoli, come trattati, IV, 185. Baroni in Sicilia
> contrari al ministro Medici e perchè, VI, 220. Loro atto e come
> trattati, 223 e 224. Loro generosità, 231.
> 
> BARRAS. Sue pratiche cogli agenti dei Borboni, III, 240.
> 
> BARTHELEMI. Ministro di Francia in Isvizzera. Suoi negoziati, I, 302.
> 
> BARZONI. Suo libro contro i Francesi, III, 277.
> 
> _Basilea_ (pratiche per la pace di) I, 301.
> 
> _Bassano_, congresso di, III, 284.
> 
> BASSEVILLE, segretario della legazione di Francia a Roma, come
> ammazzato, I, 215.
> 
> _Battaglia_ navale del capo di Noli, I, 258. Battaglie di San Giacomo e
> di Melogno, 265. Di Loano, 292. Di Montenotte, 321. Di Magliani, 327.
> Del Dego, 332. Di Mondovì, 341. Di Fombio e di Codogno, 363 e 365. Del
> ponte di Lodi, 368. Di Lonato, II, 99. Di Castiglione (prima) 101. Di
> Castiglione (seconda), 108. Di Roveredo, 114. Di Primolano e Bassano,
> 118. Di Calliano, 231. Di Caldiero, 237. D'Arcole, 246. Di Rivole, 273.
> Del Senio, 294. Del Tagliamento, III, 17. Della Ponteba, e di Tarvisio,
> 24 e 26. D'Aboukir, (navale), IV, 20. D'Ornavasso, 87. Di Verona, 231 e
> 235. Di Magnano, 239. Di Cassano, 246. Di Nicopoli, 288. Della Trebbia,
> 321, 323 e 327. Di Novi, 368. Di Savigliano, 386. Della Chiusella, V,
> 132. Di Casteggio, 136. Di Marengo, 140. Del Mincio, 179 e seg. Di
> Campotenese, 331. Di Maida, 337. Di Sacile, VI, 77. Di Giavarino, 90. Di
> Malo-Jaroslavetz, 245.
> 
> BATTAGLIA, _Francesco_, provveditor dei Veneziani a Brescia. Sue
> insinuazioni a Venezia, II, 175. Come senta la rivoluzione di Bergamo,
> III, 41. Scrive a Buonaparte, e qual risposta ne riceva, _ivi_. Sua
> condotta nella rivoluzione di Brescia, 43. Carcerato dai novatori,
> _ivi_. Manifesto appostogli con fraude e perchè, 57. Opinione sopra di
> lui, _ivi_. Smentisce il manifesto, 58. Suoi maneggi in Venezia per
> cambiarvi l'antico governo, 116.
> 
> BEAULIEU, generalissimo dei confederati in Italia e sue qualità, I, 305.
> Sue disposizioni per impedire ai Francesi l'invasione d'Italia, 319. È
> vinto a Montenotte, 321. A Magliani, 327. A Fombio ed a Codogno, 363 e
> 365. Al ponte di Lodi, 368. Mette presidio in Peschiera, fortezza dei
> Veneziani, II, 46. Vinto a Valeggio. Si ritira nel Tirolo, 49.
> 
> BELLEGARDE, generale Austriaco. Perde una battaglia al Mincio contro
> Brune, e si ritira, V, 182. Sua tregua con Brune, 186. Sua convenzione
> di Schiarino-Rizzino col vicerè, VI, 287. Entra in Milano e l'occupa in
> nome dell'Austria, 300.
> 
> BELMONTE PIGNATELLI. Inviato di Napoli a Parigi, conclude la pace, II,
> 156.
> 
> BELMONTE, di Sicilia, principe. Capo della parte dei baroni, e suoi
> atti, VI, 220, 224 e 228.
> 
> BENONI, frate. Sue prediche democratiche a Napoli, V, 18.
> 
> BENTINK. Mandato dall'Inghilterra in Sicilia e perchè, VI, 225. Induce
> il re a rinunziare all'esercizio dell'autorità regia, investendone il
> figliuolo, 228. Constituzione, che dà per mezzo del parlamento alla
> Sicilia, 229. Come calma un moto del re contrario alla constituzione,
> 233. Suoi conforti a Murat a favor dell'independenza d'Italia, 246. Sue
> esortazioni agl'Italiani, 261. Suo manifesto, 280. Prende Genova, 281.
> Di che dia speranza ai Genovesi, 283.
> 
> _Bergamaschi._ Si ordinano in compagnie armate, II, 198.
> 
> _Bergamo_ (rivoluzione in) da chi procurata, III, 36.
> 
> BERTHIER. Combatte valorosamente a Rivole, II, 273. Marcia contro Roma,
> III, 311. Se ne impadronisce, 319.
> 
> BIGOT DE PREAMENEU ministro dei culti di Napoleone, sue lettere contro
> il papa, VI, 165 e 168.
> 
> _Bisagno_ (sollevazione di) contro Genova, III, 168.
> 
> _Bologna._ Occupata dai Francesi, II, 64. Suoi comizi, 150. Buonaparte
> vi prepara la guerra contro il papa, 289.
> 
> BONELLI, fuoruscito corso, solleva la Corsica contro gli Inglesi, II,
> 133.
> 
> BORGHESE, principe, governatore del Piemonte. Suoi ordini circa il papa
> prigioniero a Savona, VI, 140 e 168.
> 
> BOSSI, Carlo, membro del governo provvisorio del Piemonte. Sue qualità,
> IV, 218. Procura l'unione del Piemonte alla Francia, _ivi_.
> 
> BOTTON di Castellamonte, intendente generale della Savoja. Sue qualità,
> I, 94.
> 
> BOUDET. Suo valore nella battaglia di Marengo, V, 146 e 147.
> 
> BOURDÈ, capitano di vascello, mandato a Corfù, e con qual missione, III,
> 266.
> 
> BOURGES (Prammatica di) invocata dal consiglio ecclesiastico di Parigi,
> VI, 178.
> 
> BOYER, medico. Giustiziato in Piemonte e perchè, III, 194 e 207.
> 
> _Braganza_ (Casa di) spodestata da Napoleone, VI, 12.
> 
> BRANDALUCIONI, ufficiale d'Austria. Suoi eccessi nel Canavese, IV, 265.
> 
> BRASCHI, duca, deputato di Roma. Come parli a Napoleone, VI, 103.
> 
> _Brescia_ (rivoluzione di) e da chi procurata, III, 42.
> 
> _Brigido_, colonnello d'Austria. Come contrasti ai Francesi in Arcole,
> II, 244.
> 
> BRUEYS, ammiraglio di Francia. Vinto ad Aboukir, IV, 22 e 26.
> 
> BRUNE, generale di Francia a Milano, IV, 67. Suoi pensieri contro il re
> di Sardegna, 98. Gli domanda la cittadella di Torino, 103. Suo manifesto
> ai sollevati Piemontesi, 110. Vince la battaglia del Mincio, e passa
> questo fiume, V, 179. Sua tregua con Bellegarde, 186.
> 
> BULGARI, nobile corfiotto. Dà favore ai Russi, IV, 288.
> 
> BUONAPARTE, _Giuseppe_. Ambasciatore di Francia a Roma, III, 303. Entra
> trionfalmente in Napoli, 330. Creatovi re da suo fratello Napoleone,
> 333. Re di Spagna, IV, 22.
> 
> BUONAPARTE, _Napoleone_. Surrogato a Scherer nella carica di
> generalissimo dei repubblicani, e perchè, I, 316. Sue qualità, _ivi_.
> Sue disposizioni per invadere l'Italia, 318. Vince a Montenotte, 321. A
> Maglioni, 327. Al Dego, 334. Mezzi che usa per costringere alla pace il
> re di Sardegna, 339. Vince a Mondovì, 341. Suoi sentimenti favorevoli
> per la casa di Savoja, 354. Sua prima allocuzione a' suoi soldati, 355.
> Inganna Beaulieu, e passa il Po a Piacenza, 360. Vince a Fombio ed a
> Codogno, 363 e 365. Al ponte di Lodi, 368. Entra in Milano, e come, 377.
> Sua seconda allocuzione ai soldati, 378. Sue minacce a Genova, II, 10.
> Occupa Brescia, e suo manifesto dato da questa città, 45. Minaccia il
> provveditor generale Foscarini, 51. Entra in Verona, 60. Occupa Bologna
> e quello che vi fa, 64. Occupa Ferrara, 67. Sue operazioni per opporsi a
> Wurmser, 95. Si sbigottisce per le mosse di Wurmser; Augereau ed i
> soldati il confortano, _ivi_ e 99. Si trova in grave pericolo a Lonato,
> e come se ne libera, 105. Vince a Lonato, _ivi_. Vince a Castiglione,
> 108. Vince a Roveredo, 114. Seguita Wurmser per la valle della Brenta,
> 118. Vince a Primolano ed a Bassano, _ivi_. È vinto; poi vince sotto le
> mura di Mantova, 125. Solleva la Corsica sua patria, e la toglie
> agl'Inglesi, 128. Dichiara la guerra al duca di Modena e gli fa rivoltar
> lo stato, 148. Arriva in Modena e quel che vi fa, 152. Sue intenzioni
> rispetto al re di Sardegna, 158. Come giudichi dei popoli Cispadani,
> 211. Come risponda al congresso della Cispadana, 215. Sue querele contro
> i rubatori dell'esercito, 218. Si oppone ad Alvinzi e con quali forze,
> 228. Si ritira a Verona, 237. Combatte con infelice successo a Caldiero,
> 238. Sua pericolosa condizione e sinistre parole, 240. Si riscuote con
> mirabile artifizio, 244. Vince ad Arcole, 246. Ed a Rivole, 273. Prepara
> la guerra contro il papa, 289. Sue generose lodi di Wurmser, 293. Sua
> umanità verso gli ecclesiastici dello stato pontificio, 298. Fa la pace
> col papa a Tolentino, 301. Manda Monge a fare onorevole ufficio alla
> repubblica di S. Marino, 303. Suoi pensieri nell'ordinar una nuova
> guerra contro l'Austria, III, 6. Come disponga l'esercito, 8. Suo bando
> ai soldati, 11. Paragonato all'arciduca Carlo, 15. Passa il Tagliamento,
> 17. Entra vittorioso nelle metropoli della Stiria, della Carniola, e
> della Carintia, 29. Scrive all'arciduca, 30. Suo pericolo, 31. Conclude
> una tregua, poi i preliminari di pace coll'Austria, _ivi_. Rivolta la
> terraferma veneta, 33 e 62. Come risponda ai legati mandati a lui dal
> senato Veneziano, 45 e 101. Insidia Verona, 52. Manda Junod a fare un
> violento uffizio a Venezia, 62. Sue parole furibonde contro di lei, 101.
> Le dichiara la guerra, 103. Vuol cambiare l'antico governo di lei, con
> qual fine, e con quali mezzi, 104. Suo crudo parlare a Giustiniani, 113.
> Vuole che il gran consiglio di Venezia abolisca il patriziato e si
> spogli della sovranità e perchè, 120. Ottiene questo suo intento e come,
> 125. Suo trattato con Venezia, 130. Sue insidie contro Genova, 133. Fa
> una mutazione nel governo di lei, e quale, 153. Dà favore al re di
> Sardegna, e come, 186 e 187. Sua opinione sui Cisalpini, 185. Ordina la
> Cisalpina, 216. Suo ultimo vale alla Cisalpina, 237. Sue macchinazioni
> per arrivare alla somma potestà in Francia, 239. Manda la sua moglie a
> Venezia e come vi è trattata, 283. Suoi discorsi a Verona, 286. Sue
> lettere a Villetard segretario della legazione di Francia a Venezia,
> 187. Consegna Venezia agli Alemanni, 298. Accetta la condotta della
> spedizione di Egitto, e con quai fini, IV, 8. Parte per l'Egitto, e
> prende Malta, 14 e 16. Sbarca in Egitto e s'insignorisce di Alessandria,
> 20. Quanto desiderato in Francia dopo le rotte d'Italia, V, 73. Vi
> arriva e con quale allegrezza ricevuto dai popoli, 76. Distrugge il
> governo del direttorio, e si fa primo consolo, 77. _Vedi Consolo._
> 
> BURCARD, generale di Napoli, occupa Roma, V, 54.
> 
> BURONZO DEL SIGNORE, arcivescovo di Torino. Sue pastorali in lode del
> governo repubblicano, IV, 262.
> 
> BUSCA, cardinale, segretario di stato a Roma. Sue lettere intercette da
> Buonaparte, II, 288.
> 
> C
> 
> CACAULT, ministro di Francia a Roma. Sue insinuazioni contro il papa,
> II, 286. III, 301.
> 
> _Cagliari_ di Sardegna assaltata dai Francesi, e come si difende, I,
> 147.
> 
> _Calabresi_, repubblicani. Loro coraggio indomito, V, 20.
> 
> _Calabrie._ Si sollevano contro il governo repubblicano, IV, 192. Fatti
> sanguinosi in quel paese, 332, 337 e 340. Con quali mezzi pacificate e
> da chi, VI, 131.
> 
> _Caldiero_, battaglia di, II, 338. V, 319.
> 
> _Calliano_, battaglia di, II, 231.
> 
> _Campoformio_, trattato di, III, 249.
> 
> _Campotenese_, battaglia di, V, 331.
> 
> _Canavese_, sollevato da un Brandalucioni, ed accidenti parte ridicoli,
> parte tremendi che vi si vedono, IV, 265.
> 
> CAPOBIANCO. Capo dei carbonari in Calabria, VI, 29. Perisce, e come,
> 134.
> 
> CAPO D'ISTRIA. Famiglia nobile in Corfù, favorevole ai Russi, IV, 286.
> 
> CAPRARA, cardinale. Conclude un concordato a nome del papa per la
> repubblica Italiana, V, 258. Sua lettera al papa, VI, 155.
> 
> _Capua._ Assediata dai Francesi, IV, 158. È loro consegnata, 166.
> 
> CARACCIOLI, _Francesco_, principe. Giustiziato in Napoli e perchè, V,
> 47.
> 
> CARAFFA, _Ettore_, principe di Ruvo, fuoruscito Napolitano: sue qualità,
> IV, 167. Sua spedizione in Puglia, 196. Preso, condotto a Napoli, e
> punito coll'ultimo supplizio; suo estremo coraggio, V, 47.
> 
> _Carbonari._ Si sollevano in Genova contro i novatori, e conservano
> l'antico stato, III, 142.
> 
> _Carbonari._ Setta nel regno di Napoli, come nata, suoi riti e fini, VI,
> 29. Perseguitati dal re Giovacchino, 131.
> 
> _Cardinali._ Come trattati, III, 335.
> 
> CARLETTI, conte. Inviato a Parigi dal granduca di Toscana, I, 249.
> Conclude la pace, 258. Suo discorso al consesso nazionale, e risposta
> del presidente, _ivi_. Rivocato e perchè, II, 8.
> 
> CARLO, arciduca, Ved. _Arciduca_.
> 
> CARLO EMANUELE, re di Sardegna. Assunto al trono, sue qualità, ed in
> quale stato trovi il regno, II, 159. Manda il conte Balbo suo
> ambasciatore a Parigi, 161. Offerte che gli fa la Francia per
> congiungerselo in amicizia, 167. Suo procedere e suoi fini con
> Buonaparte, e colla Francia, III, 176. Suo trattato colla Francia, 186.
> Congiure e sollevazioni in Piemonte e come vi rimedia, 194. Doma i
> sediziosi, 203. Sue condizioni nel 1798, IV, 65. Come risponda
> all'ambasciator di Francia, 70. Sua costanza e suo editto contro i
> novatori, 76. La repubblica Ligure gli dichiara la guerra e perchè, 98.
> Cessa la guerra e perchè, 109. I Francesi gl'invadono ostilmente il
> regno, 132. Sua prima potestà, 135. Sua rinunzia al regno, 137. Parte
> dal Piemonte e sua illibatezza nel partire, 142. Sua seconda protesta,
> 144. Sua abdicazione in favore del fratello, V, 245.
> 
> _Carmagnola_, città del Piemonte. Si solleva contro i Francesi; crudeltà
> che commettono i suoi abitanti e come ne sono puniti, 260.
> 
> CAROLINA, regina di Napoli. Suo sdegno contro i novatori, I, 271.
> Pacifica il regno col consolo e come, V, 189. Tratta con Napoleone, e di
> che, VI, 127. Viene in sospetto degli Inglesi, 130 e 225. Come risponda
> all'intimazione di Bentink, 226. Si ritira da Palermo e perchè, 228. Va
> ad abitar Castelvetrano, e perchè, 233. Suo tentativo per riassumere
> l'autorità, _ivi_. Costretta dagl'Inglesi ad abbandonar la Sicilia,
> arriva a Vienna, e muore: sue qualità, 236.
> 
> _Carrosiani._ Assaltano le truppe regie in Piemonte, IV, 94. Fanno un
> moto nella Fraschea, e macello che ne segue, 112.
> 
> _Carrosio._ Nido di repubblicani Piemontesi, IV, 294. Preso, poi
> abbandonato dai regj, 296.
> 
> CARTEAU. Generale contro i Marsigliesi, I, 173.
> 
> CASABIANCA. _Ved._ SALICETI.
> 
> _Cassano_, battaglia di, IV, 246.
> 
> _Casteggio_, battaglia di, V, 136.
> 
> _Castel-Bolognese_, restituito ai Bolognesi, II, 65.
> 
> CASTELCICALA (principe di). Membro di una giunta sopra le congiure di
> Napoli, I, 271.
> 
> CASTELLENGO, conte, vicario di polizia a Torino. Sue qualità, III, 192.
> Mandato a Grenoble, e che vi fa, IV, 214.
> 
> _Castello di Milano._ Si arrende ai Francesi, II, 62.
> 
> _Castiglione_, battaglia di, II, 101 e 108.
> 
> CATERINA DI RUSSIA. Stimola alla guerra contro la Francia, I, 76.
> 
> _Cattaro_ (bocche di). In potere dell'Austria, III, 260.
> 
> _Cenisio_, monte. Sua descrizione, I, 202. Preso dai Francesi, 203.
> 
> CERVONI. Suo detto all'imperator Napoleone, e risposta di lui, V, 273.
> 
> CHABOT, generale di Francia, difende Corfù, e le altre possessioni
> Ioniche contro gli alleati, IV, 286. Ricusa le offerte infami di Alì
> pascià di Iannina, 287. Difende egregiamente Corfù, 296. Poi è costretto
> alla resa, 301.
> 
> _Chambery._ Buona natura del suo popolo, I, 97.
> 
> CHAMPIONNET, generalissimo di Francia in Roma, respinto dai Napolitani,
> IV, 42. Poi gli respinge, 150. Gli scaccia del tutto e riconquista Roma,
> 155. Marcia contro Capua, 158. Condizione pericolosissima in cui si
> trova, 165. Suo accordo coi deputati del regno, 166. I lazzaroni usciti
> da Napoli lo combattono aspramente e lo mettono in gravissimo pericolo,
> 168. Pure finalmente gli vince, 173. Assalta e prende Napoli, 177. Vi
> crea un governo provvisorio, 178. Sue operazioni per consolidare la sua
> impresa, 182. Rivocato, e perchè, 190. Preposto all'impresa contro il
> Piemonte superiore, 356 e 377. È vinto a Savigliano, 383. Muore a Nizza,
> 391.
> 
> CHASTELER, generale d'Austria. Ha principal parte nella vittoria di
> Cassano ed in qual modo, III, 247. Mandato in ajuto dei Tirolesi, VI,
> 82.
> 
> CHIARAMONTI, cardinale e vescovo d'Imola. Sua omelia in lode della
> democrazia, III, 227. Creato papa, V, 161. _Ved_. Pio VII.
> 
> _Chiusella_, battaglia della, IV, 132.
> 
> CICCONE, frate. Trasporta il Vangelo in volgar Napolitano e perchè, V,
> 18.
> 
> CICOGNA, provveditore dei Veneziani a Salò. Lodato e perchè, III, 55.
> 
> CICOGNARA, ministro di Cisalpina a Torino, IV, 67. Che scritto porga
> all'ambasciator di Francia Ginguenè, 85.
> 
> CIMAROSA, _Domenico_. Carcerato in Napoli e perchè, liberato e da chi,
> V, 50.
> 
> CIRILLO. Suo supplizio in Napoli, e sua virtù, V, 41.
> 
> _Cisalpina_, repubblica. Sua creazione, III, 217. Festa magnifica per
> questa creazione nel campo del Lazzaretto, 220. Suoi decreti 224. Fa
> chiudere la società di pubblica istruzione 225. Le potenze la
> riconoscono ed essa invia ministri presso le medesime 233 e 235. Suo
> trattato d'alleanza colla Francia, IV, 47. Sua constituzione
> violentemente riformata da Trouvé e da Rivaud agenti di Francia, 53 e
> 58. Sdegni prodotti da queste riforme, 57. Invasa, e distrutta dai
> confederati, 252. Ristabilita dal primo consolo, V, 134. Chiamata quindi
> Repubblica Italiana, 234. Poi Regno Italico, 277.
> 
> _Cisalpini_. Come giudicati da Buonaparte, III, 184. Fanno un moto
> contro il papa, 234. Vedi _Italiani_.
> 
> _Cispadana_, repubblica, II, 153 e 210. Suo congresso, 212. Arma
> soldati, 214. Sue lettere a Buonaparte e risposta di lui, 215.
> 
> _Cittadella_ di Torino, rimessa ai Francesi, IV, 109 e 111. Pericolosi
> disordini sotto le sue mura, 117. Schifosa mascherata che n'esce, 119.
> Presa dagli alleati, 275.
> 
> CLARKE. Mandato dal Direttorio in Italia e con quali fini, II, 167.
> Tratta la pace col generale San Giuliano, ministro dell'imperatore, 208.
> Conclude un trattato d'alleanza col re di Sardegna, III, 186.
> 
> CLAUZEL, generale di Francia. Tratta l'abdicazione del re di Sardegna,
> IV, 137. Sua condiscendenza verso la famiglia reale, 138.
> 
> CLEMENT, generale francese. Difende Cuneo contro gli alleati, IV, 392,
> s'arrende, 393.
> 
> _Clero_, alto. Suoi costumi in Francia nel 1789, I, 62.
> 
> COLEGNO (cavalier di) comandante di Chambery. Sue qualità, I, 93.
> 
> COLLI, generale del re di Sardegna. Come si ritiri, II, 207 e 339,
> generale del pontefice. Vinto al Senio, 285 e 294, si ritira dietro a
> Foligno, 298.
> 
> COLLOREDO _Luigi_, cappuccino, predica in Verona contro i forestieri,
> III, 84. Dannato all'ultimo supplizio e sua costanza, 96.
> 
> _Conclusione_ dell'opera, VI, 304.
> 
> _Concordato_ tra il consolo e Pio settimo, IV, 193. Altro tra il
> presidente della repubblica Italiana e Pio settimo, 258. Altro concluso
> a Fontainebleau, VI, 249.
> 
> CONDULMER. Preposto alla difesa delle lagune di Venezia, II, 200. Come
> pensi di dette difese, III, 116.
> 
> _Confederati._ Vedi _Alleati_.
> 
> _Confederazione_ (festa della) a Milano, III, 220. Nuova contro la
> Francia, e sue cagioni, IV, 5, 37, 224, e V, 310.
> 
> CONFORTI. Suo supplizio in Napoli, V, 43.
> 
> _Consiglio_ supremo creato da Suwarow in Piemonte, sue operazioni, IV,
> 171.
> 
> CONSOLO, primo. (_Ved._ BUONAPARTE). Sue arti maravigliose dopo la sua
> creazione, V, 79. Scrive al re d'Inghilterra, 84. S'accorda
> coll'imperator Paolo, 86. Come animi i soldati alla guerra contro
> l'Austria, 90. Suoi discorsi in Ginevra, 120. Suo mirabile passaggio del
> Gran San Bernardo, _ivi_ e seg. Vince a Marengo, 140. Suoi ordinamenti
> circa l'università di Pavia, 151. Crea governi provvisorj in Cisalpina,
> a Genova, ed in Piemonte, 151, 152 e 153. Unisce parte del Piemonte alla
> Cisalpina, 157. Accarezza papa Pio settimo, 163. Fa la pace
> coll'Austria, 190. E con Napoli, 191. Suo concordato con Pio settimo,
> 193. Altro concordato, 238. S'avvicina al compimento del suo supremo
> desiderio, 260. È chiamato imperatore, 262. _Ved._ NAPOLEONE.
> 
> _Consulta_ creata a Roma da Napoleone. Da chi composta e sue operazioni,
> VI, 93 e 105.
> 
> CONTINO, accusato d'assassinio. L'ambasciatore di Francia a Torino
> domanda la sua liberazione e perchè, V, 83.
> 
> _Corfiotti._ Come ricevano i Francesi, III, 267. Si sollevano contro di
> loro, IV, 288.
> 
> _Corfù_, isola. Viene in poter del Francesi, III, 264. Sette ed umori in
> essa, 270. Assaltata dai Turchi e Russi, IV, 286 e 296. Si arrende, 301.
> Come ordinata in repubblica sotto tutela della Porta Ottomana, V, 167.
> 
> CORNER. Legato per Venezia a Buonaparte, III, 44.
> 
> _Corsica._ Disegni degli alleati e di Paoli sopra di lei, I, 128. Si
> solleva contro i Francesi, 146. Sua constituzione, 227. Esorbitanze dei
> Corsi contro i Genovesi, 229. Si sollevano contro gl'Inglesi e gli
> cacciano, II, 136.
> 
> CORSINI _don Neri_, mandato dal Gran Duca di Toscana come ministro a
> Parigi in vece del Carletti, II, 9.
> 
> CORVETTO. Membro del governo riformato di Genova mandato a Buonaparte,
> III, 168. Presidente. Sue qualità, 174. Suo complimento a Napoleone, V,
> 295. Fatto consiglier di stato, _ivi_.
> 
> _Cosseria_ (fatto d'arme di) I, 326.
> 
> COSTA, cardinale, arcivescovo di Torino. Consiglia la pace al re, I,
> 346.
> 
> _Crema_, fatta ribellar dai Francesi, III, 49.
> 
> _Cuneo._ Assediato, e preso dagli alleati, IV, 392 e 393.
> 
> CUNEO, prete repubblicano, III, 161.
> 
> D
> 
> _Dalmazia_ (crudeltà della guerra in) V, 344.
> 
> DALPOZZO, uno della consulta di Roma. Come giustifichi i giuramenti
> prescritti agli ecclesiastici, VI, 109.
> 
> DAMAS, conte Ruggiero di. Sbarca ad Orbitello con truppe Napolitane, IV,
> 150. Costretto a ritirarsi combatte, capitola con onore, e si rimbarca,
> 156. Si accosta al cardinale Ruffo a rinstaurazione della potestà regia
> in Napoli, V, 8. Sua guerra in Toscana e come respinto da Pino, 187.
> 
> DANDOLO, municipale di Venezia, III, 254. Sue promulgazioni in Dalmazia,
> V, 344.
> 
> DASTROS (affare di) vicario generale della diocesi di Parigi, VI, 163.
> 
> DAUNOU. Mandato a dar una constituzione a Roma, III, 336.
> 
> DAVIDOWICH, generale d'Austria. Caccia i Francesi dall'alto Tirolo, II,
> 230. Vince a Galliano, 231. Sua lentezza dopo la vittoria, molto fatale
> all'Austria, 253 e 260.
> 
> DE ANGIOLI, presidente a Verona. Come risponda a Buonaparte, III, 286.
> 
> DEGERANDO. Membro della giunta in Toscana e quello che vi fa, VI, 14.
> Membro della consulta in Roma, dà favore alla Propaganda, 117.
> 
> _Dego_ (battaglia del) I, 331.
> 
> _Deposizione_ dei principi, fatta dai papi, come spiegata da Pio
> settimo, VI, 147.
> 
> DESAIX, generale di Francia, ucciso a Marengo, V, 146.
> 
> DEVINS. Generalissimo degli alleati in Piemonte, sue qualità e disegni,
> I, 130. Vince a San Giacomo, ed a Melogno, 265. Sue disposizioni per la
> battaglia di Loano, 292. Afflitto da grave malattia lascia l'esercito,
> 294. Rivocato con surrogazione di Beaulieu, 305.
> 
> D'EYMAR, ambasciatore di Francia a Torino invece di Ginguenè, IV, 126.
> 
> _Dieta_ militare convocata dai Francesi prima della battaglia di Novi, e
> pareri che vi sorgono, IV, 361. Simile, convocata nella medesima
> occasione dai confederati, e pareri che vi sorgono, 365.
> 
> _Direttorio_ Cisalpino. Riformato da Trouvé, IV, 58. Costretto dai
> confederati a lasciar Milano, 254.
> 
> _Direttorio_ Francese. Come risponda alle proposte di pace fatte
> dall'Inghilterra, I, 302. Sua domanda al senato Veneziano rispetto al
> conte di Lilla, 309. Si risolve del tutto all'invasione d'Italia, 315.
> Suoi disegni sopra di lei e suo desiderio di rapina, _ivi_ e II, 7.
> Ordina lo spoglio dei capi d'opera di belle arti in Italia, 16.
> Condizioni di pace che vuol imporre al pontefice, 154. Taccia a torto la
> fede Italica, 156. Fa pace con Napoli e con Parma, _ivi_ e 158. Come
> risponda all'ambasciator di Sardegna, 161. Suo trattato con Genova, 165.
> Offerte che fa al re di Sardegna per congiungerselo in alleanza, 167.
> Offerte che fa all'Austria per aver la pace con lei, _ivi_. Con qual
> fine proponga un trattato d'alleanza a Venezia, 173. Come senta il
> rifiuto di lei di entrar in quest'alleanza, 182. Opera rivoluzioni nella
> terraferma Veneta, e con qual fine, III, 33. Suo trattato d'alleanza col
> re di Sardegna, 186. Fa il diciotto fruttidoro, 242. Suo costume nei
> paesi conquistati, IV, 46. Suo trattato d'alleanza colla Cisalpina, 47.
> Sua riforma nella costituzione Cisalpina, e sdegni che ne nascono, 53.
> Sue ragioni, 61. Sue risoluzioni rispetto al Piemonte, 89. Mutazione
> fatta in lui dopo le rotte d'Italia nel 1799, 353. Suoi nuovi pensieri
> circa l'Italia, 355. Distrutto da Buonaparte, V, 77.
> 
> _Discolato_, che cosa fosse in Lucca, I, 52.
> 
> _Doge_ di Genova. _Ved._ Durazzo.
> 
> _Doge_ di Venezia, III, 106. Suoi sentimenti nell'ultima fine della
> repubblica, 109.
> 
> _Dolceacqua._ Preso dai Francesi, I, 194.
> 
> DONATO (censore). Mandato dal senato Veneziano a Buonaparte, III, 70.
> Come gli parli, e quale risposta ne ottenga, 101. Suoi maneggi per
> cambiare il governo Veneto, 116.
> 
> DORIA (_Andrea_). Sua statua atterrata dai novatori, III, 158.
> 
> DORIA (_Filippo_). Uno dei capi della rivoluzione in Genova, III, 137.
> Ucciso e come, 143.
> 
> DRAKE, ministro d'Inghilterra a Genova. Sue superbe intimazioni ai
> Genovesi, I, 161 e 223.
> 
> DUHESME, generale di Francia. Sua spedizione in Puglia, IV, 197.
> Combatte nella battaglia di Savigliano, 389.
> 
> DUMAS, generale di Francia, prende il Moncenisio, I, 203.
> 
> DUPHOT, generale di Francia in Genova. Vince i sollevati, III, 166 e
> 169. Ucciso a Roma, come e da chi, 307.
> 
> DUPONT, generale Francese. Come combatta alla battaglia del Mincio, V,
> 180.
> 
> DURAZZO, doge di Genova. Va a Milano, V, 287. Suo discorso a Napoleone
> per domandar l'unione di Genova alla Francia, 292.
> 
> DUTILLOT, primo ministro in Parma. Sua buona amministrazione, e sue
> lodi, I, 36.
> 
> E
> 
> _Eccessi_ dei repubblicani e degli imperiali sui territori Genovese, e
> Piemontese, I, 298 e 336. E nella terraferma Veneta, 187 e 195.
> 
> _Egitto_ (spedizione d'), IV, 9.
> 
> _Elba_, isola, occupata dagl'Inglesi, I, 132. Poi perduta, II, 136.
> Ultimo asilo di Napoleone, VI, 285.
> 
> ELISA, sorella di Napoleone. Nominata principessa di Lucca e Piombino,
> V, 300. Governatrice di Toscana, VI, 16.
> 
> ELLIOT, vicerè in Corsica per parte dell'Inghilterra, I, 227. Sue
> esortazioni ai Corsi, 228. Obbligato ad abbandonar l'isola, II, 136.
> 
> _Emilia_ (l'). Si muove a libertà, II, 147. A qual fine siano
> indirizzati i suoi moti, 210. Umori che vi regnano, 211.
> 
> EMILII (_degli_), conte Francesco da Verona. Qual carico abbia avuto dai
> Veneziani, III, 53. Muove i Veronesi contro i Francesi, 81. Condannato
> all'ultimo supplizio, 97.
> 
> EMMA LIONA _Hamilton_, a Napoli, V, 37 e 119.
> 
> ENTRAIGUES (conte d'), agente del conte di Lilla, I, 312. Fatto
> arrestare, poi rilasciare da Buonaparte, e perchè, III, 246 e 247.
> 
> ERCOLE RINALDO, duca di Modena. Sue qualità, previdenza e maniera di
> governare, I, 55. Come trattato, II, 15. Se gl'invola un suo tesoro in
> Venezia, III, 276.
> 
> ERIZZO, provveditore dei Veneziani a Verona, III, 53.
> 
> _Esercito_ Francese in Italia. Sue minacce contro i nemici del governo
> repubblicano in Francia, III, 241.
> 
> ESNITZ, generale d'Austria. Come combatta nella battaglia di Savigliano,
> IV, 388. Sua guerra in Liguria, V, 98. Suoi errori nella battaglia di
> Marengo, 143 e 149.
> 
> EUGENIO, _Beauharnais_, creato vicerè d'Italia, V, 280. Suo manifesto
> contro gli Austriaci, 315 e VI, 70. Regge l'esercito Francese ed
> Italiano in Italia, _ivi_. È vinto a Sacile, 77. Vince sulla Piave, 85.
> Ed a Giavarino, 90. Tentativi de' suoi aderenti per farlo nominare re
> d'Italia, 253. Sue titubazioni circa l'independenza d'Italia, 256. Come
> prepari la guerra, 262. Male disposizioni degl'Italiani verso di lui,
> 271. Sua convenzione di Rizzino-Schiarlino, 287 e 289. Aspira
> inutilmente al regno d'Italia, 289. Parte per la Baviera, 299.
> 
> EYMAR. _Vedi_ D'EYMAR.
> 
> F
> 
> FAIPOULT, ministro di Francia a Genova. Favorisce i novatori, III, 136.
> Sue insinuazioni al senato Genovese, 141. Scusa i Genovesi presso a
> Buonaparte, 146. Poi gli accusa, 147. Vuole che si riformi lo stato in
> Genova, 148. Si lagna di Serra, uno dei membri del Governo, 172.
> Cambiato con Sottin, 175. Mandato commissario a Napoli e che vi faccia,
> IV, 188. Cacciato da Championnet, _ivi_. Vi torna, 190.
> 
> _Febbre gialla_ di Livorno. Sua descrizione, V, 248.
> 
> FEDERIGO GUGLIELMO, re di Prussia. Sue deliberazioni rispetto alla
> Francia, I, 77. Fa la pace con lei, 261. Vinto da Napoleone, VI, 5.
> 
> FERDINANDO, duca di Parma. Sue qualità, I, 38. Suo trattato di tregua
> con Francia, II, 20. Sua pace con la medesima, 158.
> 
> FERDINANDO, granduca di Toscana. Sue deliberazioni rispetto alla
> Francia, I, 80. Fa accordo, ed assicura la sua neutralità con lei, 246.
> Manda il conte Carletti suo inviato a Parigi, 249. Allegrezze in Toscana
> per la pace, 250. Manda don Neri Corsini a Parigi in vece del Carletti,
> II, 8. Ree intenzioni di Buonaparte sopra di lui, 85.
> 
> FERDINANDO, re di Napoli. Opinioni e vicende nel suo regno, I, 30, 213,
> 270 e segg. Sue deliberazioni rispetto alla Francia, 79. Sue
> preparazioni di guerra contro di lei, II, 77. Sua tregua con la
> medesima, 81. Sua pace, 156. Suo desiderio di acquistar nuovi paesi, e
> quali, III, 216. Suo trattato colla Francia, IV, 34. Si risolve alla
> guerra contro di lei, 38. Suoi ordinamenti guerrieri, 41. Entra
> trionfando in Roma, 44. È costretto a lasciarla, 155. Ed a partire da
> Napoli per la Sicilia, 162. Sollevazioni terribili nel regno, 164. Ed in
> Napoli stessa, 168. Sue speranze per ricuperare il regno, e suoi
> trattati colle potenze, V, 6. Sua pace col consolo, 191, e 192. Suo
> trattato con Napoleone, 314. Napoleone gli toglie il regno, e perchè,
> 324 e 326. Parte per la Sicilia, 329. Nomina il suo figliuolo vicario
> generale del regno, VI, 228. Suo tentativo per riassumere l'autorità,
> 233.
> 
> _Ferrara._ Occupata dai Francesi, II, 67. Si muove a stato popolare,
> 153.
> 
> FERRI, _Marco_, discorso di Melchiorre Gioja sotto questo supposto nome
> diretto contro Trouvé ambasciatore di Francia in Cisalpina, IV, 54.
> 
> _Feudi imperiali._ Si sollevano contro i Francesi, II, 70.
> 
> FIORELLA, generale di Francia, difende la cittadella di Torino, IV, 275.
> Si arrende, 276.
> 
> _Fombio_, (battaglia di), I, 363.
> 
> FONSECA, _Eleonora_. Suo monitore Napolitano, V, 17. Sue virtù,
> supplizio e coraggio, 46.
> 
> FOSCARINI, provveditor generale dei Veneziani in terraferma, II, 42.
> Minacciato aspramente da Buonaparte, e quel che gli restava a fare, 54.
> Quello che fa, 58.
> 
> FRANCESCO, imperator d'Alemagna. Sue deliberazioni rispetto alla
> Francia, I, 77. Esortazioni de' suoi ministri al senato Veneziano, 112.
> Vuol ricuperare le sue possessioni d'Italia, II, 90. Fa la pace colla
> Francia a Campoformio, III, 249. Ed a Luneville, V, 190. Ed a Presburgo,
> 325. Prepara una nuova guerra contro a Napoleone, VI, 66. Forzato ad
> accettar la pace a Vienna, 91. Sua risposta ai deputati del regno
> d'Italia, 200.
> 
> _Francesi._ Loro modo di guerreggiare rispetto a quel degli Austriaci,
> III, 28. Loro benevolenza verso i repubblicani Italiani ricoverati in
> Francia, IV, 278.
> 
> _Francia._ Stato, opinioni ed inclinazioni di questo paese nel 1789, I,
> 59. Opinioni e rimproveri vicendevoli delle due parti contrarie, 85.
> Stato degli animi in Francia, dopo le rotte d'Italia nel 1799, IV, 353,
> V, 71. Stato della religione cattolica in Francia, V, 94. Parlari
> tendenti all'assunzione del consolo alla dignità imperiale, 260.
> 
> _Fraschea_ (fatto orribile della), IV, 112.
> 
> FRESIA, generale Piemontese, combatte con valore, ed è fatto prigioniero
> nella battaglia di Cassano, IV, 251. Difende Genova contro Bentink, VI,
> 281. Costretto ad arrendersi, 283.
> 
> FROELICH, generale d'Austria. Come combatta nella battaglia di Novi, IV,
> 372. Fa guerra nella Romagna, V, 53. Pena al sottoscrivere all'accordo
> fatto coi Francesi in Roma, e perchè, 54. Va all'assedio d'Ancona, 55 e
> 65. La prende, 69.
> 
> _Fuorusciti Francesi._ Loro fuga compassionevole dalla Savoja, I, 77 e
> 103.
> 
> _Fuorusciti Sardi._ Come trattati da Buonaparte, II, 86.
> 
> _Fuorusciti Napolitani._ Come trattati da Murat, V, 222.
> 
> G
> 
> GABBRIELLI, cardinale, segretario di stato del papa. Arrestato per
> ordine di Napoleone, e perchè, VI, 56.
> 
> _Gaeta._ Presa dai Francesi, IV, 158. Assediata dai Francesi, V, 330.
> 
> GAMBONI, patriarca di Venezia. Suo parlare adulatorio a Napoleone, VI,
> 10.
> 
> GARAT, ambasciatore di Francia a Napoli, IV, 30. Suo discorso al re,
> _ivi_. Conclude un trattato con lui, 35. Rivocato, 36.
> 
> GARDANNE. Difende Alessandria contro gli alleati, IV, 340. Obbligato ad
> arrendersi, 343. Combatte valorosamente a Caldiero, V, 319.
> 
> GARNIER. Difende Roma contro gli alleati, V, 53. Capitola onorevolmente,
> 54.
> 
> GAST, colonnello di Francia. Come difenda Tortona dagli alleati, IV,
> 379. Si arrende, 380.
> 
> _Genova._ Natura del suo governo, e de' suoi popoli, I, 51. Paragone tra
> Venezia e Genova, 52. Sue deliberazioni dopo l'invasione di Nizza fatta
> dai Francesi, 127. E dopo le intimazioni di Drake, ministro
> d'Inghilterra, 161. In pericolo, II, 163. Insultata dagl'Inglesi, 164.
> Si getta alla parte Francese, 163. Suo trattato colla Francia, _ivi_.
> Insidiata da Buonaparte, III, 135. Sommossa in lei, 137. Battaglie
> feroci dentro le sue mura, 142. Perplessità del senato, 146. Suo
> manifesto ai sudditi, 148 e 152. Delibera che si muti lo stato, e manda
> a questo fine legati a Buonaparte, 152. Si fa la mutazione, e quale,
> 153. Umori e sette, 159 e 166. Suo corpo municipale, 162. Semi di
> discordia, 163. Atto condannabile del suo governo, 164. Sua
> constituzione, 173. Sua descrizione, V, 106. Difesa da Massena, ed
> oppugnata dagli alleati, 107. Estremità a cui è ridotta, 111. Si
> arrende, 116. Mossa a cose nuove da Napoleone, 290. Domanda la sua
> unione a Francia, 292. Gran festa per l'arrivo di Napoleone, 296.
> Governo provvisorio creatovi da Bentink, VI, 283. Sua protesta, 300.
> Data al re di Sardegna, 301.
> 
> GENTILI, generale per Francia. Sbarca in Corsica, e ne caccia
> gl'Inglesi, II, 129 e 134. Mandato ad occupar Corfù, III, 266.
> 
> _Gesuiti._ Perchè soppressi, I, 10. Come piegarono la religione, 57.
> Loro astute insinuazioni, V, 305. Ristaurati nel regno di Napoli, 307.
> 
> GIANNI, poeta. La Cisalpina gli dà la naturalità, III, 236.
> 
> _Giavarino_ (battaglia di), V, 90.
> 
> GINGUENÉ, ambasciatore di Francia a Torino, IV, 68. Suo discorso al re,
> 69. Domanda un indulto a favor dei novatori, 90. Vuol far rivocare il
> conte Balbo da Parigi, 92. Sue querele sul passo preso dai regj sulle
> terre della repubblica Ligure, 96. E sulla condotta del governo
> Piemontese, 99. Conclude un indulto col ministro del re, 102. Domanda al
> re la cittadella di Torino, 103. Domanda il cambiamento dei ministri
> regj, 122. Scena ridicola in sua casa, 124. È rivocato, 126. Sue
> qualità, _ivi_.
> 
> GIOVANELLI, provveditor dei Veneziani a Verona, III, 53. Pattuisce per
> Verona coi Francesi, 93.
> 
> GIULIANI, municipale di Venezia, III, 254.
> 
> _Giunta._ Sopra le congiure in Napoli, e suo procedere, I, 271. In
> Toscana, e sue operazioni, VI, 14.
> 
> _Giuramenti_, prescritti da Napoleone nelle Marche, e loro effetti, VI,
> 57. Ed in Roma, e quali lagrimevoli effetti ne seguono, 108 e segg.
> 
> GIUSEPPE II, imperatore d'Alemagna. Sue lodi, ed utili riforme fatte da
> lui, I, 12. Papa Pio sesto il va a trovare a Vienna, 14.
> 
> GIUSTINIANI, _Angelo_. Sue generose risposte a Buonaparte, III, 113.
> 
> GIUSTINIANI, _Leonardo_. Mandato dai Veneziani legato a Buonaparte, III,
> 70. Come gli parli, e risposta che ne ottiene, 100.
> 
> GOVEANO, giustiziato in Piemonte, e perchè, III, 206.
> 
> _Governo provvisorio_ in Piemonte, IV, 140. Sue operazioni, 214. Domanda
> l'unione del Piemonte alla Francia, 219. Sua bella provvisione circa
> l'università degli studj, V, 158.
> 
> _Governo provvisorio_ in Napoli, e sua condizione, IV, 178. Che faccia
> all'approssimarsi dei regj, V, 13.
> 
> _Governo provvisorio_ in Genova. Sue deliberazioni, V, 158.
> 
> _Grecia_ (guerra in), IV, 285.
> 
> GRENIER, generale di Francia. Come combatta nella battaglia di
> Savigliano, IV, 386.
> 
> _Grotta-ferrata_ (convento di). Conservato dalla Consulta di Roma e
> perchè, VI, 116.
> 
> GROUCHY. Sue operazioni in Piemonte, IV, 130. Sottomette gli Acquesani
> insorti, 221. Ferito e preso nella battaglia di Novi, 375.
> 
> GUIDOBALDI, Membro di una giunta sopra le congiure di Napoli, I, 271.
> 
> H
> 
> HADDICK, generale austriaco. Suo valore alla battaglia di Marengo, V,
> 142.
> 
> HAQUIN, generale di Francia. Si trova fra i sollevati di Pavia, e come
> n'è trattato, II, 30.
> 
> HAUTEVILLE, conte, ministro del re di Sardegna. Congedato e perchè, II,
> 161.
> 
> HERNEY, ministro d'Inghilterra in Toscana. Sue superbe intimazioni al
> Granduca, I, 160.
> 
> HILLER, generale austriaco, invade l'Italia, VI, 259.
> 
> HOFER, _Andrea_, tirolese. Sue virtù, VI, 79. Incita i suoi compatriotti
> contro Napoleone, ed in favor di Francesco, 80 e 92. Preso dai
> Napoleoniani, 93. Morto da loro, _ivi_.
> 
> HOHENZOLLERN, generale d'Austria. Sua guerra nel Modenese contro
> Macdonald, IV, 317. Ed in Liguria, V, 96 e 109. Forma un governo
> provvisorio e raffrena le vendette in Genova, 117.
> 
> HOMPESCH, gran maestro dell'ordine di Malta. Come ceda l'isola ai
> Francesi, IV, 17.
> 
> HOTHAM, viceammiraglio d'Inghilterra. Vince i Francesi al capo di Noli,
> I, 257.
> 
> I
> 
> IMPERATORE _dell'Allemagna_. Ved. FRANCESCO.
> 
> IMPERATORE _dei Francesi_. Ved. NAPOLEONE.
> 
> IMPERATORE _di Russia_. Ved. PAOLO E ALESSANDRO.
> 
> _Incoronazione_ di Napoleone, come imperatore dei Francesi, V, 262. Come
> re d'Italia, 288.
> 
> _Instituzione_ canonica dei vescovi. Pareri e discussioni diverse
> intorno alla medesima, V, 196 e seg. VI, 178 e 183.
> 
> _Italia._ Specchio del suo stato nel 1789, I, 56. Parti, sette e fazioni
> che vi regnavano, 138. Si appropinquano le sue calamità, 313. Spoglio di
> lei, II, 16 e 66. Calunnie di alcuni agenti di Francia contro i suoi
> principi, 89. Nuovi pensieri che vi sorgono per le vittorie dei
> Francesi, 138. Moltiformi maniere di rubar lei ed i soldati, 217. In
> quale stato la lasci Buonaparte, III, 252. Pensieri che vi nascono per
> le riforme violente fatte nella Cisalpina da Trouvé e da Rivaud, IV, 62.
> Miserie incredibili, VI, 16.
> 
> _Italiani_ s'appresentano a Napoleone per chiamarlo loro re, V, 275.
> Loro nuove adulazioni verso lui, VI, 9.
> 
> J
> 
> JOUBERT. Combatte valorosamente a Rivole, II, 274. Suoi fatti in Tirolo,
> III, 21. Combattuto ed accerchiato dai nemici, come e dove si ritiri,
> 23. Invade il Piemonte e procura l'abdicazione del re, IV, 132. Rivocato
> dall'Italia e perchè, 226. Rimandatovi dopo le rotte del 1799, suoi
> pensieri rispetto a lei, 356. Arriva al campo di Liguria e sua modestia,
> 358. Vuol combattere e convoca una dieta militare per deliberare, 361. È
> ucciso nella battaglia di Novi, 368.
> 
> _Judenburgo_ (tregua di) III, 31.
> 
> JUNOD. Mandato da Buonaparte a fare un violento uffizio a Venezia, III,
> 62.
> 
> K
> 
> KEIM, generale d'Austria. Combatte valorosamente nelle battaglie di
> Verona, IV, 232. Prende la cittadella di Torino, 275. Come combatta
> nella battaglia di Savigliano, 390. Come combatta nella battaglia di
> Marengo, V, 141 e 149.
> 
> KEIT, ammiraglio d'Inghilterra, stringe d'assedio Genova, V, 108.
> 
> KELLERMAN, generalissimo di Francia sulle Alpi, e sue preparazioni di
> guerra, I, 134. Assedia Lione e s'oppone ai Piemontesi, 169. Gli
> respinge, 171. Sue dispozioni sulla riviera di Ponente, 263. Combatte a
> San Giacomo ed a Melogno, 265. Si ritira a Borghetto, 268.
> 
> KELLERMAN, figlio. Suo valore nello stato romano e sue lodi, IV, 151. Fa
> capitolare il conte Ruggiero di Damas, generale dei Napolitani, e sua
> umanità, 156. Combatte con molto valore, e contribuisce efficacemente
> alla vittoria di Marengo, V, 142 e 146. Parole che gli dice il consolo
> dopo il fatto, e sua risposta, 148.
> 
> KERPEN, generale austriaco. Fa la guerra nel Tirolo, III, 20.
> 
> KILMAINE. Sua lettera in occasione della rivoluzione di Bergamo, III,
> 48. Sforza i Veronesi a capitolare, 95.
> 
> KLENAU, generale d'Austria. Romoreggia sul Po, IV, 237 e 242. Sua guerra
> nel Modenese contro Macdonald, 314. Suoi movimenti nella riviera di
> Levante, 383.
> 
> KRAY, Generale d'Austria in Italia, IV, 225. Vince a Verona, 232. Ed a
> Magnano, 239. Assedia Mantova, 259. Allarga l'assedio per cagione delle
> mosse di Macdonald nel Modenese, 314. Vi torna, l'oppugna gagliardamente
> e la prende, 344. Come combatta nella battaglia di Novi, 368. Lasciato
> da Melas sulle rive della Scrivia e della Bormida, e perchè, 384.
> 
> L
> 
> LACOMBE SAN MICHEL, generale di Francia in Corsica contro Paoli, I, 152.
> Ambasciatore di Francia a Napoli, IV, 36.
> 
> LAHARPE, generale Francese. Difende Vado, I, 265. È ucciso a Codogno e
> sue lodi, 365.
> 
> LAHOZ, generale cisalpino. Suo manifesto contro Venezia, III, 60. Volta
> l'armi contro i Francesi, e perchè, V, 59. Conduce i collettizi di
> Romagna contro Ancona, è ferito mortalmente, 66. Sue ultime parole e sua
> morte, _ivi_.
> 
> LALLEMAND, ministro di Francia a Venezia e suo ingresso, I, 221. Sue
> insinuazioni contro il duca di Modena, II, 16. Che cosa proponga al
> governo veneto, 173. Domanda al senato la cagione de' suoi armamenti e
> sue contradizioni, 204. Legge al senato lettere acerbissime di
> Buonaparte, III, 63. Fa, per mandato del medesimo, un violento uffizio
> al senato, 99.
> 
> LANDRIEUX. Sue rivelazioni sulle trame che si ordivano contro Venezia,
> III, 34.
> 
> LANNES. Occupa militarmente Genova, III, 173. Come combatta alla
> Chiusella, V, 132. Ed a Montebello ed a Marengo, 136 e 141.
> 
> LASALCETTE. Suo valore nella battaglia di Nicopoli, IV, 288. Come
> trattato dai Turchi, ed Albanesi, 290 e 295.
> 
> LATOUR-FOISSAC. Difende Mantova contro gli alleati, IV, 344. Obbligato
> ad arrendersi, 350.
> 
> LATTERMAN, generale austriaco. Sua guerra nella riviera di Ponente, V,
> 97.
> 
> LAUDON. Come combatta in Tirolo, III, 20. Romoreggia alle spalle dei
> Francesi, 23. Comparisce nel Bresciano, 31. Pressato nel Tirolo, come
> scampa, V, 185.
> 
> LAUGIER, capitano di una nave francese. Ucciso in Venezia, come e
> perchè, III, 90.
> 
> LAVALLETTE. Mandato da Buonaparte a fare un violento ufficio a Genova,
> III, 145.
> 
> LAZZARONI. Loro terribile sommossa in Napoli, e battaglia contro i
> Francesi in campagna, IV, 168. Vinti, combattendo di nuovo i Francesi in
> Napoli, 173.
> 
> LEBRUN, principe arcitesoriere. Ordina Genova alla francese, V, 292.
> 
> _Legazioni._ Si danno alla Cisalpina, III, 225.
> 
> _Legione calabra._ Suo coraggio indomabile, V, 24.
> 
> LEMARROIS. Porta i trofei di Arcole in Parigi. I, 263. Governator
> generale della Marca d'Ancona, VI, 54.
> 
> _Leoben_ (preliminari di) III, 31.
> 
> LEOPOLDO, granduca di Toscana. Sue lodi ed utili riforme fatte da lui,
> I, 17. Sua morte, ed effetti di lei, 76.
> 
> LERBACK (conte di). Muove i Tirolesi all'armi contro i Francesi, III,
> 21.
> 
> LEWASCHEW, generale russo in Italia, e con qual missione, V, 189.
> 
> _Leucio_, San. Singolare colonia fondata dal re Ferdinando di Napoli, I,
> 32.
> 
> _Libertini_, fanno una sommossa pericolosa in Genova, III, 137. Sono
> vinti dal popolo e come, 142.
> 
> LICHTENSTEIN principe di. Assedia e prende Cuneo, IV, 391 e 393.
> 
> _Ligure_, la repubblica. Dichiara la guerra al re di Sardegna, IV, 98.
> 
> _Linguadoca._ Moti in questa provincia contro il consesso nazionale, I,
> 168.
> 
> _Lione._ Si solleva contro il governo repubblicano, e suo assedio, I,
> 168. Si arrende ai repubblicani, e come trattato da loro, 176. Consulta
> cisalpina in detta città, V, 229.
> 
> LIPTAY, generale d'Austria. Vinto a Castiglione, II, 101. Combatte
> valorosamente a Rivole, 273.
> 
> _Lissa_, fazione navale di, VI, 240.
> 
> _Livorno._ Occupato dai Francesi, II, 84. Espilazioni, 85. Di nuovo
> occupato dai Francesi, IV, 229. Febbre gialla e sua descrizione, V, 248.
> 
> _Loano_, battaglia di, I, 292.
> 
> _Lodi_, battaglia del ponte di, I, 368.
> 
> _Lonato_, battaglia di, II, 98. Fatto mirabile accaduto a Buonaparte,
> 105.
> 
> _Lucca._ Natura del suo governo, e de' suoi popoli, I, 52. Sua
> rivoluzione, IV, 212. Cambiata da Napoleone, e data ad Elisa e
> Bacciocchi, V, 300.
> 
> LUCCHESINI, marchese. Suoi consigli al re di Prussia, V, 264. Deputato
> dal re di Prussia a Napoleone a Milano, 286.
> 
> _Lugo_, si solleva contro i Francesi, ed effetti di questa sollevazione,
> II, 67 e 69.
> 
> LUIGI XVI. Ved. _Francia_.
> 
> LUIGI XVIII. Accettato in grado di ospite dai Veneziani, e sua condotta,
> I, 219 e 309. Sua espulsione domandata al senato veneziano dal
> direttorio, 319. Come riceva questa nuova ingiuria della fortuna, 312.
> Dove si ritiri, _ivi_.
> 
> _Luneville_, pace di, V, 190.
> 
> LUSIGNANO. Generale austriaco, fatto prigioniero dai Francesi, II, 277.
> 
> M
> 
> MACDONALD. Combatte valorosamente nello stato romano, IV, 150. Assalta
> Capua invano, 165. Succede a Championnet nel governo dell'esercito in
> Napoli, 190. Suo manifesto contro la corte di Napoli, 207. Sua
> generosità verso i discendenti del Tasso, 210. Parte da Napoli per
> l'Italia superiore, 303. Arriva in Roma, 305. Vince alcune città
> sollevate in Toscana, ma non può sottomettere Arezzo, 309. Varca gli
> Apennini, ed entra nel Modenese, 313. Sue battaglie in questo paese
> contro Klenau, Hohenzollern e Otto, 315. Entra in Modena, 317. Si
> conduce a Piacenza, 321. Sua prima battaglia alla Trebbia, _ivi_.
> Seconda, 323. Terza, 327. Si ritira, 332 e 334. Sue qualità, 335. Suo
> mirabile passaggio della Spluga, V, 183. Suoi disegni in Tirolo, e come
> gli vengano rotti, 184. Occupa Lubiana, VI, 77.
> 
> MACK, generale del re di Napoli. Sua guerra nello stato romano, IV, 41 e
> 150. È vinto da Championnet e si ritira a Capua, 155. Poi a Napoli, 160.
> Finalmente al campo di Championnet, 169. È vinto da Napoleone in
> Germania, V, 318.
> 
> _Magliani_, battaglia di, I, 327.
> 
> _Magnano_, battaglia di, IV, 240,
> 
> _Maida_, battaglia di, V, 337.
> 
> MALMESBURY. Mandato dall'Inghilterra a trattar la pace in Francia, II,
> 208.
> 
> _Malo-Jaroslavetz_ (cimento terminativo di) fatale a Napoleone, VI, 245.
> 
> _Malta._ Presa dai Francesi, IV, 16. Presa dagl'Inglesi, V, 166.
> 
> MAMMONE, uomo crudele. Solleva la Campania contro i repubblicani, IV,
> 194 e V, 8.
> 
> MANHES, generale francese. Mandato dal re Giovacchino a pacificar le
> Calabrie, ottiene l'intento e per quali mezzi, VI, 131.
> 
> MANIN, Vedi _Doge di Venezia_.
> 
> MANTONÉ, ministro della repubblica partenopea. Come ordini la guerra
> contro il cardinale Ruffo, V, 19. Va contro il cardinale ed è vinto, 23.
> Suo supplizio in Napoli ed estremo coraggio, 45.
> 
> _Mantova_, sua descrizione, II, 119. Fazioni importanti sotto le sue
> mura, 125. Sua condizione miserabile al tempo dell'assedio, 291. Si
> arrende alle armi Francesi, 292. Oppugnata gagliardamente e presa dagli
> alleati, IV, 344.
> 
> _Marche_, unite al regno italico da Napoleone, V, 54.
> 
> _Maremme sanesi._ Loro descrizione e lavori fattivi dal gran duca
> Leopoldo, I, 21.
> 
> _Marengo_, battaglia di, V, 140. Festa a, 272.
> 
> MARESCALCHI. Inviato a Vienna della repubblica Cisalpina e sue qualità,
> III, 233. Inviato a Parigi, conclude un concordato per la repubblica
> Italiana, V, 258.
> 
> MARET, _Ugo_. Sue minacce al papa prigioniero in Savona, VI, 143.
> 
> MARMONT, mandato da Buonaparte in Cispadana e perchè, II, 214. Suo
> viaggio dalla Dalmazia a Gratz, VI, 88.
> 
> _Marsiglia._ Si solleva contro il governo repubblicano, ed in ajuto di
> Lione, II, 169. Presa e saccheggiata dai repubblicani, 174.
> 
> MARTIN, ammiraglio di Francia. Vinto dagl'Inglesi al Capo di Noli, I,
> 257.
> 
> _Mascherata_ molto schifosa, che esce dalla cittadella di Torino, e
> pericolo che nasce, IV, 119.
> 
> _Massa e Carrara_, ducato di. Occupato dai Francesi, II, 88.
> 
> MASSENA, generale di Francia. Sue qualità, I, 193. Prende il ponte di
> Nava, 197. Suo invito ai Piemontesi, 198. Con quali parole animi i suoi
> soldati, 293. Ha principal parte nella vittoria di Loano, 294. Vince
> Provera sulla Brenta, II, 238. Suo valore nella battaglia d'Arcole, 253
> e 258. Combatte ferocemente presso a Verona, 269, ed a Rivole, 273.
> Vince un fatto importante alla Ponteba ed a Tarvisio, III, 24.
> Rimproverato e disobbedito dai suoi ufficiali, 333. Mandato in Liguria
> dal consolo, V, 89. Come ordinato, 90. Come combatta fuori delle mura di
> Genova, 96 e 98. Come si difenda dentro, 107. Costretto alla resa, 116.
> Vince l'arciduca Carlo a Caldiero, 319.
> 
> MATHIEU, _Maurizio_. Suo valore nella guerra dello stato romano, IV,
> 154. Ferito a Capua, 166.
> 
> MATTEI, cardinale. Mandato dal pontefice a trattar la pace con
> Buonaparte, II, 300 e 301.
> 
> MAULANDI, capitano nelle truppe piemontesi. Sue lodi, I, 207.
> 
> MAURY, cardinale. Grave riprensione che gli fa il papa, V, 163.
> 
> MEDICI, ministro del re Ferdinando in Sicilia. Sue operazioni, VI, 216.
> Rinunzia e perchè, 222.
> 
> MELAS, generalissimo d'Austria in Italia, IV, 225. Vince a Cassano, 247.
> Entra vittorioso in Milano, 255. Vi frena le intemperanze popolari, 256.
> Con quale abilità contribuisca alla vittoria di Novi, 371. Vince a
> Savigliano, 386. Assedia Cuneo, 391. Ingannato da Buonaparte, V, 92 e
> 105. Suo bando ai Genovesi, 94. Sua guerra sulle riviere di Genova, 96.
> Stringe Genova, 102. Accorre alla difesa della Lombardia, 129 e 135. È
> vinto a Marengo, 140. Capitola della resa d'Italia superiore col
> consolo, 149.
> 
> _Melogno_ (battaglia di) I, 265.
> 
> MELZI, vicepresidente della repubblica italiana. Suo decreto ad
> esecuzione del concordato concluso con Roma, V, 258. S'appresenta a
> Napoleone cogl'Italiani per chiamarlo re d'Italia, 275.
> 
> MENARD, generale di Francia. Fa cessare colla sua prudenza un grave
> pericolo in Torino, IV, 121.
> 
> MENOU, generale francese, amministrator generale in Piemonte, V, 220.
> 
> MERENDA, commissario del sant'officio in Roma. Suo parere sul concordato
> del 1801, V, 207.
> 
> _Messina_ (congiure in) VI, 213.
> 
> MICHEROUX, generale del re di Napoli. Come contribuisca alla
> rinstaurazione della potestà regia, V, 10.
> 
> _Milanesi._ Vanno a congratularsi coi Cispadani, II, 212. Vogliono far
> un moto per l'independenza, e come è sentito dai Francesi, 217. Loro
> amministrazione generale soppressa e perchè, III, 217.
> 
> _Milano._ Viene in poter dei repubblicani, I, 374. Opinioni, sette ed
> umori che vi regnano, 375. Festa della confederazione che vi si celebra,
> III, 220. Riconquistato dai confederati, 255. Magnifica festa per
> l'incoronazione di Napoleone, V, 288. Discussioni nel suo senato circa
> l'independenza del regno, VI, 290 e segg. Commozione popolare, 298.
> Occupato dagli Austriaci, 300.
> 
> _Mincio_ (battaglia del) V, 173.
> 
> MIOLLIS, generale di Francia a Lucca, IV, 212. Sua guerra in riviera di
> Levante, V, 103. Vince i Napolitani in Toscana, 169. Come occupa Roma,
> VI, 46. Presidente della consulta di Roma, 96.
> 
> MIOT, ministro di Francia a Firenze. Come parli degl'Italiani, II, 130.
> 
> _Modena._ Moto in lei contro il duca, II, 147. Congresso, 152.
> 
> _Modenese_, guerra nel, tra i Francesi e gli alleati, IV, 313 e segg.
> 
> _Modesta._ Fregata francese presa dagl'Inglesi con uccisioni di molti
> nel porto di Genova, I, 162.
> 
> MOLITERNO, principe. Eletto capo dal popolo di Napoli, IV, 170. Macchina
> di dar Napoli ai Francesi, 172. Assicura loro la possessione dei
> castelli, 175. Sue operazioni in Calabria, VI, 32.
> 
> _Mondovì_, battaglia di, I, 341. Si solleva contro i Francesi, IV, 260.
> 
> MONFERRATO, duca di. Governa le truppe piemontesi in Savoia e sue
> qualità, I, 171. Difende la valle d'Aosta, 200.
> 
> MONGE. Mandato da Buonaparte a fare un onorevole ufficio presso la
> repubblica di San Marino, II, 303. Mandato a dare una constituzione a
> Roma, III, 336.
> 
> MONNIER, generale di Francia. Sua forte difesa in Ancona, V, 57.
> S'arrende con onore, 69. Suo valore nella battaglia di Marengo, 143.
> 
> _Montecorona_, convento di. Sua descrizione, VI, 116.
> 
> _Montenegrini._ Loro guerra coi Francesi, V, 344.
> 
> _Montenotte_, battaglia di, I, 321.
> 
> MONTESQUIOU, generale di Francia, invade la Savoia, I, 94.
> 
> MORANDO. Uno dei capi della rivoluzione di Genova, III, 136. È vinto dai
> carbonari, 142.
> 
> MOREAU. Suo valore nelle battaglie di Verona, IV, 230 e 231. Ed in
> quella di Magnano, 238 e 239. Assunse il comando supremo dell'esercito
> in vece di Scherrer, 245. È vinto a Cassano, 249. Si ritira al Ticino,
> 250. Poi ad Alessandria, 238. Vince i Russi a Bassignana, 249. Si ritira
> a Cuneo, poi oltre gli Apennini, 261 e 262. Suoi pensieri per resistere
> agli alleati, 303 e 312. Scende dagli Apennini, soccorre Tortona e vince
> gli Austriaci a San Giuliano, 336. Di nuovo si ritira alle montagne di
> Liguria, 338. Destinato al Reno, ma resta al campo di Liguria per
> instanza di Joubert, 358. Perde la battaglia di Novi, 374.
> 
> MURAT. Come combatta a Marengo, V, 141. Nominato re di Napoli da
> Napoleone, VI, 22. Prende possesso del regno, 23. Prende l'isola di
> Capri agl'Inglesi, 25. Spirito del suo regnare, 27. Tenta invano una
> spedizione contro la Sicilia, 128. Suoi vanti per l'independenza
> d'Italia, 247. Sue pratiche al medesimo fine, 257. S'accorda
> coll'Austria e fa guerra a Napoleone, 275.
> 
> _Musaico_ (opere di). Come incoraggiate in Roma dalla consulta, VI, 124.
> 
> _Museo Pio-Clementino._ Ved. PIO SESTO.
> 
> N
> 
> NANI, provveditore delle lagune, e lidi a Venezia, II, 200.
> 
> NAPOLEONE (_vedi_ CONSOLO) incoronato imperator dei Francesi, V, 262.
> Vuol farsi chiamare re d'Italia: gli Italiani il fanno pago di questo
> suo desiderio, 275. Risposta che loro fa, 278. Suo discorso al senato di
> Francia, 279. Suoi discorsi in Torino, 281. Gran festa a Marengo, 282.
> Incoronato re a Milano, 288. Unisce Genova alla Francia, 290. Va a
> Genova e feste che gli si fanno, 292. Cambia Lucca dandola a Baciocchi
> ed alla sorella Elisa, 300. Unisce Parma, _ivi_ e VI, 16. Minaccia
> l'Inghilterra, 309. S'incammina a nuova guerra contro l'Austria, 313. Fa
> un accordo con Napoli, 314. Vince in Germania, 316 e 318. Fa la pace a
> Presburgo, 325. Suo terribile manifesto contro il re di Napoli, 326.
> Crea suo fratello Giuseppe re di Napoli, 333. Unisce la Toscana alla
> Francia, VI, 13 e 16. Sue opere magnifiche, 20. Toglie la Spagna ai
> Borboni e nomina re suo fratello Giuseppe, 22. Nomina Murat re di
> Napoli, _ivi_. Si volta contro il papa, 35. Gli contende la possessione
> delle Marche, e vuole che il papa faccia una lega difensiva ed offensiva
> con lui, 36 e 40. Vuole aver facoltà d'indicar la nomina del terzo dei
> cardinali, 44. Occupa con inganno Roma, 46. Unisce le Marche al regno
> italico, 54. Di nuovo in guerra coll'imperator Francesco, 70. Suo parlar
> borioso ai soldati dopo la vittoria, 89. Vincitore a Vagria, costringe
> Francesco alla pace, 90. Unisce Roma alla Francia, 95. Scomunicato dal
> papa, 98. Fa carcerare il papa, poi condurlo a Savona, 99 e 101. Riceve
> i Romani e come loro parli, 102. Suoi disegni sopra la religione, 139.
> Proposizioni che fa al papa, 194 e 205. Il fa condurre a Fontainebleau,
> 210. Sua guerra contro la Russia, 240. È vinto, 243. Fa un nuovo
> concordato col Papa a Fontainebleau, 249. Rotto a Lipsia, 251. Perisce e
> va all'isola d'Elba, 285.
> 
> _Napoli._ Tumulto orribile, IV, 164 e 168. San Gennaro vi fa il miracolo
> in presenza dei Francesi, 182. Male disposizioni verso il governo nuovo,
> 185. Suo stato quando cominciò ad esser minacciato dai regii, V, 13.
> Preso, 26. Crudeltà orribili che vi si commettono, 28. Supplizi
> lagrimevoli, 41. Occupato dai Francesi, 330. Giuseppe re, 333. Murat re,
> VI, 22.
> 
> _Napolitani._ Loro condotta nello stato romano, IV, 148. Loro natura,
> 179. Loro eccessi in Roma, V, 56.
> 
> NASELLI, generale del re di Napoli, sbarca a Livorno, IV, 150. Costretto
> a rimbarcarsi, 160. Occupa Roma e quello che vi fa, V, 55.
> 
> _Nava_, ponte di. Combattimento ostinato tra Francesi e Piemontesi, I,
> 197.
> 
> NELSON. Vince ad Aboukir, IV, 20. Trasporta il re di Napoli in Sicilia,
> 163. Rompe la fede in Napoli ed è cagione di supplizi lagrimevoli, V,
> 36. Come onorato e premiato dal re Ferdinando, 51. Prende Malta, 165.
> 
> _Nicopoli_, battaglia di, IV, 288.
> 
> _Nizza_, contea di, invasa dai Francesi, I, 98,
> 
> _Nizzardi._ Loro opinioni, e procedere, I, 152.
> 
> _Nobili_ in Francia. Loro opinioni nel 1789, I, 62. Piemontesi, loro
> arti con Buonaparte, 353.
> 
> _Novi_, battaglia di, IV, 368.
> 
> NUGENT, generale austriaco, romoreggia e fa guerra sul Po inferiore, VI,
> 273.
> 
> O
> 
> OCSACOW, ammiraglio di Russia oppugna e prende Corfù, IV, 297.
> 
> OCSKAY, generale d'Austria. Fa debole difesa alla Ponteba ed a Tarvisio
> con grave danno dell'Austria, III, 24.
> 
> OLIVIER. Sua spedizione in Calabria, IV, 196.
> 
> _Oneglia_, presa dai Francesi, I, 195.
> 
> _Ordini feudali._ Come nati, I, 8.
> 
> _Ornavasso_ (battaglia d') tra Piemontesi, repubblicani e regii, IV, 87.
> 
> ORSINI, cardinale. Sue opinioni singolari, I, 41.
> 
> OSTERMAN, ministro di Russia. Come parli del re di Sardegna, I, 350.
> 
> _Otranto._ Si solleva contro il governo repubblicano, IV, 192.
> 
> OTT, generale d'Austria. Sua guerra nel Modenese contro Macdonald, IV,
> 311. E nel Piemontese, 386. E nel Genovesato, V, 96 e 109. È vinto a
> Casteggio, 136. Suo valore nella battaglia di Marengo, 140.
> 
> _Ottimati_ (setta degli), I, 144.
> 
> OTTOLINI, potestà di Bergamo pei Veneziani. Arma la provincia e perchè,
> II, 58 e 198. Cacciato dalla sede e da chi, III, 38.
> 
> P
> 
> _Pace_ di Tolentino, II, 301. Di Campoformio, III, 249. Di Luneville, V,
> 190. Di Presburgo, 325. Di Vienna, VI, 91.
> 
> PACCA, cardinale. Separato per forza da Pio VII, VI, 99. Relegato nel
> Forte di Pietracastello, 102.
> 
> Pagano, Mario, membro del governo provvisorio di Napoli, IV, 180. Sue
> qualità, _ivi_. Suo modello di constituzione, 183. Suo supplizio, VI,
> 41.
> 
> _Pallanza._ Moto in questa città contro il re di Sardegna, IV, 73.
> 
> PAOLI. Suoi disegni contro la Corsica, I, 128. Sue esortazioni ai Corsi,
> 149. Suoi eccessi contro i Genovesi, 229. Chiamato a Londra e perchè,
> 275.
> 
> PAOLO, imperator di Russia, fa la pace col primo consolo, V, 87.
> 
> PARINI. Suo motto sulla libertà, III, 40.
> 
> _Parlamenti_ in Francia. Loro opposizione al re, I, 66.
> 
> _Parlamento_ di Sicilia. _Vedi_ Sicilia.
> 
> _Parma._ Opinioni ed utili riforme nel suo ducato, I, 36. Ceduta alla
> Francia, V, 192. Unita a lei, 300 e VI, 16.
> 
> _Partigiani_ dell'antica disciplina della Chiesa. Loro opinioni e
> ragioni, VI, 179. Dell'autorità di Roma; loro opinioni e ragioni, 183.
> 
> _Patrizi veneti._ Come si spoglino della loro sovranità, III, 126.
> 
> _Patriziato_ misto alla democrazia, desiderato dagl'Italiani, II, 143.
> 
> PAVETTI passa col Consolo il gran San Bernardo, V. 119. Ajuta
> efficacemente la vittoria dei Francesi alla Chiusella, 132.
> 
> _Pavia_ (sommossa e sacco di), II, 29. Complimento dell'università di
> Pavia a Napoleone, V, 284.
> 
> _Peculato_ all'esercito d'Italia descritto II, 218 e III, 332.
> 
> PERRONE, conte, governatore della Savoia. Sue qualità, I, 93.
> 
> PESARO, procuratore di San Marco in Venezia. Suo discorso al senato
> veneziano per persuadere la neutralità armata, I, 116. Inviato a
> Buonaparte, III, 44. Suoi sentimenti nell'ultima fine della repubblica,
> 108.
> 
> _Pescara._ Presa dai Francesi, IV, 161.
> 
> _Peschiera._ Occupata dagli Austriaci, e suo stato, II, 46.
> 
> PICO, capitano incaricato da Buonaparte di far ribellar Verona contro i
> Veneziani, III, 52.
> 
> _Piemonte._ Stabilità della sua monarchia, I, 45. Opinioni in questo
> paese nel 1789, 46. Congiure che vi si fanno, e lodi de' suoi
> magistrati, 221. Stormo in massa, _ivi_. Nuove sollevazioni e supplizi,
> IV, 89, 93 e 114. I Francesi l'invadono, ed obbligano il re a rinunziare
> il regno, 133 e 137. Sue condizioni dopo la mutazione di governo, 214.
> Ripreso dagli alleati, e suo stato sotto di loro, 252 e 253. Suo stato
> dopo la vittoria di Marengo, V, 153. Riunito alla Francia, 219 e 246.
> 
> _Piemontesi._ Scendono in Savoia per correre in ajuto a Lione, I, 170.
> Respinti dai Francesi, 175. Assaltano la contea di Nizza, e sono
> respinti, 177.
> 
> PIGNATELLI, principe, creato Vicario del regno di Napoli, IV, 162. Sua
> debolezza ed accordo che fa un Championnet, 166.
> 
> _Pilnitz_ (vera natura del trattato di) I, 75.
> 
> PINO, generale di Cisalpina. Difende Ancona contro gli alleati, V, 31 e
> 65. Respinge i Napolitani dalla Toscana, 187. Divenuto sospetto al
> vicerè e perchè, VI, 259.
> 
> PIO SESTO. Suo viaggio a Vienna e sue esortazioni all'imperatore
> Giuseppe secondo, I, 14. Perchè eletto papa, 40. Sue qualità, _ivi_.
> Prosciuga parte delle paludi Pontine, 42. Suoi abbellimenti in Roma, 44.
> Sue deliberazioni rispetto alla Francia, 80. Suoi provvedimenti, 215.
> Domande che gli fanno i repubblicani di Francia, II, 14 e 153. Rifiuta
> la pace col direttorio, 154. Sue gravi esortazioni ai principi, _ivi_.
> Tratta coll'Austria, 288. Buonaparte gli fa la guerra, 289. È vinto al
> Senio, 294. Sua costanza in tanto pericolo, 300. Manda legati a
> Buonaparte per trattar la pace, 301. Conclude la pace e con quali
> condizioni, _ivi_. Sua generosità, III, 301. Cagioni che operano contro
> di lui, 302. Suoi pericoli per l'uccisione di Duphot, 308. La Francia
> gli dichiara la guerra, 311. Vede entrar i Francesi in Roma, 319. Come
> trattato, 322. Fatto partir da Roma e ricoverato in Toscana, 324 e 325.
> Sue instruzioni circa ai giuramenti, 338. Condotto in Francia dove
> muore, IV, 230.
> 
> PIO SETTIMO, _Vedi_ CHIARAMONTI. Sua creazione, V, 161. Sue
> deliberazioni dopo il suo ingresso in Roma, 162. Suo concordato col
> consolo, 205. Altro col presidente della repubblica italiana, 258. Sta
> sospeso alla domanda di Napoleone dell'essere incoronato imperatore da
> lui, 265. Vi si risolve finalmente, 268. Sua allocuzione ai cardinali in
> questo proposito, _ivi_. Suo viaggio in Francia, ed incoronazione di
> Napoleone, 272. Torna in Italia, 281. Riceve in grazia il de Ricci,
> vescovo di Pistoia, e come, 302. Rinstaura i gesuiti nel regno di
> Napoli, 307. Ricusa di entrare in una lega difensiva ed offensiva con
> Napoleone, VI, 39. Sue ragioni, _ivi_. Ricusa di riconoscere in
> Napoleone il diritto d'indicare la nomina del terzo dei cardinali, 45.
> Suoi lamenti sull'occupazione di Roma fatta dai napoleoniani, 50. È
> sforzato il suo palazzo, 52. Sue provvisioni in ordine ai giuramenti
> nelle Marche, 56. Sua protesta contro l'unione delle Marche al regno
> italico, 61. Sua protesta contro l'unione di Roma alla Francia, 96.
> Scomunica Napoleone, 98. Preso, e condotto in Francia, poi a Savona,
> _ivi_. Come risponda alle minaccie dell'imperatore Napoleone, 145. Come
> pensi sulle quattro proposizioni del clero gallicano, 146. Come spieghi
> la scomunica, 147. E le deposizioni dei principi fatte dai papi, _ivi_.
> Suoi sentimenti verso la Francia, 149. Rifiuta le offerte di Napoleone,
> 151. Come risponda al cardinal Caprara, 155. Tentato dai deputati
> ecclesiastici a Savona, 193. Concessioni che fa all'imperatore, 200.
> Suoi rifiuti, 203. Breve del venti settembre 1811, 206. Nuove molestie
> che gli si danno, 207. Condotto a Fontainebleau, 210. Suo concordato di
> Fontainebleau, 249.
> 
> _Pistoia_ (dottrine di) I, 25.
> 
> PITT, ministro d'Inghilterra. Come ordisca una nuova confederazione
> contro la Francia, IV, 7.
> 
> PIZZAMANO. Fatto tra lui ed il capitano Laugier al lido di Venezia, III,
> 90.
> 
> _Polcevera_, sua sollevazione contro Genova, III, 169.
> 
> _Polizia di Parigi_, come fulmini contro il papa, VI, 168.
> 
> _Pontine_, paludi. Loro descrizione, storia e prosciugamento fatto da
> papa Pio sesto, I, 42.
> 
> _Porto Ferraio_, occupato dagl'Inglesi, I, 131. Poi perduto, 136.
> 
> _Portogallo_, tolto ai Braganzesi da Napoleone, VI, 12.
> 
> _Prammatica._ Vedi BOURGES.
> 
> PRECY, mandato dai Lionesi in Piemonte per accordare i disegni con gli
> alleati, I, 131.
> 
> _Prelati_ del consiglio ecclesiastico di Parigi. Come rispondano ai
> quesiti dell'imperatore, VI, 171. Mandati a Savona per trattar col papa,
> 193.
> 
> _Presburgo_ (pace di) V, 325.
> 
> _Preti giurati._ Loro opinioni in Francia, V, 194.
> 
> _Preveza_, feroce mischia in essa tra Francesi e Turchi, IV, 288.
> 
> _Primolano_ (battaglia di) II, 118.
> 
> PRIOCCA, ministro del re di Sardegna. Sue istanze perchè la Francia
> dichiari le sue intenzioni circa il Piemonte, IV, 78. Come risponda a
> Ginguenè, ambasciatore di Francia, circa i fuorusciti e gli stiletti,
> 81. Suoi principii sul passo sui territorii neutri, 97. Come risponda a
> certe querele dell'ambasciator di Francia, 99. Negozia e conclude un
> indulto con lui a favore degl'insorti, 102 e 110. Sue proteste contro la
> domanda della cittadella di Torino, 108. Consente a metterla in
> possessione dei Francesi, 109. Come difenda il governo pel fatto della
> Fraschea, 116. Sua generosa rassegnazione ed amor patrio, 123. Suo
> manifesto nell'invasione ostile fatta dai Francesi del Piemonte, 135. Va
> a porsi nella cittadella in mano loro, 141. Sue lodi, _ivi_. Mandato a
> Grenoble, 214.
> 
> _Procida_, isola. Supplizi che vi si fanno, V, 12.
> 
> PRONI, uomo feroce, solleva l'Abruzzo contro i repubblicani, IV, 195, e
> III, 8.
> 
> _Propaganda_ (instituzione della) Sua descrizione, VI, 117.
> 
> _Proposito_ dell'opera, I, 6.
> 
> _Provenza._ Moti in questa provincia contro il consesso nazionale, I,
> 168.
> 
> PROVENZA (conte di) _Vedi_ Luigi XVIII.
> 
> PROVENZA, generale d'Austria. Vinto da Massena sulla Brenta, II, 235.
> Vince Duphot a Bevilacqua, 268. È vinto a Mantova, 278.
> 
> PRUSSIA, re di. Fa la pace colla repubblica di Francia, I, 261. Fomenta
> l'assunzione di Napoleone alla dignità imperiale, V, 262.
> 
> _Prussiani_, insorgono contro Napoleone, VI, 246.
> 
> Q
> 
> QUERINI, inviato della repubblica di Venezia a Parigi, I, 253. Suo
> discorso al consesso nazionale e risposta del presidente, 254. Sue
> querele al direttorio per le rivoluzioni della terra ferma Veneta e come
> gli si risponda, III, 44. Si tenta di sottrargli denaro sotto specie di
> salute della repubblica, 72.
> 
> _Quesiti_ dell'imperator Napoleone al consiglio ecclesiastico, VI, 158.
> 
> QUOSNADOWICH, generale d'Austria. Vince a Salò, e sulla destra del lago
> di Garda, II, 94. Costretto a ritirarsi da Buonaparte, 98. Scende di
> nuovo e s'impadronisce di Lonato, 99. Poi lo perde, 100. Grave battaglia
> tra di lui e Augereau sulla Brenta, 235.
> 
> R
> 
> _Raab._ Vedi _Giavarino_.
> 
> RAMPON. Suo bel fatto, I, 321. Sue lodi, 333.
> 
> RANZA. Suo procedere in Alba, I, 343. Sepellisce la costituzione
> Cisalpina, IV, 58. Torna in Piemonte V, 156. Sue intemperanze in
> Piemonte, III, 136.
> 
> _Reggio._ Si muove contro il governo ducale, II, 147 e 153. Suo
> congresso, 312.
> 
> REGNAULT DE SAINT-JEAN D'ANGELY. Stromento principale della presa di
> Malta, IV, 15 e 19.
> 
> REGNIER, generale di Francia, vince la battaglia di Campotenese, V, 331.
> Perde quella di Maida, 337.
> 
> _Religione_ cattolica. Suo stato in Francia, V, 194.
> 
> _Repubblica._ Vedi _Cisalpina_. _Cispadana. Corfù. Francesi e Francia.
> Genova. Ligure. Lucca. Napoli. San Marino. Venezia._
> 
> _Repubblicani Piemontesi_ vinti dai regii a Ornavasso, IV, 87. Come
> trattati a Domodossola ed a Casale, 89 e 93. Vinti e straziati nella
> Fraschea, 114. Come trattati in Piemonte dagli alleati, 273.
> 
> _Repubblicani Italiani_ si ricoverano in Francia, e benevolenza dei
> Francesi verso di loro, IV, 278. Loro discorsi ai consigli legislativi
> di Francia, 280.
> 
> _Repubblicani Napolitani._ Come si consiglino all'approssimarsi dei
> regii, V, 13. Con quanto valore si difendano dal cardinal Ruffo, 20.
> Capitolano con lui, 34. Loro supplizi, 41.
> 
> REWBEL, quinqueviro di Francia. Suo detto enorme rispetto ai Veneziani,
> II, 195.
> 
> REY. Combatte egregiamente a Rivole, II, 276.
> 
> RICCI (Scipione de') vescovo di Pistoia. Sue opinioni, I, 25, 27 e 28.
> Suo abboccamento col papa e ritrattazione, V, 202.
> 
> RIVAROLA. Mandato dai Genovesi a Parigi e perchè, III, 152, richiamato
> 164.
> 
> RIVAUD. Sue operazioni in Cisalpina, IV, 59.
> 
> RIVAUD, generale. Contribuisce efficacemente alla vittoria di Casteggio,
> V, 136.
> 
> _Rivole_ (battaglia di), II, 273.
> 
> _Ritrovi politici in Napoli._ Che male facciano, IV, 186. V, 14.
> 
> ROCCO SAN FERMO mandato dai Veneziani a Basilea e con qual fine, I, 218.
> 
> _Roma_ (Corte di). Sue opinioni, I, 27. Stato di essa nel 1798, 39.
> Spavento in Roma per le vittorie dei Francesi, II, 70. Presa, e come
> trattata dai Francesi, III, 319. Presa e come trattata dai Napolitani,
> IV, 44. Ripresa dai Francesi, 155. Di nuovo presa dai Napolitani ed
> eccessi che vi commettono, V, 55. Pio settimo vi arriva, e sue prime
> deliberazioni, 162. Roma occupata dai Napoleoniani, VI, 47. Unita alla
> Francia, 95.
> 
> _Romani._ Loro moto per la libertà in Campo Vaccino, III, 320. Loro
> sommossa contro i Francesi, 334. Loro disposizioni verso i Napolitani,
> 149. Loro deputati a Parigi, come parlino a Napoleone, VI, 102.
> 
> _Romani in Grecia._ Libro scritto contro i Francesi e da chi, III, 287.
> 
> _Roveredo_ (battaglia di) II, 113.
> 
> RUFFO, cardinale, solleva le Calabrie contro il governo repubblicano,
> IV, 193, e V, 8. Prende Altamura e crudeltà che vi commettono i suoi, 9.
> Sottomette la Puglia, _ivi_. Viene a Nola per istringer Napoli, 10.
> Prende Napoli, 28. Capitola col repubblicani padroni dei castelli, 34.
> Esorta Nelson a serbar la fede data, 36. Come riconosciuto dal re
> Ferdinando, 51. Riceve il re Giuseppe napoleonide sotto il baldacchino,
> 334.
> 
> _Russia._ Discordia tra lei e la Francia, V, 309 e VI, 241.
> 
> RUSSO, _Vincenzo_. Suo supplizio in Napoli, V, 43.
> 
> S
> 
> _Sacco_ di Pavia, II, 35.
> 
> _Sacile_, Battaglia di, V, 77.
> 
> SALICETTI, commissario di Francia in Corsica e sue esortazioni ai Corsi,
> I, 150. Altre esortazioni di lui, 136.
> 
> _Salò_ (fatto d'armi di) III, 55.
> 
> _Sant'Agata._ Fatto d'armi ostinato tra Francesi e Piemontesi, I, 195.
> 
> SANT'ANDREA, _Thaon di_, governatore di Torino, scampa per la sua
> prudenza, la città da un gran pericolo, IV, 121.
> 
> _San Bernardo_ (il piccolo) preso dai Francesi, I, 200.
> 
> _San Bernardo_ (il gran) passato dai Francesi condotti dal consolo, V,
> 123.
> 
> SAN-CYR, _Gouvion_, generale di Francia. Sua continenza in Roma, IV,
> 330. Come combatta nei contorni di Novi, 384. Marcia da Napoli verso
> l'Adige, V, 315. Vince un bel fatto a Castelfranco, 323.
> 
> SAN-CYR, _Cara_. Suo valore nella battaglia di Marengo, V, 144 e 148.
> 
> SANDOZ-ROLLIN, ministro di Prussia a Parigi. Quale proposizione faccia
> ai Veneziani, II, 184.
> 
> _San Giacomo_ (battaglia di) I, 265.
> 
> SAN GIULIANO, ministro dell'Imperatore. Di che cosa tratti con Clark
> ministro di Francia, II, 208.
> 
> _San Marino_, repubblica di. Natura del suo governo e dei suoi popoli,
> I, 54. Trattata onorevolmente da Buonaparte e sua risposta alle offerte
> di lui, II, 303.
> 
> _San Severo._ Si solleva contro i repubblicani, preso e come trattato,
> IV, 196 e 199.
> 
> _Saorgio_, minacciato dai Francesi, I, 194. Preso, 210.
> 
> _Sardi._ Come si difendano dai Francesi, I, 147.
> 
> SARMATORIS, conte, sue offerte al papa a Savona, V, 142.
> 
> _Sassari_ di Sardegna. Fa qualche moto e dimanda gli stamenti, I, 277.
> 
> _Savigliano_ (battaglia di) IV, 386.
> 
> _Savoia_, invasa dai Francesi, I, 94. Miserabile fuga dei fuorusciti
> Francesi da lei, 103.
> 
> _Savoiardi._ Loro opinioni e procedere, I, 132 e 171.
> 
> _Savona._ Importanza del suo esito e disegni dei belligeranti sopra di
> lei, I, 263. Papa cattivo in Savona, V, 140.
> 
> SCHERER, generalissimo di Francia sulla riviera di Ponente, I, 291.
> Conforta il suo governo a far l'impresa d'Italia, _ivi_. Vince la
> battaglia di Loano, 292. Scambiato da Buonaparte e perchè, 316. Nominato
> generalissimo in Italia, IV, 229. Incomincia nuova guerra, 228. Occupa
> la Toscana e come, 229. È vinto a Verona, 234. Suo errore, 236. È vinto
> a Magnano, 237. Si ritira sull'Adda, e lascia il comando a Moreau, 245.
> 
> _Schiarino-Rizzino_ (convenzione di) tra il vicerè d'Italia ed il
> generale austriaco Bellagarde, VI, 287.
> 
> SCHIPANI, mandato dal governo Napolitano in Calabria e sue qualità, IV,
> 198 e 205. Rotto dai regii, V, 20 e 24.
> 
> SCIARPA, uomo feroce, solleva la provincia di Salerno contro i
> repubblicani, IV, 194 e V, 8.
> 
> _Scomunica._ Come spiegata da Pio settimo, VI, 147.
> 
> SEMONVILLE, mandato ambasciatore dal governo di Francia al re di
> Sardegna, rifiutato dal re, I, 90.
> 
> _Senato._ Vedi _Bologna_, _Genova_, _Milano_, _Venezia_.
> 
> _Senio_ (battaglia del) II, 294.
> 
> SERBELLONI, presidente del Direttorio Cisalpino. Suo discorso nella
> festa della confederazione, III, 222.
> 
> SERRA, membro del governo provvisorio di Genova, imputato dai patriotti
> e perchè, III, 162 e 167, e da Faipoult, e perchè, 172. Accusa Faipoult
> e perchè, _ivi_.
> 
> SERRA, _Gerolamo_, presidente del governo provvisorio ordinato da
> Bentinck in Genova, VI, 284.
> 
> _Serravalle_, fortezza del Piemonte presa dai Liguri, IV, 99. Presa dai
> confederati, 352.
> 
> SERRISTORI, ministro del gran duca di Toscana. Come risponde alle
> superbe intimazioni di Hervey, ministro d'Inghilterra, I, 161.
> 
> SERRURIER. Consegna Venezia agli Alemanni, III, 200. Fa rivoluzione in
> Lucca, 211. Combatte con valore, ed è fatto prigioniero nella battaglia
> di Cassano, 247 e 251.
> 
> SICILIA. Suo parlamento come composto, I, 35. Il re Ferdinando vi si
> ritira, IV, 162. Accidenti avvenutici, V, 212. Cagioni di mala
> contentezza, 217. Parlamento e suoi atti, 219. Constituzione data da
> esso, 230. Cause che fanno perire questa constituzione, 239.
> 
> _Siciliani._ Loro onorata risoluzione, VII, 221.
> 
> SIDNEI SMITH. Suoi fatti nel regno di Napoli, V, 336 e seg.
> 
> SILVA, marchese. Suo discorso nel consiglio del re di Sardegna per
> persuader la pace colla Francia, I, 279.
> 
> _Società_ di pubblica instruzione in Milano. Sua composizione e discorsi
> che vi si fanno, III, 222. Fatta chiudere, 225.
> 
> SOMMARIVA (marchese di). Muove i Toscani contro i Francesi, V, 169. È
> vinto, si ritira, 187.
> 
> _Sorrento_, preservato dal sacco per la memoria del Tasso, IV, 210.
> 
> SOULT. Combatte valorosamente nella riviera di Ponente, V, 100. Ferito e
> fatto prigioniero, III.
> 
> SPADA. Suoi maneggi per cambiare il governo di Venezia, III, 115.
> 
> _Spagna._ Fa la pace colla repubblica Francese, I, 277. Tolta ai Borboni
> da Napoleone, V, 21. Giuseppe re di Spagna, 22.
> 
> SPEDALIERI. Sua opera singolare, I, 81.
> 
> SPINOLA. Inviato straordinario di Genova a Parigi, II, 164. Rivocato e
> perchè, III, 164.
> 
> _Spluga_, mirabile passaggio eseguito da Macdonald, V, 173.
> 
> _Stamenti_ di Sardegna. Che cosa siano, I, 277.
> 
> _Stato_ ed opinioni d'Europa nel 1789, I, 89.
> 
> STUARD, generale d'Inghilterra. Vince la battaglia di Maida, V, 337.
> 
> SUCHET. Sua guerra in riviera di Ponente, V, 99. Come difenda il
> territorio Francese, 104.
> 
> SUWAROW, generalissimo dei confederati in Italia. Vince a Cassano, VI,
> 246. Entra in Milano, 256. Respinto da Basignana, 259. Suo manifesto
> esortatorio ai Piemontesi, 263. Attende all'espugnazione di Torino, 268.
> Vi entra e come ricevuto, 270. Vi crea un governo interinale e quale,
> 271. Prega il re a tornar nel regno, 277. Si dispone a combattere
> Macdonald, 314. Sua prima battaglia contro di lui alla Trebbia, 321.
> Seconda, 323. Terza, 326. Perseguita i Francesi vinti, 332. Cinge
> d'assedio Alessandria, 340. Vuol combattere a Novi malgrado
> dell'opinione contraria degli Austriaci, 366. Vince, 368. Prende
> Tortona, 378. Parte per la guerra elvetica, 380. Sue qualità, 381.
> 
> T
> 
> _Tagliamento_ (passo del), eseguito dai Francesi, III, 17.
> 
> TALEYRAND, ministro di Francia. Suoi sentimenti sul Piemonte, III, 189.
> Suo motto inconveniente sugl'Italiani, 251. Sue lettere all'ambasciator
> di Francia in Torino circa certe congiure in Italia, IV, 89. Suo parere
> sulla riunione della corona d'Italia a quella di Francia, V, 278.
> 
> TANUCCI, ministro del re Ferdinando. Sua buona amministrazione in
> Napoli, I, 33.
> 
> _Tenda_ (colle di) preso dai Francesi, e sua descrizione, I, 209
> 
> TENIVELLI, storico. Suo supplizio in Piemonte e sue lodi, II, 136.
> 
> _Tirolo_ (battaglie nel), III, 16. Moto de' suoi abitatori contro i
> Francesi, 21. Altro moto e sua natura singolare, 79 e 92.
> 
> TISSOT, capitano Francese. Suo estremo valore a Preveza, ed a Napoli,
> IV, 290.
> 
> _Tolentino_, pace di, II, 361.
> 
> _Tolone._ Si dà ai confederati, I, 174. Oppugnato ed espugnato per un
> feroce assalto dai repubblicani, 177. Spoglio che ne fanno i confederati
> nell'atto d'abbandonarlo, 183 e 184. Misera condizione dei Tolonesi,
> _ivi_.
> 
> _Torino_, corte di, _Vedi_ Sardegna. Preso dagli alleati, IV, 270.
> Terrore che vi regna, 273. Sua cittadella presa, 275.
> 
> _Tortona_, liberata dall'assedio da Moreau, IV, 336. Di nuovo assediata
> e presa dagli alleati, 380.
> 
> _Toscana._ Suo felice stato sotto Leopoldo, gran duca, I, 17. Occupata
> dai Francesi, II, 84 e IV, 229. Sollevazioni terribili contro di loro,
> IV, 307 e V, 169. Di nuovo occupata dai medesimi, _ivi_. Nuova guerra in
> lei colla meglio dei repubblicani, 187. Ceduta all'infante di Parma, con
> titolo di re d'Etruria, 192. Unita a Francia, VI, 13.
> 
> TOSCANO, _Antonio_. Sua maravigliosa fortezza a Viviena presso Napoli,
> V, 25.
> 
> _Trani_, città del regno di Napoli. Si solleva contro i repubblicani,
> presa e come trattata, IV, 196 e 202.
> 
> _Trebbia._ Prima battaglia tra Macdonald e Suwarow, IV, 321. Seconda,
> 323. Terza, 326.
> 
> _Trento._ Preso dai Francesi, II, 115.
> 
> TROUVÉ, ambasciator di Francia in Cisalpina. Suo discorso d'ingresso al
> Direttorio, IV, 49. Sua lettera contro i fuorusciti francesi, 50. Sua
> riforma nella costituzione cisalpina, 51 e 58. Discorso di Marco Ferri
> contro di lui, 54.
> 
> TROUGUET, ammiraglio di Francia. Assalta la Sardegna, e come è
> combattuto, I, 147.
> 
> U
> 
> _Ufiziali_ di Francia. Loro solenne risentimento contro i rubatori dei
> soldati e dell'Italia, III, 333.
> 
> ULLOA, ministro di Spagna a Torino. Offre la mediazione di Spagna al re
> di Sardegna, I, 278.
> 
> _Utopisti_ in Italia, I, 148.
> 
> V
> 
> _Vale_, ultimo dei soldati francesi ed Italiani, VI, 288.
> 
> _Valenziana_, Trattato di, tra l'imperator d'Alemagna e il re di
> Sardegna, I, 181 e 188.
> 
> VALLARESSO, _Zaccaria_, savio del consiglio. Suo discorso al senato
> veneziano per persuadere la neutralità disarmata, I, 122.
> 
> _Valtellina._ Si dà alla Cisalpina, III, 216.
> 
> VANNI, marchese, membro di una giunta sopra le congiure in Napoli, I,
> 272. Congedato e perchè, _ivi_.
> 
> _Vaticano._ Come spogliato, III, 326.
> 
> VAUBOIS, generale di Francia. Costretto a ritirarsi dal Tirolo e da chi,
> II, 231. È vinto a Calliano, 232. Lasciato da Buonaparte a comandar
> Malta, IV, 19. Come difenda Malta, e come costretto ad arrendersi, V,
> 164.
> 
> _Venezia_, (repubblica di.) Sua maravigliosa stabilità e natura del suo
> governo e de' suoi popoli, I, 49. Comparazione tra Venezia e Genova, 51.
> Sue deliberazioni rispetto alla Francia, 74. Sue deliberazioni dopo
> l'invasione della Savoia fatta dai Francesi, 115 e 127. Altre sue
> deliberazioni, 216. Manda un agente a Basilea, 218. Accetta in grado di
> ospite il conte di Provenza e come lo tratta, 219. Accetta il ministro
> di Francia Lallemand, 221. Manda il nobile Querini come suo inviato a
> Parigi, 253. Prenunzii della sua distruzione, 309. Sua brutta
> risoluzione rispetto al conte di Provenza, 312. Domande esorbitanti che
> le si fanno dai Francesi, II, 13. Nomina Nicolò Foscarini suo
> provveditor generale in terraferma, 42. Le vien proposto un trattato
> d'alleanza dalla Francia, e come deliberi, 173. Come deliberi intorno ad
> un'alleanza coll'Austria, 183. E colla Prussia, 184. Come trattati i
> suoi territori sì dai Francesi che dagli Austriaci, 187. Sue querele a
> Parigi ed a Vienna, 189 e 191. Squallore e devastazione della
> terraferma, 197. Arma l'estuario e perchè, 199. Come senta le
> rivoluzioni della terraferma, III, 44. Manda deputati a Buonaparte,
> _ivi_. Fraude usata contro di lei, 57. Come minacciata da Buonaparte per
> mezzo di Junod, e sua risposta, 62. Lettere acerbissime di Buonaparte al
> senato, e grave risposta di lui, 63 e 69. Manda nuovi legati a
> Buonaparte, 70. Le giungono funeste novelle da Vienna e da Parigi, 71.
> Grave fatto del capitano Laugier, 90. Buonaparte le dichiara la guerra,
> 103. Ragioni di Venezia, 104. Adunanza in casa del doge, discorso di
> lui, e risoluzione fatta, 106. Allocuzione del doge al gran consiglio,
> 109. Risoluzione fatta da questo, 112. Macchinazioni in Venezia, 115. Il
> gran consiglio consente a modificazioni nella forma dell'antico governo,
> 119. Il gran consiglio si spoglia della sovranità ed accetta il governo
> rappresentativo, 124. Sommossa popolare, 128. Venezia occupata dai
> Francesi, 129. Vi si crea un municipio, _ivi_. Suo trattato con
> Buonaparte, 130. Suo stato dopo il cambiamento, 254. Disposizione degli
> animi nella terraferma verso di lei, 255. Spogli, 273. Festa allegra e
> compassionevole ad un tempo, 279. Consegnata dai Francesi agli Alemanni,
> 300.
> 
> _Verona_, insidiata, e da chi, III, 53. Sua terribile sollevazione
> contro i Francesi, 76. Predicazioni che vi fa contro i forestieri un
> frate cappuccino, 84. Si arrende ai Francesi, ed a quali condizioni, 95.
> Suo Monte di pietà espilato, 96. Battaglia di Verona, IV, 234.
> 
> _Veronesi._ Molto sdegnati contro i Francesi, e perchè, 55. Fanno una
> terribile sollevazione contro di loro, 76.
> 
> VICTOR, generale di Francia. Buonaparte lo manda a far guerra al papa,
> II, 290. Vince i pontificii al Senio, 294. Sue esortazioni contro
> Venezia, III, 256. Come combatta nella battaglia di Savigliano, 386. Suo
> valore nella battaglia di Marengo, V, 141 e 148.
> 
> VIDIMAN, municipale di Venezia, III, 254. Suo elogio, 290.
> 
> VIDIMAN, provveditore di Corfù. Sue qualità, III, 263.
> 
> _Vido_, scoglio di, una delle difese di Corfù. Come assaltato e preso
> dai Russi e Turchi, IV, 298.
> 
> _Vienna._ Umori e parti in essa. III, 10.
> 
> _Villanova_, cercata da Buonaparte e perchè, II, 244.
> 
> VILLETARD. Segretario della legazione di Francia a Venezia. Sue qualità
> e condotta, III, 117. A quali condizioni voglia che si cambi il governo
> di Venezia, 121. A chi attribuisca un tumulto popolare nato in Venezia,
> 129. Come annunzi il loro destino ai Veneziani, 288. Sue generose
> lettere a Buonaparte, 292 e 296.
> 
> VINCENT, soprantendente dell'italica polizia. Suoi ordini circa il papa
> prigioniero a Savona, III, 420.
> 
> VISCONTI, _Ennio Quirino_. Sua bella descrizione del museo
> Pio-Clementino, I, 44.
> 
> VISCONTI, _Galeazzo_, ambasciatore della Cisalpina a Parigi. Suo
> discorso al Direttorio e risposta del presidente, III, 231.
> 
> VITALIANI, napolitano, mescolato nelle rivoluzioni di Genova, III, 156.
> 
> VITTORIO AMEDEO, re di Sardegna. Sue qualità e modo di governare, I, 47.
> Propone una lega italica per opporsi ai tentativi dei Francesi, 72. Suo
> desiderio di guerra contro la Francia, 78. La Francia gli dichiara la
> guerra e perchè, 92. Sue deliberazioni dopo la rotta di Savoia, 107.
> Suoi disegni sopra le province meridionali della Francia, 129. Non
> s'accorda col generalissimo Devins e perchè, 133. Scende in ajuto di
> Nizza, 134 e 171. È respinto, 177. Fa un trattato coll'imperator di
> Alemagna per ismembrar dalla Francia le province meridionali, 187. Suoi
> provvedimenti sì civili che militari per resistere ai Francesi, 211.
> Come riceva la mediazione di Spagna per la pace colla Francia, 278.
> Tentato dagli alleati pel caso dell'invasione dei Francesi in Piemonte e
> sua animosa risposta, 304. Fa tregua, poi pace colla Francia, e
> considerazioni in questo proposito, 348. Sua morte ed in quale stato
> lascia il regno, II, 158.
> 
> VITTORIO EMANUELE, figlio del suddetto, _Vedi_, _d'Aosta, duca_.
> 
> _Viviena_, forte di. Come difeso dai repubblicani di Napoli, III, 22.
> 
> W
> 
> WALLIS, tenente maresciallo d'Austria, manda soldati in Piemonte, I,
> 212. Sua perizia nella battaglia del Dego, 233. Perde la battaglia di
> Loano, 292.
> 
> WICKAM, ministro d'Inghilterra in Isvizzera, sue proposizioni per la
> pace, I, 301.
> 
> WILSON, generale inglese. Si travaglia per l'independenza d'Italia, VI,
> 261.
> 
> WORSLEY, residente d'Inghilterra a Venezia. Sue moderate insinuazioni al
> senato, I, 164.
> 
> WUKASSOWICH, colonnello d'Austria. Suo bel fatto al Dego, I, 331. Sue
> lodi, 335. Romoreggia sul Bresciano, IV, 237, 242 e 243. Come combatta
> nella battaglia di Cassano, 247. Muove a romore il Vercellese ed il
> Canavese, 257 e 260. Prende Torino, 268. Pressato dai Francesi nel
> Tirolo come scampa, V, 183.
> 
> WURMSER, maresciallo, generalissimo degli Austriaci. Suoi disegni per la
> ricuperazione d'Italia, II, 90. Fa risolvere l'assedio di Mantova e vi
> entra vittorioso, 97. Come ordini i suoi alla battaglia di Castiglione,
> 104. È vinto nella battaglia di questo nome, 108. Ed a Roveredo, 116.
> Rompe a Buonaparte il disegno di condursi in Germania e con qual arte. È
> vinto a Primolano ed a Bassano, 118. Si ritira in Mantova, 125. Fa una
> sortita e con qual successo, 264. Si arrende e come lodato da
> Buonaparte, 292.
> 
> Z
> 
> ZACH, generale d'Austria. Suo valore ed imprudenza nella battaglia di
> Marengo, V, 145 e segg.
> 
> _Zara_, capitale della Dalmazia veneta. Come venga in poter
> dell'Austria, III, 260.
> 
> ZORZI. Suoi maneggi per cambiar il governo veneto, III, 116.
> 
> FINE DELLA TAVOLA DELLE MATERIE
> 
> Nota del Trascrittore
> 
> Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
> grafie alternative (pazzia/pazzìa e simili), correggendo senza
> annotazione minimi errori tipografici.
>
> — *The Kashf al-Mahjub: The Oldest Persian Treatise on Sufism — Reynold A. Nicholson (Public Domain (Project Gutenberg))*

